Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Il velo su PlayBoy proprio no

I simboli contano, certo che contano. Più di mille parole. E non c’è dubbio che lasci l’amaro sapore di resa la prima copertina con la foto con una donna velata che il prossimo mese pubblicherà “Playboy“. Sarà Noor Tagouri, una giornalista e conduttrice islamica molto nota oltreoceano, a stare lì ove sono state, molto svestite, le donne più presenti nell‘immaginario erotico maschile dell’ultimo mezzo secolo (“Playboy” iniziò le pubblicazioni nel 1953 con le foto del nostro sex symbol per eccellenza: Marylin). Sia ben inteso, ci troviamo di fronte a una scelta editoriale fatta più per motivi commerciali che di sostanza. Senza contare che sua modo anche una bella donna velata, come indubbiamente è Noor, può stimolare l’immaginario erotico maschile.

Ma i simboli contano, appunto. E non andrebbero calpestati. “Playboy”, insieme a pochi altri “miti” del nostro tempo, rappresenta la quintessenza delle libertà americane, un certo modo di concepire la vita cogliendone gli aspetti positivi, affermandone il suo valore immanente. L’american way of life, che “Playboy” ha esaltato, è una perfetta miscela di buona, e a volte anche raffinata, cultura, di semplicità nei modi, di apertura al mondo e curiosità, di ottimismo e voglia di fare, di amore per il lusso e anche per le belle donne. Un modello in cui, per così dire, lo spirito e la materia, l’anima e il corpo, si fondono in una sintesi riuscita che avvicina, nella misura in cui agli umani è possibile, quel concetto, altrimenti astratto, di felicità, che tanto a cuore stava ai Padri Fondatori che lo inserirono nelle prime righe della loro Costituzione.

“Playboy” ha rappresentato questo: giornalismo di qualità, selezione accurata dei temi e dei personaggi intervistati, foto di belle donne pronte a mostrare per gioco e con intelligenza le loro grazie. Anche perché la seduzione è un gioco di testa e individuale e non un diktat, come pensano le femministe. Che non a caso, nella loro ala più ideologica, non hanno mai amato la rivista di Hugh Hefner, accusandola di mercificazione del corpo femminile e di perpetuazione del potere maschile. Così non capendo che stessi rapporti di potere, come sa chi ha sensibilità intellettuale, non possono essere ridotti, soprattutto nella nostra (tanto ingiustamente vituperata) parte di mondo, al rapporto unidirezionale fra maschio dominatore e donna dominata, fra modelli culturali imposti da non si sa bene chi e cieca acquiescenza di un popolino “rieificato” (secondo le vetuste analisi francofortesi). I rapporti di poteri sono invece molto più mobili, variegati, complessi, di quanto amano pensare le anime semplici o (esse sì) ideologizzate. Tutto questo ha rappresentato nei suoi anni d’oro, i Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso, “Playboy”. Che, fra l’altro, era di ispirazione liberal, il fronte “progressista” non era stati colpito ancora dal virus multiculturalista e relativista che lo infetta attualmente. Parafrasando all’incontrario Fouché, si può dire che “velare” il magazine americano è peggio di un errore, è un crimine. Un oltraggio ai simboli della nostra libertà.

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 28 settembre 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Il velo su PlayBoy proprio no

  1. Luca Rispondi

    28 settembre 2016 at 08:52

    Magari abbiamo pensato troppo poco che quel giornale fosse in fondo la rappresentazione del portafoglio di qualcuno e che altrettanto poco vi fosse di liberalità e costume .Beh la trovata gara vendere qualche copia in più anche a questi che velano le belle donne che si fanno velare …..ma con cultura e intelligenza mica con cretinismo.Mai più guarderemo questa carta stampata anche se da adolescenti a qualcosa serviva.

  2. cerberus Rispondi

    28 settembre 2016 at 20:53

    Playboy e Federica….
    Rischiai la cecità nella beata adolescenza. Non c’è più il playboy di una volta.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *