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Di come Draghi riempie di soldi l’Europa. E la impoverisce

Illustration-13-octobre-2012-Lille-avec-figurines-pieces-euros-devant-drapeau-Union-europeenne_0_730_485Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, lascia invariati i tassi di interesse e aspetta ad annunciare un prolungamento del Quantitative Easing, cioè l’operazione con cui vengono acquistati mensilmente titoli per un valore di 80 miliardi di euro. Serve a mettere in circolo più moneta, nella convinzione che più moneta sia in circolazione, più probabilità ci sono che l’economia si metta in moto. Come era ampiamente previsto, questa politica andrà avanti almeno fino al marzo del 2017. Poi si vedrà. L’attesa ad annunciare il suo prolungamento oltre questa scadenza è dovuta a seri dubbi, oltre che a una spaccatura sul ruolo che dovrebbe avere la Banca Centrale.

Draghi fa bene, fa male, cosa dovrebbe fare? Ognuno lo sta tirando per la giacchetta dalla sua parte. La convinzione che la stampa della moneta (o in questo caso l’aumento della liquidità in circolazione) possa agevolare la crescita, si scontra con la teoria monetarista secondo cui la Banca Centrale deve essenzialmente combattere l’inflazione. Più moneta è in circolo, minore sarà il suo valore, dunque l’inflazione è più alta. Si può avere quell’effetto per cui, con la stessa banconota da 10 euro, posso permettermi una spesa via via sempre inferiore e i miei risparmi valgono sempre meno.

Con la moneta rivalutata e stabile, invece, i risparmi sono garantiti, i consumi più stabili, ma a perderci sono i debitori, che ottengono credito meno facilmente (a causa del maggior costo del denaro) e pagano tassi più alti per i crediti che hanno già ottenuto. I piccoli imprenditori che non ricevono più prestiti dalle banche, gli stessi Stati i cui conti pubblici sono caratterizzati da debiti molto grandi, pregano perché la moneta sia svalutata. Gli investitori, o i semplici risparmiatori, sanno o dovrebbero sapere che l’inflazione produce (come diceva Margaret Thatcher) effetti peggiori di un’invasione nemica. Per arrivare ai casi limite degli effetti dell’inflazione, vedasi le esperienze dello Zimbabwe nei primi anni 2000 (quando circolavano banconote da decine di miliardi di dollari locali) e il Venezuela attuale, dove sono addirittura finiti i soldi per stampare altri soldi e la gente sta tornando al baratto.

draghi 3In Europa, gli Stati che hanno i conti in ordine, a partire dalla Germania e dai paesi nordici, premono perché la Bce sia prima di tutto impegnata nella lotta all’inflazione. Non è solo un brutto ricordo storico della grande inflazione tedesca degli anni ’20, ma anche la consapevolezza che quello è l’unico ruolo sensato per una banca europea. Altrimenti tanto valeva lasciare la “sovranità monetaria” (termine di moda) alle banche centrali nazionali, controllate dai politici e libere di stampare moneta per alimentare la spesa pubblica a debito. Secondo i governi dei paesi socialisti mediterranei (e Draghi sta dimostrando di pensarla come loro), si deve poter alimentare la spesa a debito e la Bce dovrebbe svolgere, su scala europea, quel che le banche centrali ante-euro facevano su scala nazionale. Da qui è anche evidente che in Italia la contrapposizione tra europeisti e anti-europeisti è puramente di facciata: che sia la lira o l’euro, la tendenza è quella di svalutare la moneta.

La domanda è di quelle epocali, ma quale modello funziona? Lungi dal risolvere il dibattito una volta per tutte, chiediamoci: cosa è la moneta? Tanti, troppi, la intendono come uno strumento politico, da usare e stampare a seconda di un calcolo politico. Chi non stampa abbastanza, secondo costoro, è un “cattivo” politico che non pensa alle esigenze di imprese e famiglie che devono indebitarsi per poter produrre e comprare. Ma la moneta è uno strumento politico? Può essere stampata a piacimento? Fosse così facile, si sarebbe eliminata la fame in Africa: sarebbe bastato riempire di cartamoneta il continente nero. La moneta è invece una merce. Ha un valore che è povertà monetedettato da domanda e offerta, come tutte le altre merci. Come sottolineano gli economisti della Scuola Austriaca di Economia (Menger, Mises, Rothbard, Hayek, per citare i più famosi), nessuno ha creato la moneta: è nata da una selezione naturale di mezzi di scambio, dopo aver scartato conchiglie, sale e altri ammennicoli meno disponibili e meno divisibili. Dopo la fine del gold standard l’emissione di moneta non è più vincolata dalla quantità di oro posseduta e le banche centrali possono anche illudersi di stampare a piacimento. Ma la realtà non può essere elusa: più una merce circola, meno vale. Senza arrivare ai casi limite di Venezuela e Zimbabwe, più si stampa moneta, più ci si allontana dalle reali esigenze del mercato. Man mano che si nasconde la realtà, gli effetti collaterali si fanno sempre più seri. E si stenta a ottenere benefici anche nel breve periodo: il Quantitative Easing di Draghi, che avrebbe dovuto sostenere la crescita dell’Italia, ha invece prodotto la crescita zero. Ed è ovvio: nessuno può imporre di investire la maggior quantità di euro in circolazione in produzione e consumi. Sarebbe una presunzione da pianificatore socialista pensare l’opposto. Le scelte umane sono imprevedibili e sbugiardano ogni modello rigido, proprio perché sono scelte libere, dettate dal libero arbitrio. Anche per questo motivo, è meglio lasciare la moneta al mercato. O quantomeno non inflazionarla.

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di on 10 settembre 2016. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Di come Draghi riempie di soldi l’Europa. E la impoverisce

  1. FRANCESCO GORGI Rispondi

    10 settembre 2016 at 09:50

    Sono perfettamente d’accordo con l’articolo.
    Vi sono state comunque problematiche finanziarie dovute allo stato fallimentare del sistema bancario, ma sicuramente gli sforzi prodotti non hanno dato i benefici sperati anzi, sono serviti ad alimentare speculazioni finanziarie dei Fondi d’investimento.
    Il sistema finanziario moderno è una perversa scatola cinese per cui non sai mai in quale circuito realmente finiscono i soldi.
    L’unica forma reale di sostegno all’economia sarebbe stata, distribuita fra i stati europei, una forma di investimenti su larga scala a progetti specifici e contributi a categorie specifiche, magari con l’incentivo all’ammodernamento, favorendo una green economy.
    Il tutto naturalmente accompagnato dalla riduzione della spesa pubblica che, come dice Draghi, neanche il Bazuka serve se non si interviene su questa.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    10 settembre 2016 at 10:03

    “… Soldi, Soldi, Soldi, tanti soldi
    beati siano soldi
    i beneamati soldi perché
    chi ha tanti soldi vive come un pascià… “
    Mario Draghi si ispira ad Ivan Cattaneo. “Serve mettere in circolo più moneta” (ma che è carta igienica?)
    Questa “patacca” dal valore aleatorio ha favorito solo i grandi speculatori.
    Un sistema monetario “serio”, non soggetto ai giochetti dell’alta finanza, dovrebbe essere almeno parzialmente convertibile in oro.
    Il disastro economico dell’Europa si chiama EURO-FOLLIA.

  3. Enrico Rispondi

    10 settembre 2016 at 14:51

  4. Padano Rispondi

    10 settembre 2016 at 15:03

    Articolo non condivisibile.
    Innanzitutto tratta una questione delicata e opinabile, oggetto di discussione almeno dai tempi di Keynes, quale la politica monetaria.
    L’articolo è su posizioni chiaramente monetariste, ma qualunque studente di economia del secondo anno sa che la dialettica monetarismo/keynesismo non ha mai dato un giudizio chiaro.
    Nello specifico, mi chiedo cosa dovrebbe fare Draghi secondo voi: se interrompe il QE Italia, Portogallo e forse Spagna devono ristrutturare (cioè non pagare) il loro debito.
    Quando poi si dice che la crescita zero in Italia è dovuta al QE, ci si colloca nei pressi del confine tra malafede e demenza.

  5. unione sovietika europea Rispondi

    11 settembre 2016 at 10:23

    pil pro capite: nel 2002 ogni cittadino dell’eurozona aveva a disposizione 25.000 euro, oggi ne ha a disposizione 25.700. La crescita, dunque, è stata molto limitata: solo +2 per cento. In Italia addirittura c’è stata una riduzione: siamo passati da 24.500 a 22.800, con un devastante -7 per cento. Intanto, nello stesso periodo, cioè dal 2002 a oggi, i Paesi fuori dall’euro sono cresciuti a ben altri ritmi: in Gran Bretagna il pil pro capite è passato da 28.400 a 30.400 (+7%), in Svezia addirittura da 30.400 a 33.500 (+16%), negli Stati Uniti da 33.100 a 36.400 (+10%)

    «Grazie all’euro la Germania è un Paese più potente e più forte…» ha ammesso candidamente Romano Prodi nell’ottobre 2011 su La7. E pochi mesi dopo, nel maggio 2012, il suo ministro dell’Economia, Vincenzo Visco, ha spiegato meglio il nostro ruolo: l’Italia «serviva dentro la moneta unica» proprio per «dare vantaggio alla Germania», ha riconosciuto in un intervista al «Fatto Quotidiano». E poi ha aggiunto che Berlino si era impegnata, in cambio, a pensare al bene di tutti i Paesi dell’euro. E l’ha fatto?, chiede l’intervistatore. «Non mi pare», è stata la risposta. Nemmeno a noi, in effetti. Ipotesi confermata, del resto, dal medesimo Helmut Kohl, il papà tedesco dell’Ue, che nella primavera 2013 ha confessato: «Ho agito da dittatore per portare l’euro» («The Telegraph», 9 aprile 2013)

    Mario Giordano -Non vale una lira-

  6. adriano Rispondi

    11 settembre 2016 at 13:40

    Dipende da quali sono gli obiettivi reali del “what ever it takes”.Non è l’inflazione.Non è la crescita.Non è il sostegno alle nazioni indebitate.E’ la difesa dell’euro e dei vincoli sovranazionali relativi.Oltre a questo non si ottiene perché i redditi diminuiscono, la produzione pure e la moneta fornita alle banche non entra nel circuito produttivo.Siamo in deflazione da debito e le politiche monetarie tradizionali non funzionano.Si dovrebbe avere il coraggio di fare l’opposto di quello che si fa,aumentare i tassi.Quello che la FED da anni vorrebbe e non può.E se non possono loro figuriamoci noi.

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