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Al Corsera non va giù la libertà dei veneti

Sul Corriere della Sera di ieri Gian Antonio Stella scende in campo per difendere un episodio certo spiacevole della storia italiana, ma che a suo giudizio va compreso storicamente. Si tratta del referendum con cui l’Italia, nell’ottobre di 150 anni fa, intese “legittimare” un’annessione del Veneto già decisa per via diplomatica e risultato di un palleggiamento di territorio e popolazione: che l’Austria consegnò alla Francia e quest’ultima al Regno d’Italia. Stella non è uno storico di professione e quindi chiama a suo sostegno Mario Isnenghi, uno degli studiosi italiani più noti, il quale afferma che se anche fu un imbroglio, in fondo tutto va contestualizzato: “Ci furoni pressioni e perfino trucchi? Può darsi”. Ma lo storico sviluppa un’osservazione molto più interessante quando rileva che l’Italia di allora, che inglobò il Veneto a seguito di una guerra, fu comunque in qualche modo costretta a dare una qualche rappresentazione del consenso della popolazione interessata. Nel diciannovesimo secolo, votato al culto della nazione e alla progressiva espansione delle logiche democratiche, il potere costituente iniziava a essere messo nelle mani della gente. Al fine di enfatizzare questo elemento, Isnenghi sembra prendere perfino per buoni, anche se non si capisce come, i risultati ufficiali sull’affluenza (i 650 mila votanti), sottolineando come allora si trattasse di un numero consistente. Tutti sanno come questo dato meriti più di uno scetticismo se a votare “no” ci furono solo 69 veneti; e se è palesemente falso che solo 69 veneti su 650 mila votarono contro, è egualmente ovvio che anche il dato complessivo vada preso con le pinze. Ma Isnenghi, apprezzando il plebiscito di 150 anni, mostra di credere che il Veneto allora avesse il diritto di decidere dove stare. E se esso aveva tale diritto nel 1866, è davvero difficile pensare che non l’abbia più ora: in una fase storica in cui nessuno può più prescindere dal consenso popolare.

Perché Stella è però costretto a parlare – forse assai controvoglia – della sceneggiata che ha portato i veneti in Italia? Il motivo è che nelle scorse settimane la Regione Veneto ha speso soldi pubblici (pochi: lo ammette più volte lo stesso giornalista) per spedire alle biblioteche regionali un volume di Ettore Beggiato in cui si esamina cosa davvero avvenne nei due giorni di quel plebiscito da operetta. Ha tutti i torti Stella quando dice che non si dovrebbero usare soldi dei contribuenti per sostenere tesi di parte? No: non ha torto. Peccato che egli scopra questo principio solo ora e che non ci risulti che abbia usato analogo rigore quando con una propaganda di regime vergognosa – quella sì, davvero assai costosa – lo Stato italiano si è autocelebrato a spese dei suoi sudditi: compresi quelli che, legittimamente, lo detestano. Quanti soldi sono stati infatti buttati, solo pochi anni fa, per difendere le tesi nazionaliste e risogimentali in merito al 2011 e per celebrare un’italianità politica che ha generato la legge Pica, il colonialismo, la prima guerra mondiale, il fascismo e altre disgrazie? In quel caso, però, la penna di Stella ci pare sia rimasta silente. Sembra di capire, insomma, che l’uso politico dei soldi pubblici sarebbe condannabile solo quando esso sia ad opera di gruppi ostili allo status quo, mentre le forze politiche di regime avrebbero tutto il dovere di fare propaganda a loro favore. Per non parlare della costante diffusione di tesi ideologiche e illiberali in materia di ambiente, solidarietà, legalità e altro da parte delle scuole pubbliche e di altri apparati di Stato: un’azione di “lavaggio del cervello” che spesso offende nel profondo chi quelle opinioni non condivide, ma è egualmente obbligato a finanziarle.

Il riferimento ai soldi pubblici è, allora, assai pretestuoso. In realtà, Stella è un difensore acritico di un’unità imposta con la violenza: di quella “conquista regia” (per citare uno studioso non esattamente leghista che si chiamava Antonio Gramsci) che pezzo dopo pezzo portò quasi tutti i territori della penisola italiana – ma non la Corsica, non Nizza, non il Canton Ticino – sotto la corona dei Savoia e che si concluse con la prima guerra mondiale. Il giornalista del Corriere della Sera ha tutto il diritto – se ci tiene – di venerare i fratelli Bandiera, Mazzini e Cavour, magari pure Crispi e Cadorna, o chi vuole lui. Ha tutto il diritto di pensare che il Veneto dovesse essere italianizzato nel 1866, anche con una votazione farlocca, e debba rimanere in Italia pure oggi. Dovrebbe però riflettere sulle osservazioni di Isnaghi, perché esse implicano quel “diritto di voto” (150 anni fa come oggi) che la Casta politico-burocratica italiana nega alle popolazioni venete. Che magari – può darsi che egli la veda così – sono pronte anche a votare pure nel 2016 come nel 1866, scegliendo nel 99,9 % dei casi l’Italia e rigettando l’ipotesi di un Veneto indipendente, ma devono poterlo fare in un contesto di libertà e correttezza. Un secolo e mezzo fa, i veneti furono convocati per un referendum truccato, ma almeno in qualche modo votarono. Oggi nemmeno questo è consentito e i sacerdoti posti a difesa del Potere vigente hanno bocciato perfino un referendum di carattere consultivo. Siamo allora proprio sicuri che il problema maggiore del Veneto sia la spesa sostenuta per spedire il libro di Beggiato nelle biblioteche della regione?

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di on 7 settembre 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

12 commenti a Al Corsera non va giù la libertà dei veneti

  1. Milton Rispondi

    7 settembre 2016 at 17:11

    Non leggo il Corriere della SERVA, mentre leggo sempre con piacere Lottieri, con il quale non riesco mai a dissentire (e la cosa mi irrita alquanto).

  2. feli Rispondi

    7 settembre 2016 at 17:16

    Condivido al 100% questo articolo…grazie per la sua chiarezza. Purtroppo viviamo in una democrazia teorica, in pratica comandano in pochi.

  3. GASTONE Rispondi

    7 settembre 2016 at 18:54

    condivido l’articolo di Lottieri e aggiungo che stella a mio modesto parere è un pennivendolo.

  4. lucia Rispondi

    7 settembre 2016 at 21:43

    pretendere da Stella una qualche forma di coerenza è troppo.

  5. daniele Rispondi

    8 settembre 2016 at 09:40

    GianAntonio Stella da Asolo (TV) pennivendolo, dovrebbe pensare una sola cosa per schiarirsi le idee. Il plebiscito del 1866 fu deciso il 19 ottobre e si svolse il 21-22, due giorni dopo. Una cosa impossibile oggi nell’era di internet!
    Provi solo a pensarla questa cosa, non pretendo altro

  6. Walter Nova Rispondi

    8 settembre 2016 at 09:48

    Basterebbe garantire a tutti gli Stella della stampa o TV italiane entrate uguali o superiori e sposerebbero anche la tesi che il Tibet fa parte dell’Algeria….

  7. Mauro Gargaglione Rispondi

    8 settembre 2016 at 10:23

    Stella sa benissimo qual è la risposta alla domanda finale di Carlo Lottieri (che è chiaramente retorica). Se i Veneti votassero il rischio che 69 elettori scelgano l’Italia è molto elevato, quindi non devono potersi esprimere. Però però però …

    Però centinaia di migliaia di veneti lavorano e campano di Stato e parastato e con essi le loro famiglie, e questi difficilmente voterebbero per affossare la fonte del loro sostentamento. Quanto pesano? Se si votasse lo capiremmo. E magari quello che vedremmo non piacerebbe agli indipendentisti.

    Solo per ricordare che il voto non garantisce di per sè la libertà, non l’ha mai garantita nella Storia.

  8. Adrianob Giuliano Cometto Rispondi

    8 settembre 2016 at 10:40

    Da un paese marcio fino al midollo come l’itaglia non si puo’ pretendere di avere molti giornalisti onesti, anzi al contrario.
    Per dare la propria opinione basta fare una piccola ricerca su google altrimenti si stia zitti, vero Stellina?

  9. femine Rispondi

    8 settembre 2016 at 12:14

    Oddio, un altro scoop dell’illuminato cavaliere bianco ( senza macchia e senza paura?). L’illustre fustigatore ci viene a dire che la Regione Veneto ha fatto un’operazione di “partigianeria” con soldi pubblici acquistando e dotando le scuole di un centinaio di copie di un libro che racconta una documentata verità storica sacrosanta che ben pochi conoscevano. Questi veneti beceri, ignoranti per definizione meritano solo sberle e nessuna considerazione sociale; buoni solo per essere forza bruta pagante tasse e balzelli al patrio governo il quale poi destina le risorse incamerate a chi vuole e, per esempio, anche come finanziamento a giornaloni ivi compreso il GranCorriere, quello che ha il Nostro a libro paga…
    Anni fa è uscito il libro “La Casta” che, dopo tanto strombazzar di pubblicità, mi decisi ad acquistare; ebbene ci trovai nientemeno che una lunga lista di cose risapute, dette e ridette ma così ben romanzate tanto che gli autori sicuramente ne ebbero (e hanno) un gran personale profitto per la sua diffusione massima. In seguito ho regalato il libro e non ho più acquistato pubblicazioni del sommo autore…

  10. step Rispondi

    8 settembre 2016 at 13:38

    Pezzo molto bello.

  11. adriano Rispondi

    8 settembre 2016 at 13:53

    Rimane il problema dell’autonomia possibile e quella non si risolve con le polemiche storiche e neppure con quelle politiche su spese improprie ma insignificanti.Occorre una proposta percorribile e prima la costituzione di un partito regionale maggioritario che possa rappresentarla.In altre parole manca tutto,tranne le chiacchiere.

  12. Isacco Favaro Rispondi

    9 settembre 2016 at 08:52

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