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Non è cosa nostra

C'è un sapore di rancido, nell'Italia che oggi evoca la morte di Bernardo Provenzano. È quello di un'arcaicità premoderna, dove non ci si costruisce il futuro con le proprie mani, ma si sopravvive protetti dal boss o dal politico, dalla mafia o dallo Stato. E a farla da padrone sono il vittimismo e l'incapacità di rompere col passato...

sudC’è un sapore di stantio, rancido, nell’ Italia che evoca il nome di Bernardo Provenzano, il boss mafioso morto stamane all’età di 73 anni. Che non è solo o semplicemente l’Italia criminale o mafiosa, ma è più propriamente un contesto storico-sociale fatto di arcaicità premoderna e incultura contadina. Un universo segnato da povertà o miseria certamente, ma anche da una scarsa voglia di riscattarsi o di rompere le barriere che ingabbiano vite e percorsi. Un mondo omertoso, ma che, criminale o meno che sia, non concepisce nemmeno lontanamente l’idea di poter fare da soli nella vita, senza cercare o dare protezioni. Sembra che non esista altro obiettivo, in questa Italia, che voler essere protetti e, quindi, farsi servi di qualcuno. Protetti dal boss o dal politico, dalla mafia o dallo Stato, poco importa. Quanta distanza da quell’Italia che pure c’è stata e c’è, e che più massicciamente vorremmo che ci fosse, fatta di voglia di fare e costruirsi con le proprie mani il proprio futuro, di intraprendere, di essere liberi e di non dover chiedere nulla come un favore, di essere in una semplice parola uomini e non servi. Un’Italia di imprenditori non del terrore o della violenza, ma delle idee e de delle innovazioni.

La “questione meridionale”, di cui la mafia è paradigma e sintesi, è tutta qui. Certo, non è facile che un popolo, anzi una massa amorfa di gente ridotta a bestie, che per secoli è vissuta all’ombra di sovrani, signorotti, boss, capibastoni, e da ultimo di uno Stato visto lontano e come una semplice mammella da cui attingere risorse; non è facile per un popolo siffatto riscattarsi. Ma è un popolo che, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo, quasi sempre non ci ha nemmeno provato, non ha osato. Non ha perciò sensi invocare, come faceva stamane Repubblica, la riapertura del fronte fallimentare del meridionalismo: la “questione meridionale” è la questione dei meridionali, tutti a loro modo complici di un mondo in cui può vivere e prosperare ancora oggi, nel terzo millennio, un Provenzano. Provate ad andare a Napoli o a Bari o a Palermo, a inoltrarvi poi nella provincia più profonda, e provate ad ascoltare la gente: l’odio per il capitale, l’imprenditore, il denaro, è profondo, come l’ostilità a chi vorrebbe portare un po’ d’aria nuova in un contesto che è abituato a ripetere da secoli le proprie abitudini, i propri gesti, i propri errori. Ad amare coloro che lo incatenano, a desiderare quelle stesse catene. Ancora oggi, lamentele, vittimismi, complottismi, mai un’idea innovativa o una capacità vera di rompere col passato. E mai la capacità che è degli uomini liberi, di assumersi le proprie responsabilità. La responsabilità è sempre degli altri, nel mondo dei Provenzano.

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di on 14 luglio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

11 commenti a Non è cosa nostra

  1. Luca Rispondi

    13 luglio 2016 at 15:42

    Pezzo delicato e da scuola come sempre Prof.Ocone,ma per la rinnovata questione meridionale non esiste né spazio ne speranza se non il carico di richieste in prebende che i politici meridionali possono sottoporre in preghiera al governo di turno e se il governo è’ dall’altra parte o tu passi con lui io non vedi una lira e neanche i voti di chi voti ti li da per convenienza ,per costrinzione…o anche per una busta con pacchi di pasta e scatolette di tonno.No Prof.Ocone il meridione non ha facoltà di riscatto perché non più da gran tempo classi imprenditoriali ne infrastrutture che rendano possibili le intraprese …rimane una geografia pur bellissima ma utile all’ accatto di voti e all’abbandono di giovani e non capaci di capire e scappare perché speranza di vita possibile vi sia in altri mondi.

  2. Francesco_P Rispondi

    13 luglio 2016 at 15:48

    Una cosa sui cui i vari adulatori del regime tacciono è la rilevanza assunta delle organizzazioni criminali straniere presenti sul territorio italiano, comprendendo fra esse la mafia dei Sinti e dei Rom.
    Questo la dice lunga sulla incapacità delle istituzioni di contrastare i fenomeni criminali che possono addirittura contare sulla compiacenza della demagogia del permissivismo e di quella anti-razzista e anti-repressione tipica di molti settori della sinistra.
    Sì, l’Italia si è internazionalizzata: per il crimine!
    Questo record negativo è stato conseguito grazie a:
    – politiche di aiuti pubblici “a pioggia”;
    – tolleranza nei confronti delle truffe;
    – permissivismo verso la diffusione dell’uso delle sostanze stupefacenti;
    – debolezza nei confronti di bande violente (dagli hooligans ai black block, dai ladri albanesi agli stupratori nordafricani, ecc.);
    – “buonismo” nei confronti dell’immigrazione clandestina e – in generale – dei comportamenti asociali;
    – ecc..
    Visto che non possiamo andarcene via all’estero in 28 milioni, l’unica cosa che rimane da fare è quella di “tagliare via” il Nord (salvabile) dall’Italia (insalvabile).

  3. Ernesto Rispondi

    13 luglio 2016 at 16:36

    Non c’è soluzione di continuità fra la mafiosità meridionale (leggere Sciascia, per favore) e la mentalità dei neoborbonici, e dunque di TUTTI i meridionali, anche quando fingono modernità.
    Provenzano, i Casalesi, Saviano, i giovani che “lo stato ci abbandona”: tutti figli della stessa cultura, che ha fatto marcire il paese e, meridionalizzando il nord, ha estirpato il poco di sano che in Italia era rimasto.

    • Dario Rispondi

      14 luglio 2016 at 09:54

      Il problema non è la mafia (le mafie) ma la Teronia. Se il Nord vuole decentemente sopravvivere deve andarsene, punto.

  4. Pierluigi Rispondi

    13 luglio 2016 at 16:47

    Sono di Milano e ho lavorato per 35 anni in una azienda che aveva lo stabilimento al sud Mi ci recavo spesso.
    La sua descrizione é secondo me perfetta. Una volta mi sono sentito dire anni fa da un professionista e consigliere regionale: ma che c….siete venuti a fare stabilimenti al sud. Statevene al nord.. Distogliavamo potere. Ma come dice lei non basta prendersela coi potenti.
    Le classi più basse non hanno mai dato prova di attendere a braccia aperte nuovi investimenti.
    Sotto tutti i punti di vista. Preferisco fermarmi qui

  5. geometra 67 Rispondi

    13 luglio 2016 at 18:37

    Non dimentichiamo la responsabilità dei latifondisti e della Chiesa che li proteggeva.Un poveraccio era sottomesso sia al Parroco che al proprietario terriero.Il problema è che la migrazione dal sud al nord,specie nella Pubblica Amministrazione,ha contagiato il nord!Forse la soluzione sarebbero due o tre stati confederati,ma è chiaramente utopico!

  6. Nordio Rispondi

    13 luglio 2016 at 21:36

    L’unità d’Italia non c’è mai stata e mai ci sarà. Diversità profonde che nulla hanno in comune (neanche la lingua che è il primo modo di comunicazione) possono essere colmate. Accanirsi a vedere un’Italia unita ad ogni costo anche contro l’evidenza è utopia inutile che brucia risorse, crea malanimi reciproci e trascina per anni e forse per i prossimi secoli situazioni non volute nè dagli uni nè dagli altri.
    Purtroppo, si è visto che nulla è stato possibile perfino per la Lega quando è stata al governo con F.I. e nessun verosimile cambiamento in ordine ad autonomie è immaginabile.
    E’ stato fatto un grosso errore nel passato con l’Unità d’Italia, se ne stanno pagando le spese, ma tant’è. E fra cent’anni ci saranno ancora articoli come questo….gradevoli, ma….

    • Emilia Rispondi

      14 luglio 2016 at 09:07

      Sottoscrivo Nordio il suo commento. Aggiungo che professori come Ocone si ostinano a scrivere articoli pieni zeppi di cose note a tutti. Ma mai un approfondimento e un’analisi.

  7. cerberus Rispondi

    13 luglio 2016 at 22:13

    I PIZZINI…IL PAPELLO…IL COMPARE…
    ma che cazzo abbiamo noi,qui,da condividere con gente che parla un’altra lingua,con il chiagn’e fotte lamentoso da P.A.senza dignità ma con i soldi del “nodde”in tasca.
    Ma,c’è un ma,negli anni ’70 hanno mandato al nodde I vari malavitosi campani,siciliani,calabbbresi pugliesi e così è iniziata la rovina,nostra e di tanti meridionali per bene e ora la lombardia è impestata dalla meridionalità peggiore,quella dei vari mafiosi & C.
    A me personalmente non me ne può fregar di meno della morte di un delinquente, (uno in meno) ma quella notizia non dovevano darla in tv e in radio,perché dare importanza a certa gentaglia?forse perché è uno stato mafioso?

  8. adriano Rispondi

    14 luglio 2016 at 13:10

    Giusto ma generalizzare stanca.Anche al sud,penso,ci sono persone oneste.Purtroppo la storia dovrebbe aver insegnato che l’assistenzialismo,il trasferimento di risorse,l’industrializzazione forzata non funzionano e quindi il buonsenso dovrebbe suggerire di cambiare strada.Lasciamo perdere Provenzano e ciò che rappresenta.Cosa morta.Oggi ascoltavo il sig. Sansonetti,di cui condivido poco,lamentare l’accanimento giudiziario su una persona da mesi in coma irreversibile.La pietà non può,forse,essere sprecata per chi commette certi crimini ma la buonafede non riesce a respingere un ragionamento basato su elementari principi di giustizia e se qualcuno dice che “non può trasformarsi in vendetta” tutti i torti non ha.

  9. feli Rispondi

    14 luglio 2016 at 19:11

    dopo aver letto questo articolo, condiviso da tutti i lettori, mi vien da dire: lombardi stiamo tranquilli, abbiamo Salvini che va a cercare i voti in Sicilia!!!!

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