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Napoli, la città perduta

Ci vorrebbe uno psicoanalista per capire cosa succede ai napoletani. Se li si interroga, nessuno di loro è soddisfatto dello stato in cui versa la loro città, di come è, o meglio non è, amministrata. E, d’altronde, come potrebbe essere altrimenti? Più passano gli anni e più aumentano il degrado, la corruzione, la disoccupazione, la povertà, l’insicurezza causata da una malavita che controlla ogni angolo del territorio e detta le sue leggi a mano armata. Non si vedono segni non dico di una inversione di tendenza, ma nemmeno di un rallentamento del declino.

Eppure, nonostante questo, o anzi forse proprio per questo, i napoletani vanno alle urne e votano in massa il loro sindaco uscente. Come spiegare questa volontà di suicidio, questo masochismo patologico? Saranno state pure poco credibili le alternative messe in campo contro De Magistris, ma perché i napoletani hanno continuato a dargli ampia fiducia condannando la loro città a un irredimibile destino? I motivi probabilmente sono molti, ma va forse detto che nessuno come De Magistris riesce a fa leva su alcuni elementi del carattere dei napoletani, il quale è il frutto anche della loro storia, che è probabilmente la causa principale del fallimento della città. Prima di tutto, Napoli non ha mai conosciuto in modo attivo la modernità: ha subito quei flussi politico-ideologici che generalmente identifichiamo come civiltà capitalistico-liberale. Questa situazione i napoletani hanno tentato di mascherarla richiamandosi ad una loro specificità, ma era evidentemente un modo di esorcizzare il problema. Hanno perciò maturato un profondo risentimento, fatto di vittimismo e sindrome di accerchiamento, da una parte, e di richiesta continua di “risarcimenti”, dall’altra. Lo Stato, pensa il napoletano, ci deve risarcire per quello che ci ha tolto, è un nostro diritto; il futuro non è nelle nostre mani ma in quello di chi ci ha sottratto risorse e gli onori connessi all’essere una capitale. Rivendichiamo perciò il diritto di avere soldi, favori, vantaggi. Oltre ogni nostro merito, perché abbiamo già dato e comunque siamo i più bravi.

Da una parte, perciò, la colpa è sempre degli altri, che è il modo più semplice e deresponsabilizzante di far fronte ai problemi; dall’altra, occorre sempre rivendicare e chiedere. In questa psicologia del napoletano, c’è tutto quello che è stato De Magistris nei cinque anni passati alla guida del comune: con indubbia maestria, egli ha risposto a ogni dubbio proveniente dall’esterno facendo leva sui sentimenti di accerchiamento (“ci isolano perché non siamo graditi al potere”) e rivendicando aiuti e risorse straordinarie (che sono arrivati ma che non hanno minimamente aiutato a superare lo stato di fallimento e bancarotta delle casse comunali). Se a tutto ciò aggiungiamo la demagogia del sindaco, pronto a promettere (ma con quali soldi?) un “reddito di cittadinanza a tutti” e altre fandonie del genere (il napoletano, proprio perché si affida agli altri, crede sempre che un “miracolo” possa da un giorno all’altro realizzare l’impossibile”)…

Il filosofo ed ex europarlamentare  Biagio De Giovanni, commentando i risultati di questa prima tornata delle amministrative, se l’ è presa con il “lazzaronismo” plebeo di una parte dei napoletani. Mi sembra che sia un’analisi un po’ assolutoria che certa borghesia e intellettualità napoletana ha da sempre dato per differenziare le proprie sorti da quelle del “popolino”. Credo però che certi caratteri siano trasversali alle classi e ai ceti napoletani. A Napoli, oggi più che mai, nessuno si salva!

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di on 7 giugno 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Napoli, la città perduta

  1. Marco Rispondi

    7 giugno 2016 at 08:54

    Certo è follia ma da quelle parti non sanno che prendere e chi votare.La classe impoverita e senza futuro se non quello di andar via e’ diventata enorme come in tutto il centro sud viziato oltre da una vera ruberia portata loro dai “piemontesi” con la falsa unità ,anche da prebende statali compensative raramente da creazione di lavoro vero.Credono a tutte le corbellerie raccontate sperando si avverino e si consegnano alle criminalita’ che da quelle parti sono istituzioni.Certo i Borboni erano un guaio serio ma rispetto a questa situazione sembrano giganti.

  2. franco Rispondi

    7 giugno 2016 at 18:27

    Non ne abbiano a male i napoletani ma certo non possono sentirsi orgogliosi di cosa quell’area bellissima è diventata e con i De Magistris di turno le cose non miglioreranno.Sono aree che abbisognano di commissariamenti a potere totale e governativo,li nessuno può far più niente se non sollecitare le menti buone e nobili,e tante ve ne sono, a lasciare quelle terre e collocarsi dove troveranno di che ben vivere ed essere apprezzate.Lascino monnezza,chiacchiere,falsità e criminalità per riproporsi in una vita nuova.

  3. cerberus Rispondi

    7 giugno 2016 at 22:43

    Una città così piena di arte e di cultura (ci vado spesso)e così maltrattata. Napoli non sarebbe Napoli se fosse come ,che so, Trento o Brescia. Devo dire che negli ultimi anni però è peggiorata,molta povertà
    e molta violenza senza senso e troppe droghe.

  4. Emilia Rispondi

    8 giugno 2016 at 08:05

    Il suo ragionamento mi sembra molto semplicistico, e mi meraviglio che, tra l’altro, non l’abbia esteso anche ad altre città come Roma o la stessa Milano. Come mai i milanesi hanno dato un 40% tondo tondo a Sala dopo i disastri di Pisapia e del PD? come mai a Roma Giachetti (PD) prende un 24% e un Marchini 10%?
    Intanto a Napoli il 43% non ha votato, perché, oggi, il solo modo di protestare è disertare il voto. Quelli che ci vanno, da nord a sud, il 50% sono voti clientelari, ovvero restituiti per un favore, un posto fisso, una raccomandazione, un lavoro precario, un incarico. Il resto si perde tra mille rivoli. A Napoli, contro tutte le previsioni Lettieri (CDX) ha preso il 24% essendo un candidato che non tira. Ma la verità non la dice nessuno. Il CDX non vuole vincere in alcune città o in alcune regioni e candida persone di poca sostanza. Un Parisi a Napoli Berlusconi non lo vuole. Punto e basta. E finiamola con la storia che i Napoletani sono sempre coglioni. Si vede che lei ci manca da un pezzo.

  5. rosario nicoletti Rispondi

    9 giugno 2016 at 12:25

    Questo articolo si differenzia da quasi tutti gli altri – parlo di quelli dove si fa una analisi dei risultati delle votazioni – chiamando in causa fattori di tipo sociologico e culturale che vengono quasi sempre ignorati a vantaggio dei fattori economici. Le straordinarie vittorie dei 5stelle a Roma sono probabilmente il frutto di una società priva di tradizioni, cresciuta troppo in fretta, e che sperimenta un disagio quale non esiste in città come Milano: anche qui decidono fattori di tipo sociologico.

  6. Bauscia Rispondi

    31 gennaio 2019 at 17:05

    E’ davvero esilarante che ascrivere un tale pezzo di carta straccia sia proprio, udite udite, un beneventano!

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