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Cronaca di una Brexit a sorpresa

brexit

Il leader del partito nazionalista UKIP Nigel Farage è stato il primo a votare ieri mattina, il primo ad esprimersi ad urne appena chiuse, il primo a festeggiare la fine di un «progetto fallito», il 23 giugno come il giorno dell’indipendenza per il Regno Unito. Per la Gran Bretagna e l’Europa intera inizia una fase 2 difficile da prevedere. Ciò che è certo è quanto emerge dal voto referendario che ha sancito il sì alla Brexit: per dirlo con le parole di Chuka Umunna, deputato laburista, «siamo un paese diviso, questa è la grande conclusione che possiamo trarre». Una spaccatura chiara sancita dalle parole del premier David Cameron che, annunciandole sue dimissioni in autunno, ha dichiarato che «il Regno Unito ha bisogno di una nuova leadership», avendo scelto «un progetto diverso» dal suo.
La Gran Bretagna ha deciso di lasciare l’Unione Europea. Il 51,9% dei votanti ha scelto la Brexit contro il 48,1% degli europeisti. I milioni di voti nel nord dell’Inghilterra, nelle Midlands, nel sud-est e nel Galles hanno regalato la vittoria agli euroscettici. Se il Leave è andato forte, fortissimo in quelle che dovevano essere le sue roccaforti, il Remain ha sofferto nelle grandi città come Londra per la scarsa affluenza dei suoi sostenitori. Il Project Fear, lo spauracchio del vuoto oltre la Brexit brandito dal premier Cameron, non ha funzionato: il timore di Bruxelles ha prevalso e il voto fortemente pro-UE della Scozia non è stato sufficiente a frenare l’ondata Leave.
La nottata si è aperta con la chiusura delle urne ed i primi sondaggi che aveva quasi convinto Nigel Farage a concedere la vittoria al Remain. Alle 2 (orario londinese) gli scommettitori hanno iniziato a dare in vantaggio il Leave, quando alla vigilia lasciavano solo il 25% delle possibilità di vittoria alla Brexit. Alle 3 i mercati asiatici erano in subbuglio dopo un piccolo momento in cui il Remain aveva rialzato il capo. Ma alle 4.45 le maggiori testate uscivano con l’annuncio della vittoria del Leave. I risultati finali parlano di un’Inghilterra che vuole uscire (53,2% a 46,8%), così come il Galles (51,7% a 48,3%). Per il Remain si sono espressi gli scozzesi (62% a 38%) ed i nordirlandesi (55,7 a 44,3%).
Il voto per la Brexit non condiziona solo l’Europa così come la conosciamo. Ci saranno infatti possibili ripercussioni anche sul Regno Unito in quanto paese unito. La leader dell’SNP Nicola Sturgeon ha infatti dichiarato: il voto per l’uscita «rende chiaro che il popolo della Scozia vede il suo futuro nell’Unione europea». Un nuovo referendum per l’indipendenza scozzese potrebbe essere dietro l’angolo: lasciare la Corona per rimanere nell’UE. Un’Unione che ha più volte ripetuto che la Brexit è un’opzione dalla quale “non si può tornare indietro”. La prima dichiarazione di , presidente del Consiglio Europeo, è stata: «Ciò che non uccide fortifica», segnale che da Bruxelles, almeno per ora, non sono previsti spazi per trattative.

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di on 24 giugno 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Cronaca di una Brexit a sorpresa

  1. Pingback: Cronaca di una Brexit a sorpresa | Fumo di Londra

  2. Max Rispondi

    24 giugno 2016 at 20:48

    L’Ukip non é un partito nazionalista, ma un partito liberale e libertario, vicino alle idee della scuola economica austriaca. Leggete il seguente articolo:
    http://www.movimentolibertario.com/2014/06/populismo-libertario-campagna-diffamatoria-anti-nigel-farage-ukip-elite-italia/

    A un certo punto, l’autore afferma: “Il messaggio di Farage, ideologicamente basato su fondamenti di libero mercato, è teso ad un governo sovrano ma limitato nei poteri (e dunque responsabile di fronte alla legge generale astratta e davanti ai cittadini), in linea con la tradizione inglese, il che va chiaramente contro gli interessi di chi opera ed auspica invece un maggior rafforzamento iperstatalista dell’Unione europea quale unione politica tesa a controllare le vite di 500 milioni di persone pianificandone centralmente l’economia”.

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