Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

La libertà di dire no al velo

Una società di hostess non seleziona una ragazza musulmana che indossa il velo. Il tribunale la condanna per «comportamento discriminatorio». Ma così si viola l'autonomia del mercato, che risponde a domanda e offerta, non certo alle regole del politicamente corretto

velo occidente

Non è la prima volta che una Corte d’Appello ribalta una sentenza di Tribunale, il doppio grado di giudizio nel merito garantisce altrettante possibilità di avvicinarsi il più possibile a una decisione equa. Ma la sentenza in questione è andata oltre, ha addirittura inteso lanciare un messaggio che ha tutto il tenore di una forzatura del politicamente corretto.

La Costituzione è chiara in materia e l’art. 3 sgombra il campo da fraintendimenti riguardo alle discriminazioni legate alla religione per ciò che concerne l’uguaglianza “dinanzi alla legge”. Qui la magistratura sembra però sconfinare nelle leggi di mercato.

Veniamo al fatto. Sara, una ragazza italiana nata da genitori egiziani musulmani, si era candidata presso l’agenzia di reclutamento del personale Evolutions Events di Imola per un lavoretto di volantinaggio di due giorni alla fiera Micam di Milano. La società in questione si era permessa di chiederle se avrebbe rinunciato al velo durante l’orario di lavoro, dato che per la candidatura veniva espressamente richiesta una capigliatura lunga e vaporosa.

La ragazza aveva risposto negativamente adducendo giustificazioni di ordine religioso e la sua candidatura fu lasciata cadere, questione che Sara portò dinanzi al tribunale di Lodi, il quale riconobbe l’incompatibilità tra la domanda e l’offerta di lavoro, perché «la prestazione non si esaurisce nel distribuire volantini ma nel farlo prestando la propria immagine con le caratteristiche volute dal datore di lavoro».

La Corte d’Appello ha ora ribaltato la sentenza condannando la società a risarcire il danno non patrimoniale subíto, valutato in 500 euro, classificando come discriminatorio il comportamento dell’agenzia.

Del resto non si capisce perché non vengano assunte modelle in sovrappeso, o mulatte per la pubblicità delle protezioni solari. Che sia solo perché non si candidano o assistiamo a una discriminazione dietro l’altra? La discriminazione esiste se a parità di caratteristiche o di prestazioni richieste la persona viene scartata solo per motivi di razza, di sesso o di religione. Senza contare che se la causa del diniego fosse stata la religione, l’agenzia non avrebbe nemmeno chiesto a Sara la disponibilità a scoprire il capo, avrebbe semplicemente rifiutato la domanda senza fornire motivazioni. Quanti datori di lavoro non assumono donne velate e finisce lì senza che gli venga chiesto se siano disposte a svelarsi in servizio?

Una lieve condanna che crea però un precedente grave: la magistratura entra a gamba tesa nel mercato del lavoro privato stravolgendo il principio della domanda e dell’offerta, equilibrio che nulla ha a che fare con le discriminazioni di ordine religioso ma che segue precise regole commerciali. Tanto è vero che il velo, se indossato per scelta, è diventato addirittura un accessorio modaiolo, persino Anna Wintour lo ha esaltato su Vogue e le sfilate etnochic lo propongono in tutte le salse multicolor facendogli perdere molto della sua allure religiosa a favore di un carattere di tendenza. Con l’unica differenza che se, per esempio, al posto del logo LV sulle borse di Vuitton comparissero tante svastichine, qualcuno potrebbe scandalizzarsi, mentre per il simbolo principe della sottomissione della donna nessuno batte ciglio, ma sì, è trendy, tutt’al più avremmo da ridire sui colori.

Certo che se i magistrati intendono infilare fantasiose discriminazioni religiose in ogni anfratto del libero scambio di servizi e di posti di lavoro, finiscono per generare un’altra forma di discriminazione: quella della libertà di assunzione da parte delle aziende private già alle prese con le quote rosa, un’ulteriore forzatura al limite dell’ingiustizia verso la meritocrazia. Così facendo compiono, se non un reato, un peccato di eccesso di correttezza nella direzione sbagliata, rischiando di mettere paradossalmente in discussione gli stessi principi costituzionali di libertà e di democrazia che dovrebbero tutelare.

Nel frattempo Sara si è trasferita a Londra, qualcuno scrive che lì sarà meno discriminata, buon per lei che potrà confrontarsi solo con la meritocrazia, ma nel Paese del licenziamento facile non troverà un giudice disponibile a prenderne le parti per il solo fatto di indossare un velo. Auguri!

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 9 maggio 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a La libertà di dire no al velo

  1. Epulo Rispondi

    7 maggio 2016 at 08:31

    questo apre la strada a tutte le islamiche, o pseudo tali, per poter ottenere facili guadagni, verso agenzie che reclutano modelle. Basterà accettare il lavoro, rifiutarsi di farlo secondo quanto richiesto, e si otterrà un guadagno senza lavorare.

  2. Marco Rispondi

    7 maggio 2016 at 08:40

    Bisogna purtroppo spiegare a questi statalisti e portatori di coscienze etiche che loro devono solo applicare la legge.Null’altro.Bisognera dire ogni giorno che l’etica in ogni momento è’ garantita dal mercato e dalla libertà che lo stato anche attraverso la magistratura deve garantire.Bisogna dire a questi che se non muovi reciprocità negli affari muori e l’etica e’ il regolatore di questo.Se l’esigenza è’ quella richiesta o ti adegui,studi,ti oerfezioni o vai fare ma religiosa da un’altra papere o te ne stai chiusa in casa.D’alte parte a vedere queste poverette bardate come le fanno bardare ti viene una tristezza e gli stimoli di gioia all’acquisto o ad una visione positiva della vita e delle libertà se ne vanno.Pensate che una compagnia possa assumere una di queste a bardatura incorporata?

  3. aquilone Rispondi

    7 maggio 2016 at 12:22

    Non riesco a capire come si possa giungere a tali sentenze se non immaginando che dietro ci sia la malafede, la voglia di emergere, il desiderio di distruggere, il credersi, come giudice, onnipotente. Se per un determinato lavoro sono richieste determinate caratteristiche fisiche, la richiesta va rispettata, punto. Se questa sentenza farà scuola, da domani tutti potranno ricorrere, dai ciccioni agli anoressici, da quello senza un braccio a quello costretto sulla sedia a rotelle, dai nani ai giganti. C’è da chiedersi come poter fare uno spot pubblicitario al mare per un costume da bagno o un paio di mutande senza correre il rischio di una querela da parte di un modello che desidera restare col cappotto e il colbacco di pelliccia. Il giudice lo dovrebbe spiegare

  4. cerberus Rispondi

    7 maggio 2016 at 20:46

    Solita spazzatura statale che ficca il naso dove non dovrebbe.Libertà di impresa in libero stato? Italica utopia.

Rispondi a cerberus Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *