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Serve il modello Israele

Visto che l'intelligence europea fa acqua da tutte le parti, sarebbe ora che il Vecchio continente andasse a scuola da chi il terrorismo islamico lo combatte da decenni. Qualche leader ha già contattato Netanyahu, meglio tardi che mai...

Israeli soldiers prepare to shoot teargas grenades at Palestinian boys throwing stones at them July 13, 2002 in Bethlehem's Deheishe refugee camp. The Israeli Defence Forces mantained its curfews in the West Bank cities, reoccupied with the stated aim of rooting out Palestinian suicide bombers REUTERS/Magnus Johansson

Eravamo tutti Charlie, poi Parigi, oggi Bruxelles. Dietro i vari #jesuis, però, se ne nasconde uno sempre più evidente, chiaro, spaventoso per tutto l’Occidente: #jesuisIsraele. Siamo tutti Israele, ormai: viviamo con il nemico non più alla frontiera, bensì alle porte di casa. Viviamo quotidianamente la paura di entrare in un aeroporto, di divertirci allo stadio, di farci un giro nelle vie dello shopping di Milano o un tour tra le bellezza di Roma. Viviamo nello stesso stato psicologico e costante in cui vivono i cittadini israeliani. Che sia questo il prezzo più alto da pagare in cambio della globalizzazione?

La risposta potrebbe anche essere un sì definitivo. Ma, certo, l’Europa sta facendo ben poco per arginare la minaccia terroristica. Parigi e Bruxelles sono il simbolo del flop clamoroso delle varie agenzie d’intelligence dell’Unione, agenzie sempre più distanti fra loro, scollegate, spaventate e poco preparate. Ma a mancare non è solo la comunicazione tra i servizi delle nazioni europee, che vivono nella totale sfiducia l’una dell’altra: manca pianificazione, mancano controlli efficaci. Dobbiamo sapere chi vola su che aereo, ad esempio. Ma sul famoso codice pnr il Parlamento europeo ancora deve esprimersi.

Di attacco alla democrazia, all’Europa, hanno parlato tutti i leader. Il primo è stato il presidente francese Hollande, seguito a ruota da gran parte dei suoi colleghi. Il nostro ministro della Difesa Pinotti ha lamentato un grave ritardo nell’organizzazione dei servizi, dichiarando che l’Europa deve essere più veloce e coordinata nella lotta al terrorismo. Ma sotto attacco è l’Occidente tutto, un attacco imprevedibile, una minaccia perenne. Proprio come l’assedio quotidiano che abita in Israele. Per provare a dare una risposta ai fenomeni di terrorismo che incombono sul Vecchio continente, il premier belga Michel ha annunciato un incontro a breve con il collega israeliano Benjamin Netanyahu. Serve imparare le tecniche d’intelligence per affrontare ogni giorno, in ogni luogo, la furiosa minaccia del terrorismo islamico. E serve impararlo dalla migliore intelligence al mondo, assieme a quella statunitense. E forse comprendere, dopo tante ipocrisie passate, come i tentativi ripetuti di boicottaggio dei prodotti dei coloni israeliani da parte europea e le prese di posizione internazionali a favore dei palestinesi, che Israele è oggi l’avanguardia di civiltà dell’Occidente e l’unico Stato che riesce veramente a fronteggiare il pericolo terroristico.

Tuttavia, ammettere di dover affrontare una minaccia così seria, così costante equivarrebbe ad ammettere che sì, siamo in guerra. Siamo in guerra come lo è Israele da decenni contro il terrorismo palestinese ed islamico. Scrivere “stato di assedio” sulla bandiera europea, su ogni simbolo dell’Unione, fa paura a tutti i leader politici. Ma militarizzare le nostre città non vuol dire aumentare il caos, soffiare sul fuoco della paura. «Perché quel Paese – scrive Fiamma Nirenstein su Il Giornale – da sempre in guerra, Israele, è felice, molto felice, addirittura sempre più felice: è salita dal quattordicesimo posto della lista precedente all’undicesimo odierno nonostante le terribili perdite, il terrorismo, l’impervio compito di far fiorire il deserto, il clima talora molto caldo, nonostante lo scontro interno fra componenti ideologiche diversissime, con i super laici di Tel Aviv, i haredim, Pace Adesso, i coloni, la destra, la sinistra. Nonostante le critiche furibonde e ossessive dell’universo mondo, nonostante le disparità sociali che la mettono sempre a confronto col tema della povertà di parte della popolazione. Perché? Se io, che ci ho vissuto e ci vivo, penso alla felicità descritta nelle statistiche, mi viene prima di tutto in mente una marea di bambini: li vedo a Gerusalemme e a Tel Aviv, nei parchi e al mare. Sciamano per la strada, nei luoghi pubblici in carrozzina, nei supermarket sui trolley, sui mezzi di trasporto, ai bar, ai ristoranti. Chiedono, cantano, insistono».

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di on 24 marzo 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Serve il modello Israele

  1. luca Rispondi

    24 marzo 2016 at 12:14

    In Israele sempre piu’ felici pur in guerra perenne con un mondo infelice e retrogrado Obama compreso.Ci sia d’esempio ,oggi compete ai sindaci e a tutti noi cittadini pensarci in guerra ,e non vogliamo pensarlo ne capirlo fin quando ammazzano i nostri figli, ed a sindaci e cittadini compete controllare e denunciare aree sospette o soggetti sospetti per farne seguire controlli che devono essere di routine altrimenti piangeremo tanti altri morti innocenti per mano di questi assassini delinquenti….oltre a schieramenti di esercito e polizia tutta che certo fastidio non danno anzi ….se non a questi delinquenti.

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