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Quanto ci manchi Florence King, lesbica contro l’utero in affitto

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Ci vorrebbe Florence King. Ci vorrebbe Florence King per rispondere alle fregnacce frignucolose del pane quotidiano LGBT, “l’utero in affitto”, il “genitore 1 e 2”, l’“omoaffettività”, il presepe con due san Giuseppe, Krzysztof Charamsa, Nichi Vendola o i patetici nastrini arcobaleno di Sanremo. Ma purtroppo Florence King non c’è più. È morta il 6 gennaio, il giorno dopo il suo ottantesimo compleanno. Florence era femminista. Al college fu bisessuale, dopo è stata lesbica, ma non ha mai protestato, non ha mai preteso, non ha mai ragliato. Ci vorrebbe lei davanti al freak show di oggi; lei sì, infatti, che era un vero uomo.

Né suffragetta petulante né rivendicazionista lamentosa, nacque a Washington nel 1936 da padre inglese e madre “sudista” di antico lignaggio aristocratico virginiano. Studiò Storia, la insegnò pure, ma poi imparò a far denaro scrivendo. Si definiva una conservatrice tradizionalista e detestava masse, movimenti, populismi. Si dichiarava agnostica, ma era una episcopaliana attiva. E nella repubblica degli Stati Uniti era un convinta monarchica. Per anni ha sversato tonnellate di critica acida sui falsi miti del politicamente corretto contemporaneo, riservando il fiele migliore per il falso moralismo sia borghese sia proletario ma soprattutto pusillanime che le ammorbava l’aria. L’ecologismo, la Sinistra, le femministe, gli omosessuali: prigionieri non ne ha mai fatti. Sull’aborto (contro) ha scritto righe che siccome temo le querele poiché tengo famiglia non ho il cuore di tradurre qui. E non ha risparmiato nemmeno i conservatori socialmente sostenibili, visto che politicamente si definiva «appena un po’ più a destra di Vlad, l’impalatore». Ma dove davvero Florence King eccelleva erano le recensioni librarie. In poche righe dilaniava la preda.

Ha scritto tanto, molto e lo ha fatto su Newsday, Redbook, Cosmopolitan, The New York Times, The Spectator, ma la casa l’ha trovata a National Review mandando in sollucchero i lettori e soprattutto il fondatore (e colonna del movimento conservatore statunitense, e cattolico, anzi cattolicissimo), William F. Buckley, con una rubrica che era la sua carta d’identità, The Misanthrope’s Corner. La tenne per dieci anni fino al 2002, smise, ma poi nel 2006 riprese a scrivere mensilmente per il quindicinale National Review fino praticamente alla fine, là nel suo angoletto di Fredericksburg, in Virginia, perla dell’America coloniale.

Eccentrica, umoristica, caustica, romantica, fumatrice incallita, sempre sopra le righe con inimitabile raffinatezza, da ragazza aveva un non so che di Renée Zellweger (e qualche chilo di troppo come Bridget Jones, ma come lei senza affatto stonare) e nella maturità è stata una virago dai capelli corvini tirati sulla nuca in uno chignon immancabile e impettito. Ma, fateci caso, lei che nel 1992 intitolò uno dei suoi molti libri With Charity Toward None: A Fond Look at Misanthropy, non si è mai fatta fotografare senza un rotondo sorriso.

Per cesellare poche migliaia di battute impiegava ore, e anche per una sola virgola fuori posto scatenava piazzate memorabili con il redattore di turno. In gioventù vinse qualche premio giornalistico ma capì che poteva alzare dollari facili scrivendo, sotto pseudonimo, storie pulp, romanzucoli porno e altro ciarpame erotico, in tutto una quarantina di titoli. Come “Laura Buchanan” pubblicò nel 1978 anche un romanzo storico, Barbarian Princess. Tra le sue collaborazioni vi fu anche la rivista dei capitalisti orgogliosi di esserlo, The American Enterprise, e sulle sue pagine, nel 1995, scatenò un putiferio accusando la giornalista Molly Ivins di plagio. «Se in questo Paese avessimo le leggi giuste», disse, «la sfiderei a duello». Sulla copertina di un altro suo libro, Lump It or Leave It, del 1990, si è fatta immortalare con un revolver in pugno, ma il suo titolo certamente più noto è Confessions of a Failed Southern Lady del 1985. Fu qui che fece coming out, dettagliando la relazione sentimentale che ebbe con una donna poi morta in un incidente d’auto. Ma proprio di questo si è sempre pentita. Si è pentita di avere dato in pasto al mondo la propria vita privata rischiando di essere presa per una dannata femminista o per una di quelle detestatissime “liberazioniste” da Gay Pride, lei che invece l’unico orgoglio di cui menava vanto era quello di essere una “zitella” o meglio ancora una “old maid” (più o meno “zitellaccia”).

Se glielo domandavano, rispondeva di essere una «femminista lesbica conservatrice» o «la più buffa Repubblicana bisessuale del mondo». Qualcuno si potrebbe legittimamente chiedere cosa ci facesse tra i banchi della Destra spesso reazionaria e morigerata. «A noi calzava come un guanto», ha scritto John O’Sullivan, cattolico, direttore di National Review dopo Buckley, l’uomo che portò Florence King a National Review seguendo un suggerimento di Peter Brimelow, altra penna caustica della Destra politicamente scorretta, e di sua moglie Margaret: «A noi calzava come un guanto con quel suo disprezzo spietato per l’opinionismo comune, la sua ammirazione per il coraggio contro la moda e le plebe, la sua nostalgia razionale e perspicace, la sua erudizione profonda ma portata con levità, e la semplice genialità della sua prosa». In verità, aggiunge O’Sullivan, «era una persona moralmente retta che denunciava le false carinerie e le ipocrisie della vita moderna». E «resistere alla tirannia della carineria non è misantropia; è magnanimità».

Jack Fowler, editore di National Review, amico intimo di Florence e suo vicino di casa a Fredericksburg, si è commosso: «Potrei scriverci un libro. Ma non lo farò. Gran parte di quel che c’è stato fra noi è del tutto privato e personale. […] Una cosa privata: Florence era una persona spirituale, se non altro percepiva lo spirito di alcune anime defunte specialmente la sua famosa nonna», il simbolo dell’atavicità “sudista” della sua famiglia cui era legatissima con trasporto ma senza illusioni, immortalata in parecchie sue pagine. «Quello l’ha portata a pensare, forse… Pochi mesi fa mi chiese di pregare per lei, e io lo feci, e lei fu felice di sapere che sulla vecchia coroncina di Bill Buckley veniva recitato il rosario per lei. La cosa le diede conforto, e forse ci sono state altre conseguenze. Ma stasera dirò per lei un’altra preghiera, e spero che lo farete anche voi, perché se leggendo Florence King avete tratto piacere, sappiate che, alla fine, lei ha cercato la pace, e se possiamo aiutarla a riposare in essa, dobbiamo farlo». Fondamentalmente Florence King non ha mai rotto le glorie a nessuno. «Non si può avere», scrisse, «sia l’eccellenza sia la democrazia». Quanto ci manca Florence King nel gayo disagio della civiltà moderna.

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di on 11 marzo 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Quanto ci manchi Florence King, lesbica contro l’utero in affitto

  1. Padano Rispondi

    14 marzo 2016 at 13:53

    Mi pare che c’entrasse un po’ poco col pensiero liberale, no? (Ho detto “liberale”, non “liberal”).

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