Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

L’Italia ripudia la guerra. Purtroppo

Al fondo dell'inghippo libico c'è il famigerato articolo 11 della Costituzione, e la cultura che gli sta dietro. Immobilista e pacifista a priori, buona forse per uscire dalle secche del fascismo, ma muta oggi di fronte alla minaccia del terrorismo islamista. E così un governo già inadeguato fa sfoggio di ipocrisia...

GuerraAl fondo del garbuglio libico c’è quello, il famigerato articolo 11 della Costituzione. E, ovviamente, la cultura che sottende, immobilista, cattocomunista, ideologicamente pacifista. Buona, forse, per uscire nel 1948 dallo sgangherato attivismo fascista, con tutti i suoi orrori bellici e i suoi errori strategici, in primis ovviamente il criminale abbraccio con Hitler. Ma oggi, nell’anno di grazia 2016, nell’era dello scontro di civiltà e del nuovo nazismo terrorista, frammentato, accomodato di fronte alle nostre coste, obiettivamente una prigione obsoleta.

Perché anche se Matteo Renzi e il suo governo fossero all’altezza di qualcosa come la guerra (e non lo sono), sarebbero comunque condannati all’ipocrisia e al cerchiobottismo. «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» (sacrosanto, se fosse tronco e letterale) «e – qui sta la zampata dell’ideologia, o se volete l’esito fisiologico delle ferite post-Ventennio – come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». È un’aggiunta letale, un’aprioristica dichiarazione di resa. Pensate se lo avesse avuto Winston Churchill, un codicillo del genere tra i piedi, nell’anno fatale 1940. Oggi saremmo tutti parte del grande Reich europeo, del continente unificato dalla croce uncinata. Perché è chiaro che la guerra è la bruttura suprema, il limite estremo dell’esistenza, la tragedia irredimibile. Ed è chiaro che chiunque non l’abbia vissuta nelle proprie carni non abbia alcuna idea di cosa sia concretamente, sottoscritto in testa. È altrettanto chiaro, però, che non può essere espulsa dall’orizzonte umano. Soprattutto, non la può espellere chi ama davvero la pace, chi ama la pace nella sua meravigliosa quotidianità salvifica, non nei periodici riti arcobaleno di piazza. Chiunque di noi, istintivamente, sa che esistono guerre giuste e persino necessarie, anche senza avere letto le ponderose riflessioni in merito di Michael Walzer, che peraltro è una delle massime autorità del pensiero liberal planetario, non un subdolo reazionario al servizio della lobby delle armi. Sono le guerre contro le “mostruose tirannie insuperate nell’oscuro e doloroso catalogo del crimine umano”, come disse Churchill del nazismo, sono le guerre per preservare la sopravvivenza contro una minaccia totalitaria incombente. Si tratta, nel caso di specie, di stabilire se il Califfato che porta le sua barbare pratiche a 500 chilometri dal suolo nazionale, annuncia un giorno sì e uno no la “presa di Roma” ed evoca costantemente attentati appartenga a questo genere di minacce esistenziali, o no. Io un’idea ce l’avrei, ma ovviamente è irrilevante rispetto alla drammatica questione di metodo: nel nostro Paese oggi, a questa architettura costituzionale e fin valoriale vigente, non possiamo nemmeno porci la domanda. Dobbiamo ripudiare la guerra, sempre e comunque.

E allora il premier sforna supercazzole surrealiste, come «la minaccia del Daesh in Libia non deve servire a giustificare spedizioni nel deserto» (ok, pars destruens accattivante, ma cosa facciamo?), «vedo gente che dice mandiamoci 5mila uomini. Calma, non è un videogioco» (appunto, la minaccia dell’Isis non è un videogioco che puoi spegnere a piacere), fino all’accusa iperbolica alla stampa di « fomentare venti di guerra» (pensavamo fossero i tagliagole islamisti ad esercitarsi in quest’arte). E i suoi dirimpettai, da Gentiloni alla Pinotti e oltre, insistono sull’imprescindibile «necessità di un governo di unità nazionale» tra Tripoli e Tobruk, che chieda poi via carta bollata «l’intervento internazionale», sapendo benissimo di venderci un’utopia per scenario concreto. In Libia è una questione di sicurezza nazionale e fin mondiale, concentriamoci su quest’urgenza, lasciamo il risiko delle convenienze istituzionali ai burocrati dell’Onu. Già, non possiamo, ripudiamo la guerra. Addirittura, ci stracciamo le vesti se dalla base Nato (ripeto, Nato) di Sigonella decolla qualche drone per qualche bombardamento mirato contro le gerarchie Isis, invochiamo un passaggio farraginoso e tutto politichese in Parlamento, come se davvero fosse salutare che su materie del genere si esprimano Gennaro Migliore, Razzi o Paola Taverna. Rincorriamo l’ultimo taroccamento linguistico, sia “missione internazionale” o “peacekeeping”, tutto per garantire a noi stessi che stiamo anzitutto ripudiando la guerra. Finché questa non arriva sull’uscio di casa, il trucco regge.

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 8 marzo 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

15 commenti a L’Italia ripudia la guerra. Purtroppo

  1. Marco Rispondi

    8 marzo 2016 at 08:02

    Oltre ad essere incapace di prodursi in azioni a difesa del paese che certo costerebbero denari e morti,l’esercito serve a questo bisognerebbe dirglielo.passeremo non solo per chiacchieroni da bar sport ma anche per vigliacchi.Vedremo nelle prossime trasmissioni della Durso cosa non starà decidendo.Direttore lei cita Churchill ma questo toscanello non sa chi sia,parli magari di Mandrake o Blak Macigno che qualcosa sa.

  2. Francesco_P Rispondi

    8 marzo 2016 at 08:41

    In questo momento ci sono validissime ragioni per intervenire in Libia ed altrettanto validissime ragioni per non intervenire. Infatti bisogna sempre porti la domanda: cosa succede dopo l’intervento? Chi potrà governare la Libia? Altrimenti avremo fallito l’obbiettivo di una guerra che comunque costerà sangue e soldi.
    Renzi, che è un occupatore di poltrone e non uno statista, non dice chiaramente quali sono i dubbi che devono essere risolti per non ripetere la sciocchezza di Sarkozy e Lady email. Invece prima dice sì, poi no, girando attorno ai problemi di fondo ancora irrisolti sul futuro di quella sventurata nazione.
    Non sono il solo a pensarla così (es http://www.difesaonline.it/geopolitica/tempi-venturi/farsa-libica-litalietta-nella-giostra-dei-burattini ).
    Intanto l’ISIS avanza e affondano meno barconi di quanto sarebbe per noi utile…

  3. aquilone Rispondi

    8 marzo 2016 at 09:30

    Tutto verissimo, carissimo Sallusti, ciò che scrivi. Resta il fatto che la Libia rimane un campo di battaglia tra i più insidiosi. Forse anche peggio della Siria. In Siria, se non altro, in generale, sai da che parte metterti: con assad o contro assad. Poi quel che succederà dopo è un rebus. In Libia non si sa nemmeno a favore di chi combattere l’isis. Io sono nato in Libia, (mio nonno era un colono degli anni ’30, in un villaggio fondato da Balbo che si chiamava Corradini) e fui poi espulso da Gheddafi nel ’70. Un pò so’ cosa vuol dire quel territorio e quella gente. Gli anni di re Idris furono i più facili: re Idris (semplifico) godeva di prestigio presso tutte le tribù, governava laicamente e in modo sufficientemente democratico, ricalcando gli insegnamenti amministrativi italiani e sfruttandone le strutture (uomini, immobili, istituzioni) create sempre dagli italiani. Certo, ogni tanto qualche focolaio si accendeva: ma erano per lo più focolai interventisti. Il popolo si eccitava per le crisi di Suez, per Nasser, per l’algeria che si ribellava ai francesi, o per la guerra dei 5 giorni. Ma re Idris riusciva a ristabilire sempre la calma, senza mai dover ricorrere a mezzi cruenti (anche se qualche “schiaffone” inevitabilmente volava). Arrivò Gheddafi e le cose cambiarono. Finita la sbornia iniziale che faceva andare in brodo di giuggiole il popolino (Via la base militare americana, via le basi militari inglesi, via gli italiani “nazionalizzandone” i beni, compreso il banco di roma, il banco di sicilia e il banco di napoli, nuove trattative per lo sfruttamento del petrolio) cominciarono i problemi. Gli italiani (che costituivano la spina dorsale dell’amministrazione pubblica, del commercio e della poca industria che c’era) vennero sostituiti per lo più dagli intellettuali (tecnici ed amministratori) egiziani che però, a differenza degli italiani, non lavoravano col rispetto di chi è ospite e di chi pensa che il proprio futuro sarà in Libia, ma con l’alterigia dei nuovi conquistatori e senza avere per giunta quelle capacità tecniche necessarie a mandare avanti un paese ricco e nello stesso tempo arretrato e da sviluppare. Iniziarono così i primi mal di pancia e per avere tecnici di livello si fece ricorso alla unione sovietica. Ma, semplificando, come risolse Gheddafi i mal di pancia del popolo e delle tribù? Dando sussidi in denaro pressochè a tutti. Il libico poteva anche non lavorare, ci pensava lo stato a mantenerlo. Ma chi nonostante ciò si ribellava veniva tragicamente zittito. Oggi il popolo non ne può più. Miseria nera per tutti e nessun sussidio. E ogni tribù cerca di ritagliarsi qualcosa a scapito degli altri. Il parlamento di tobruk o di tripoli non rappresentano niente di niente se non fazioni e tribù in lotta armata tra loro che certo, quando siedono in parlamento, non pensano alla riunificazione, ma a come possano prevalere sugli altri. Per giunta si è inserita l’Isis. Se l’italia andasse laggiù a far la guerra, quale tribù sarebbe alleata dell’italia, quale contro? Chi lo sa. Per giunta l’alleato di oggi potrebbe essere il nemico che ti pugnala alle spalle domani. Il tradimento, tra i musulmani, è pane quotidiano. La guerra in Libia andava fatta 46 anni fa, quando gheddafi fece il colpo di stato e per prima cosa se ne infischiò di tutte le risoluzioni che l’onu aveva preso per regolamentare una vita pacifica alla libia e ai suoi abitanti, compresa la comunità italiana, ebrea, inglese, americana, maltese, armena, greca, iugoslava e forse ne dimentico qualcuna come i berberi, i tunisini e megrebini in generale. Oggi la vedo davvero dura. Ma poi come si fa ad intervenire se non sia ha un piano ben preciso di cosa si vuol fare della libia, di chi dovrà governarla e come. Che fine sia prevista per i capi dell’isis, se processarli o metterli direttamente al muro, che ruolo dovrà avere la Nato e se dovrà averlo. Andare lì per sparacchiare ai tagliagole e basta mi sembra un non senso, specie col nostro esercito che è quello che è. Al massimo, come sempre, saremo in grado di fare dei campi per curare i feriti ed elargire un rancio ai diseredati prendendoci ogni tanto una mitragliata per ringraziamento.
    Dopo di che penso che prima o poi questa guerra si farà, specie se l’isis ingrandirà sempre più la sua sfera d’influenza in quel paese, cacciando magari l’eni e la total o le altre compagnie presenti.
    Scusami le troppe semplificazioni

    • Arcroyal Rispondi

      8 marzo 2016 at 14:06

      cit. “Re Idris riusciva a ristabilire sempre la calma, senza mai dover ricorrere a mezzi cruenti (anche se qualche “schiaffone” inevitabilmente volava). Arrivò Gheddafi e le cose cambiarono.”

      Sono contento che da un testimone oculare arrivi un ‘dettaglio’ importante. Si continua da quasi 5 anni a ripetere ossessivamente che in Libia il principio di ogni male fu la “sciagurata decisione” di Sarkozy e Cameron che per bieca avidità petrolifera avrebbero abbattuto quel sant’uomo di Gheddafi. Invece la realtà è che la destabilizzazione della Libia e di gran parte dei paesi limitrofi iniziò con l’abbattimento della monarchia senussita e la chiusura della base americana di Wheelus Field ( allora la più grande del Mediterraneo ) e di quella inglese di el Adem che rappresentavano la garanzia della stabilità del paese. Fino a che ci furono il re e gli angloamericani, in Libia si viveva benino e soprattutto non si esportavano guerre e terrorismo in giro per il mondo ( i principale prodotti di esportazione nei magici 40 anni del colonnello beduino, ndr ) e non erano neppure aperte le sale di tortura dove per decenni furono martoriati e massacrati libici di ogni età, ma soprattutto ragazze e ragazzi prede degli appetiti sessuali del mostro e dei suoi complici.

      Prima arrivarono le trasmissioni radio dal Cairo in cui il regime nasseriano incitò i frattelli libici ad insorgere contro i colonialisti e il loro fantoccio coronato. Poi gli agenti segreti egiziani e i militari libici cappeggiati da Gheddafi, e si aprirono le porte per l’inferno come sempre capita quando i nazionalsocialisti prendono il potere. Infine, quando furono cacciati italiani ed ebrei ( anche se gli ebrei avevano già incominciato a scappare dopo il pogrom del 1967 propiziato dagli incitamenti via radio del nazista Nasser ) e le lapidi dei cimiteri italiani furono utilizzate per costruire un molo del porto di Tripoli, il governo italiano invece di appoggiare i tentativi di abbattere il beduino da parte dei nostri alleati occidentali e dei dissidenti del regime, iniziò a flirtare con il mostro e a sostenerlo in ogni modo. L’Italia dei Moro e degli Andreotti che passano per santi in questo regno delle favole che si chiama Italia, porta responsabilità gravissime per le infinite volte che sostenemmo segretamente il colonnello sfidando e violando i vincoli di alleanza ( e di lealtà ) che ci legavano all’America e alla Nato.

      Perchè l’Italia democristiana ( e pure quella comunista e socialista ) fecero una scelta così balorda? Forse c’entrarono pure motivi ideali come la simpatia scellerata per i nazionalismi arabi contrapposti alle “decadenti” monarchie ( non era forse vero che anche l’Italia era nata da una guerra di liberazione e dall’abbattimento di una monarchia? ). Ma c’entrava anche e soprattutto il fiume di soldi che Gheddafi riversò sottobanco nelle tasche delle classi dirigenti italiane. Pensiamo solo ai miliardi con cui a metà degli anni settanta furono salvati la Fiat e il sistema che gli gravitava attorno, compresi interi partiti politici. Si narra che Sarkozy abbia abbattuto Gheddafi per togliere di mezzo le prove dei finanziamenti libici che gli avrebbero permesso l’elezione all’Eliseo. Secondo me è una balla ( Sarkozy contribuì ad eliminare Gheddafi per punirlo finalmente delle centinaia di francesi uccisi negli atti di terrorismo internazionale da lui organizzati, credendo così di essere rieletto ), ma in Italia prima di denunciare l’egoismo e la scelleratezza francesi forse sarebbe il caso di farsi un bell’esame di coscienza.

      In quanti qui da noi hanno preso valigie, se non vagonate, di dollari da Gheddafi? L’aver dimenticato la tragedia dei nostri connazionali in Libia e la rapina di ogni loro avere non è stato forse l’inizio di un cammino che ci ha portati dritto dritto ad oggi, alla condizione per cui qualunque italiano osi viaggiare per lavoro o per piacere sulla sponda meridionale del Mediterraneo o in Medio oriente rischia rapimenti ed uccisioni, che tanto, si sa, noi più che pagare tutto e tutti mettendo una pietra sopra a qualunque infamia, non siamo capaci?

      • aquilone Rispondi

        8 marzo 2016 at 18:03

        Ho semplificato troppo. Vero, gli ebrei se ne andarono nel 1967 a seguito dell’eccitazione popolare scaturente dalla guerra dei 6 giorni. Alcuni ebrei furono linciati per strada; noi italiani in quei giorni avevamo una paura fottuta di essere scambiati per ebrei. Io stesso e mio padre ci trovammo il 5 giugno 1967 in grave pericolo. Erano partiti i moti di piazza e mio padre aveva deciso di chiudere l’attività e di andare a rifugiarci a casa. Avevo 16 anni. In auto ci trovammo a passare in mezzo a due ali di folla inferocita ed eccitata, erano migliaia di persone e si divertivano a minacciare e tirare pugni e sputi sulla macchina. Procedevamo a passo d’uomo, mio padre continuava a ripetere a quegli scalmanati la parola “rumi” (italiani). Fortunatamente riuscimmo a venirne fuori anche perchè ci fu una carica della polizia e ci fecero passare verso la salvezza. Passata la “tempesta” iniziale (Due giorni dopo. Radio cairo smise di trasmettere i propri eccitanti bollettini di vittoria – capitolo a parte, sembrava che l’aviazione israeliana fosse stata annientata e centinaia di carri armati distrutti, mentre la verità era che oltre 3/4 dell’aviazione egiziana era stata già distrutta al suolo, senza nemmeno l’ebrezza di accendere i motori e che l’intero Sinai era ormai in mano a Moshè Dayan). Passata la tempesta, dicevo, gli ebrei, giorno per giorno, scortati a gruppi dalla polizia, raggiunsero l’aereoporto (che tutti continuavano a chiamare “aereoporto di Castel Benito”) e rimpatriarono in italia, stati uniti, israele. A Tripoli erano circa 6.000. Un mio compagno di scuola e la sua famiglia furono invece raggirati e trucidati. Si presentò a casa loro un gruppo di falsi poliziotti con l’incarico di portarli all’aereoporto, ma appena fuori città si fermarono e li uccisero tutti. Molti italiani, in quell’occasione, se ne andarono via spontaneamente; la comunità da circa 30.000 si ridusse a 20.000. Ci sarebbe un libro da scrivere su quegli anni dal 1966 al 1970. Scusa se mi sono lasciato andare con le mie rimembranze

        • Arcroyal Rispondi

          8 marzo 2016 at 23:17

          Una bellissima testimonianza, davvero. I commenti basati su esperienze personali sono i più interessanti. Tanto più se riguardano pagine di storia che qui da noi purtroppo conoscono in pochi.

          La vicenda degli italiani in Libia è stata annegata in un’alluvione di propaganda terzomondista e anticolonialista. Pare che l’unica cosa che vada ricordata sia la sanguinosa repressione della rivolta di al-Mukhtar. Invece silenzio quasi assoluto sul fatto che in Libia gli ‘sfruttatori’ italiani portarono porti, ospedali, scuole, un’agricoltura moderna. I turchi in centinaia di anni di colonizzazione non avevano praticamente costruito strade. L’Italia collegò con la Balbia l’intera costa mediterranea. I giacimenti di petrolio iniziarono ad essere sfruttati quando il dominio italiano era finito da un pezzo: in Libia abbiamo solo speso caterve di soldi, ricavandone poco o nulla. Ed è toccato pure per anni ascoltare il serial killer beduino che dalla tenda nel deserto dove fingeva di vivere rivendicava fantasmagorici risarcimenti, peraltro subito concessi dai nostri governanti per tenerselo buono.

  4. marco Rispondi

    8 marzo 2016 at 10:10

    una tirata sull’assurdo della pace ad ogni costo davvero intrigante. Ma cosa sta suggerendo, in concreto? Di mandare l’esercito in Libia di iniziativa? Perché come è facile a parole cianciare di ripudio aprioristico della guerra, è altrettanto a buon mercato sostenere l’opposto. Ma se poi alle eletrizzanti dichiarazioni stile quattro di luglio non segue nessuna indicazione (di massima, ovviamente) sul da farsi, i Tornado restano a terra anche nell’immaginario dell’editorialista ed allora viene da chiedersi a che serva comporre aulici spartiti se poi il risultato finale non cambia.

    • Arcroyal Rispondi

      8 marzo 2016 at 13:33

      Mi sa che prima di elaborare piani di guerra, occorre spiegare agli italiani, un popolo più furbo che intelligente, che in costituzione si può pure includere un articolo che abolisce il cancro, ma non è poi detto che il cancro si arrenda e abbandoni i nostri ospedali. La prima battaglia che va combattuta è quella di riportare gli italiani alla realtà ( secondo i sondaggi i contrari a qualunque intervento militare in Libia oscillano tra il 65 e l’85% ). Dopo averli illusi che si poteva rinunciare al nucleare in nome di fratello Sole e del dio Eolo e adesso pure che le trivellazioni e lo ‘shale gas’ sono l’anticamera dell’Apocalisse, occorrebbe per esempio dire chiaramente che senza il gas e il petrolio libici siamo nei guai. Così il fatto che a qualche decina di miglia nautiche dalle nostre coste si insedi un califfato islamista non è molto augurabile perchè arriverebbero ancora più barconi carichi di “migranti in fuga da guerre e fame” e di aspiranti kamikaze in nome di Allah clemente e misericordioso. Gli articoli come questo servono perchè sono un sano calcio in culo per farci uscire dal perenne ‘8 settembre’ mentale che non ci permette di afferrare nemmeno i nostri interessi basilari.

  5. Arcroyal Rispondi

    8 marzo 2016 at 13:16

    In Marocco nel maggio del 1904 Mulai Ahmed er Raisuni, un incrocio tra un capo religioso ed un bandito, fece con la sua banda un’incursione su Tangeri e rapì il cittadino americano Ion Hanford Perdicaris e suo figlio. In cambio del loro rilascio er Raisuni chiese al Sultano del Marocco 70000 dollari, 2 ricchi distretti e un’amnistia. Il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt reagì subito con energia ed inviò al largo delle coste marocchine uno squadrone di navi da guerra e diverse compagnie di marines, minacciando fuoco e fiamme se i cittadini americani non fossero stati rilasciati. Il Segretario di Stato John Hay si presentò a Chicago alla convention nazionale repubblicana con questa parole:

    “Questo governo vuole i Perdicaris vivi o Raisuli morto”.

    Il congresso venne giù dagli applausi, i Perdicaris furono liberati, Theodore Roosevelt rieletto.

    Noi oggi abbiamo bisogno prima che dei piani di volo per i Tornado e delle zone di sbarco per la San Marco e la Folgore, di persone come Sallusti ( e Panebianco e Ferrara ) che spieghino a questa genia di conigli che è catalogata sotto il nome di ‘italiani’, che la maniera migliore per caversela in questo sporco mondo è di parlare gentile e portarsi dietro un grosso bastone ( “Speak softly and carry a big stick: you will go far” Teddy Roosevelt, 1901 ). Le tiritere pacifiste, anche se sono vergate a caratteri di fuoco nel sacro testo della costituzione, fanno solo danni perchè del tutto fuori dalla realtà.

    • Milton Rispondi

      8 marzo 2016 at 18:58

      Grazie per i suoi commenti, informati e precisi. Concordo però con Adriano sul fatto che il vero nemico sia l’Islam, più che l’Isis o le bande libiche.
      Inoltre lei e Sallusti non esplicitate a chi fare la guerra, se ciò significa poi occupazione pur temporanea della Libia e il suo successivo assetto istituzionale. Sarò poco informato, ma a me pare evidente che:
      – nessun stato a maggioranza mussulmana può essere democratico (vedi la stessa Turchia). Quindi necessita comunque di un dittatore o simil-dittatore.
      – qualsiasi intervento esterno non ottiene altro, almeno nel medio termine, che alimentare odio per gli “infedeli” e terrorismo esterno.

      Mi ha sorpreso Luttwak, non l’ultimo arrivato su queste questioni, che in una breve intervista relativa alla situazione siriana sostenne quasi letteralmente: ” spazzato via l’Isis, nella impossibilità di occupare militarmente la Siria per anni ed anni, meglio ritirarsi e lasciare che le fazioni in campo si scannino fino a trovare tra loro il vincitore “.
      Personalmente la penso uguale per la Libia, aggiungendo subito dopo un blocco navale e controlli tassativi (per non dire blocco) di qualsiasi immigrazione mussulmana.

      • Arcroyal Rispondi

        8 marzo 2016 at 23:23

        cit. ” nessun stato a maggioranza mussulmana può essere democratico (vedi la stessa Turchia). Quindi necessita comunque di un dittatore o simil-dittatore”

        Eppure la Turchia è stata a suo modo democratica per decenni. Eppure l’Indonesia e la Malesia sono a loro modo democratiche. Eppure il Marocco e la Giordania sono, se non ancora compiutamente democratici, comunque messi molto meglio dell’Egitto e della Siria. Eppure la Libia di Re Idris era infinitamente più democratica della Jamahiriya di Gheddafi. Questa storia che la democrazia non possa funzionare nel mondo islamico è il comodo alibi con cui si giustificano i Saddam, gli Assad e gli Al Sissi. Forse nel mondo islamico non si è mai vista una democrazia come quella che si respira dalle parti di Westminster, ma è altrettanto vero che per la pace e la sicurezza interne ed internazionali non ci sono stati fallimenti più grandi di quelli rappresentati dalle dittature nazionaliste. La Siria degli Assad, l’Iraq di Saddam, la Libia di Gheddafi sono stati artefici di continui conflitti e di interminabili massacri. La Turchia, la Malesia, l’Indonesia, il Marocco, la Giordania no. Nel mondo arabo come da qualsiasi altra parte a fallire clamorosamente sono sempre le dittature. Non è che l’idea di libertà sia aliena agli uomini e alle donne di religione mussulmana. Altrimenti non si spiegherebbe la singolare circostanza che non appena ne hanno l’occasione scappano tutti quanti verso Ovest.

        cit. “qualsiasi intervento esterno non ottiene altro, almeno nel medio termine, che alimentare odio per gli “infedeli” e terrorismo esterno”

        Questo non è mica tanto vero. In Iraq dopo il ‘surge’ del generale Petraeus e fino al 2011 la situazione era in netto miglioramento sotto ogni punto di vista. E’quando il supremo imbecille attualmente alla Casa Bianca ha ritirato le truppe che è successo il finimondo.
        Poi c’è pure l’esempio libico. Nel gennaio del 1943 l’Ottava Armata del generale Montgomery entrò a Tripoli ponendo fine al dominio italiano. Per i successivi 25 anni la Libia fu sostanzialmente un protettorato angloamericano. Come ha testimoniato Aquilone è stato il periodo più felice della sua storia. Un esercito ridotto ai minimi termini, forze di polizia addestrate dagli inglesi, una base americana in Tripolitania e una inglese in Cirenaica. Un livello di libertà e di sicurezza del tutto cancellati dopo il 1969. Come dimostra anche la vicenda degli ostaggi di Sabrata ancora oggi verso gli italiani c’è spesso disprezzo e ostilità. Verso gli inglesi non mi pare proprio. Gli inglesi vanno e vengono dalla Cirenaica senza che nessuno si sogni di sfiorarli. Eppure più colonialisti di loro non c’è mai stato nessuno. Solo che noi italiani importammo in Libia anche le colonne mobili di Graziani, le deportazioni, i campi di concentramento, le fucilazioni indiscriminate. Gli inglesi invece non si misero ad ammazzare a destra e a manca, lasciarono che si amministrassero da soli, si limitarono a buttare un occhio sulle forze di polizia e sui confini. Un modello che ha funzionato ieri e può benissimo funzionare ancora oggi senza dispiegare chissà quali immani armate. Qualche centinaio di inglesi supportati dalla Legione Straniera francese e dai droni americani mettono in sicurezza l’intero paese.

        cit. ” spazzato via l’Isis, nella impossibilità di occupare militarmente la Siria per anni ed anni, meglio ritirarsi e lasciare che le fazioni in campo si scannino fino a trovare tra loro il vincitore “.

        Questo lo sostenne ben prima di Luttwak Henry Kissinger a proposito del conflitto Iran-Iraq degli anni ottanta. Disse più o meno che l’ottimo sarebbe stato che si sfinissero a vicenda, ma purtroppo non era possibile, prima o poi sarebbe emerso un vincitore ( nel caso di Iran-Iraq successe addirittura di peggio: non ci fu nessun vero sconfitto ). Ecco, quando poi saltasse fuori un vincitore, che si fa? La Libia unita sotto un dittatore ha rappresentato per decenni una fonte continua di terrorismo e di destabilizzazione non solo per l’Africa, ma pure per l’intera Europa. Non parliamo poi del degrado umano e culturale dei libici dopo un quarantennio passato tra le grinfie di una simile mostruosità. E’davvero il caso di ripetere una simile entusiasmante esperienza?

        • Dario Rispondi

          9 marzo 2016 at 10:54

          Caro Arcroyal, la ringrazio di cuore per i suoi interventi, a nome di tutte le persone (una minoranza, ovviamente, nel mondo, e un’infima minoranza nel nostro PAese cattofasciocomunista) che affrontano i temi di politica estera e di sicurezza inforcando gli occhiali del realismo e del common sense, anziche’ quelli deformanti dell’ideologia!

  6. adriano Rispondi

    8 marzo 2016 at 13:51

    Inutile parlare della costituzione perchè è da rifare.Inutile parlare di guerra se non si concorda sul nemico.A mio avviso non è l’Isis ma l’islam.E’ chiaro che non si può farla a mezzo mondo ma è altrettanto chiaro che se non si evidenzia l’incompatibilità con la democrazia si rimane nell’ipocrisia dell’equivoco.La guerra non può essere preventiva ma di risposta ad un attacco grave e non provocato perchè il suo scopo è l’annientamento totale del nemico.Non può essere giustificata quindi da fatti che abbiamo provocato noi,la destabilizzazione della Libia o di altri.Questo perchè prima di mandare a morire i nostri soldati si devono usare tutti i mezzi a disposizione per poter limitare le perdite,come l’uso delle armi nucleari tattiche.Ricordo che lei tempo fa ricordava il sacrificio dei ragazzi americani nello sbarco in Normandia.Oggi ,a mio avviso,ciò sarebbe inaccettabile,se prima non si fa quello che si può fare.Concludendo non abbiamo le idee chiare su quello che bisogna fare e quindi meglio lasciar perdere.Anche perchè comunque,con gli attuali governanti, sarà così.

  7. adriano Rispondi

    9 marzo 2016 at 14:05

    Uno stato islamico non può essere democratico perchè è islamico.La religione prevale sulla politica,la sostituisce e condiziona tutti gli aspetti della vita.Appartenere alla comunità è un obbligo,la scelta contaria non è ammessa.La libertà neppure.Della parità dei diritti delle donne meglio non parlare.Dove in apparenza non c’è una schiavitù palese questa è sempre dietro l’angolo e nella disponibilità del primo che interpreta a modo suo il corano.

    • Arcroyal Rispondi

      10 marzo 2016 at 10:47

      Ecco un bell’esempio di quello che Dario chiamerebbe un intervento scritto “inforcando le lenti deformanti dell’ideologia”. Di solito è una specialità della sinistra, ma anche tra la destra putiniana mica si scherza.

      E’innegabile che l’Islam radicale è la negazione della democrazia liberale, ma questo non significa che tutti i mussulmani rifiutino la democrazia e i diritti umani.

      L’Indonesia è il paese dove vivono più mussulmani al mondo. Su 255 milioni di abitanti, l’87% è di fede mussulmana ( 99% di sunniti ). Dopo l’indipendenza dagli olandesi nel 1949, ha conosciuto alcuni anni di democrazia parlamentare per scivolare poi lentamente in un regime autoritario guidato dal padre fondatore della Republica, Sukarno. Un percorso molto simile a quello di molti altri paesi a maggioranza mussulmana. Inoltre l’Indonesia tra gli anni cinquanta e sessanta rappresentò un costante fattore di destabilizzazione nel sud-est asiatico: alimentò movimenti di guerriglia ed effettuò interventi militari diretti nei paesi confinanti, in particolare in Malesia. Era insomma uno stato canaglia alla stregua della Libia di Gheddafi. Nel 1965 ci fu prima un tentativo di colpo di stato comunista e poi una sanguinosa controrivoluzione guidata dalle forze armate e sostenuta dai partiti islamici. Il generale Suharto, capo dell’esercito, nel giro di poco tempo si sostituì a Sukarno e divenne il padrone dell’arcipelago. Per trent’anni l’Indonesia fu retta da un regime dittatoriale che violava sistematicamente i diritti umani e dove la corruzione regnava sovrana. Una versione asiatica della Siria degli Assad, con la differenza che invece di essere alleati con l’Urss i generali indonesiani erano vicini agli Stati Uniti. Nel 1998 a seguito della profonda crisi economica e di violente manifestazioni di piazza Suharto diede le dimissioni e si aprì un processo democratico. Nel 2004 si sono tenute le prime elezioni a suffragio diretto del presidente della repubblica, regolarmente ripetute a distanza di 5 anni nel 2009 e nel 2014. Anche il parlamento viene rinnovato a scadenza fissa tramite elezioni con sistema proporzionale. In 12 anni la democrazia indonesiana ha costantemente migliorato i suoi standard qualitativi come peraltro è attestato da Amnesty International e dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Human Rights Watch nel 2012 scriveva:

      ” Negli ultimi 13 anni l’Indonesia ha fatto grandi progressi nel diventare un paese stabile e democratico con una forte società civile e media indipendenti “.

      A controprova che il più grande paese islamico al mondo pur avendo diffuse sacche di povertà, è ben avviato sulla strada della democrazia, c’è un fatto che chiunque può verificare: alle frontiere dell’Europa in questi ultimi anni non si sono visti molti migranti da Giava e Sumatra.

      A volte leggendo i sostenitori della ‘Teoria dell’Incompatibilità’ dei mussulmani con la democrazia, si avverte una certa incapacità ad andare oltre i propri pregiudizi, ad ammettere che la terra non è piatta, ma tonda, che gli esseri umani a qualunque religione appartengano amano la libertà, non la tirannia.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *