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Le vere colpe di Denis Verdini

Non c'interessano supposti reati giudiziari (garantismo sempre), ma il peccato mortale politico, che si chiama Partito della Nazione. Che rischia di condannarci ad anni di gattopardismo renziano...

denis_verdini

Ennò, ora non portate la sua storia politica in tribunale, non riducete a una sentenza il giudizio sulla sua persona e sul suo ruolo in Parlamento e nelle stanze del potere. Perché è vero che Denis Verdini è stato condannato ieri in primo grado a due anni per corruzione, in merito alla vicenda della Scuola Marescialli di Firenze.

Ma ai nostri occhi – che sono quelli del garantismo classico e bipartisan – le sue vere colpe sono tutte di natura politica. Il che, sia chiaro, non è un’attenuante nella nostra valutazione sul personaggio né una prova che lo scagiona da responsabilità agli occhi degli italiani.

Il grande “reato” di Denis Verdini, o meglio il suo peccato mortale è aver partorito insieme a Matteo Renzi quel mostro metà Pd (Partito democratico) metà PD (Poltronificio Denis) chiamato Partito della Nazione. Una creatura mitologica che oltrepassa, in un solo balzo, sia la dicotomia ideologica del secolo scorso che il bipolarismo partitico dell’inizio di questo e mette la parola fine a qualsivoglia dialettica politica, in nome di una sola missione: stare al potere. Non importa con chi, non importa con quali idee e con quali maggioranze, tanto meno con quali programmi. Ciò che conta è essere al comando, occupare posizioni in cui si decide o, per lo meno, si influisce sulle scelte. Superando, o meglio rottamando ogni storia politica a vantaggio della geografia: che ci frega del passato, ciò che importa è rappresentare tutto il Paese. Dai pesanti Partito-Stato e Partito-Popolo (entrambi nutriti di teorie politiche discutibili ma densissime) al leggerissimo, quasi impalpabile Partito-Nazione. Privato di connotazioni nazionalistiche destrorse, di riferimenti territoriali proto-leghisti, di adattamenti locali di riferimenti internazionali (come era nel vecchio partito comunista) o di reazioni peninsulari e crepuscolari alla globalizzazione. L’unica condizione necessaria per iscriversi al Pd è essere cittadini italioti ambiziosi. Non hanno più peso le appartenenze, solo gli opportunismi.

Anche a livello di merito, la colpa enorme di Denis è aver ricreato e aggiornato in una versione 2.0 i tic politici della Democrazia Cristiana, senza più riferimenti forti alla matrice cattolica e alla sfera di influenza atlantica, come era nella sua versione originaria; e senza nemmeno la missione di stabilizzare il Paese, a fronte di pericolosi estremismi a destra e sinistra; ma caratterizzata, come quella, da un equilibrismi tattici, mica strategici per carità, per cui si fanno riforme ma sempre in nome del compromesso, come recita il vangelo cerchiobottista; e per cui non ci si sbilancia mai troppo (né in politica estera, né in politica economica né nella risoluzione delle emergenze epocali come l’immigrazione) ma si prova a galleggiare, a fare il compitino, ad apparire rassicuranti agli occhi del mondo e degli italiani. Quello che abbiamo già avuto modo di ribattezzare il Partito dell’Inazione.

Così si lascia il Paese intatto (immobile nella stagnazione, nella difesa delle corporazioni e nelle sue piaghe storiche, dall’eccesso di burocrazia alla tassazione folle alla lentezza della giustizia) mentre si finge di cambiarlo, da sapienti e navigati gattopardi o da vecchie volpi. Quando invece l’unica vera trasformazione che uomini come Verdini assicurano è il proprio trasformismo, l’eclettismo da Zelig: l’essere cioè uomini buoni per tutte le stagioni, capaci di sopravvivere alle tempeste politiche e di rifarsi una verginità, cambiando soltanto fazione (da intendere nel senso di clan, di cricca di potere, di amicizie, neppure di partito nel suo senso più alto). Dal centrodestra, Verdini è considerato un traditore del berlusconismo (sebbene Silvio abbia collaborato con lui al Patto del Nazareno, antipasto del Partito della Nazione); dal centrosinistra è reputato un corruttore dell’identità storica della sinistra italiana. Lui se la ride, sta al centro e galleggia, alla grande. Il suo partito è Ala. Né ala destra, né ala sinistra. Solo Ala: nome palindromo, da qualunque parte lo leggi, viene fuori lo stesso.

Qualcuno pensa anche che credere a un Partito della Nazione significherebbe sopravvalutare Verdini. Al più, dicono, sta lavorando a un Partito della Regione col suo conterraneo Renzi e il relativo cerchio magico toscano, da Lotti alla Boschi. Un modo per far sciacquare i panni in Arno alla Casta romanocentrica, farne una ‘Asta, mangiandosi la “c” e toscanizzare la politica, come già si fece un tempo con la lingua italiana. Ma anche questo è un sintomo di provincialismo, di campanilismo, sbruffoneria da quartierino: né con Roma ladrona né col Nord produttivo, ma con la Firenze maneggiona.

L’impressione è che la vera condanna di Denis Verdini non sono i due anni per corruzione, reato destinato a prescriversi entro l’estate. Ma è la condanna a cui lui ha destinato gli italiani: farci sorbire altri due anni di governo Renzi e poi forse ancora altri cinque. Perché non ci sono alternative. Le alternative ha pensato a sedarle lui, Denis, il “Patito” della Nazione.

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di on 18 marzo 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Le vere colpe di Denis Verdini

  1. Luca Rispondi

    18 marzo 2016 at 07:59

    Si, ma ormai in Italia, chiunque voglia governare (cdx o csx) pare non possa fare a meno di appoggiarsi a simili figuri. Sono storicamente indispensabili per tenersi a galla e mantenere il potere, a colpi di compromessi ed in barba alle soluzioni. Ma sempre perdendo per strada il contributo delle menti migliori a beneficio di questi dannosi trafficanti. Che però, bisogna sempre ricordarlo, noi abbiamo votato e noi continuiamo a votare.

  2. Marco Rispondi

    18 marzo 2016 at 08:27

    Oggi rimpiangiamo la vecchia politica distrutta dallo strabismo e dall’ambizione di potere di nani pulite che elimino per sempre qualche ottimo politico e gli ultimi veri statisti per darci i Verdini e i Renzi di turno a regia Napolitano.Uno dei pessimi momenti di una repubblica senza merito ne democrazia.

  3. recarlos79 Rispondi

    18 marzo 2016 at 10:10

    verdini lavora per Berlusconi, lo sa pure renzi. solo voi volete rifilarci la balla spaziale del tradimento.

  4. Epulo Rispondi

    18 marzo 2016 at 12:28

    i vicesegretari del PD s’affanno a raccontare (ah, lo storytelling!) che Verdini non è parte della maggioranza e non fa parte del PD. Forse non hanno capito: è il PD e Renzi che fanno parte di ALA.

  5. luca Rispondi

    18 marzo 2016 at 13:06

    Ma Verdini è gia nel governo Renzi con sottosegretari ed altro.Comanda anche lui .Il partito nuova dc è gia in atto da tempo e fu benedetto da Berlusconi già stordito per farsi far fuori un attimo dopo dalla coppietta con l’acca aspirata.

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