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Toh, il boom delle infibulazioni è nei Paesi islamici

infibulazione

Indovina indovinello, quali sono i Paesi nel mondo in cui si pratica di più l’infibulazione? Risposta a sorpresa: quelli islamici. Nell’ultimo rapporto Unicef pubblicato in occasione della Giornata Onu della Tolleranza zero verso le mutilazioni genitali femminili (Fgm) che si celebra domani, risulta che gli Stati dove l’aberrante fenomeno è più diffuso sono Indonesia (percentuale di musulmani dell’86,1%), Gambia (90% di musulmani) e Mauritania (99,8% di musulmani), per quanto riguarda le infibulazioni e i tagli della clitoride su bambine e adolescenti da 0 a 14 anni; Somalia (musulmani al 99%), Gibuti (95%) e Guinea (85%) per le amputazioni genitali su ragazze e donne dai 15 ai 49 anni; e poi Egitto (90% di islamici) ed Etiopia (dove un terzo della popolazione è musulmana). Il totale fa circa 200 milioni di bambine e donne infibulate o amputate in 30 Paesi, pressoché tutti islamici.

Alla lettera non è il Corano a prescrivere le mutilazioni genitali, visto che l’unica indicazione lasciata in merito da Maometto sarebbe quella della circoncisione della clitoride cui si allude nel libro degli Hadit; ma è un fatto che in tutti questi Paesi a prevalenza islamica (africani ma non solo: ci sono anche Paesi arabi come Yemen e l’Oman, oltre alla suddetta Indonesia) l’infibulazione sia consigliata come strumento per assicurare l’illibatezza della donna fino al matrimonio, e l’amputazione della clitoride venga praticata al fine di negare alla donna il piacere clitorideo (somma perversione, si capisce!).

Le società islamiche di questi Stati hanno accolto supinamente questa tradizione barbara da culture tribali precedenti, ma poi l’hanno applicata coerentemente con la versione più bigotta del loro credo, in un’ottica di mortificazione del corpo femminile, di custodia della sua purezza e di rifiuto dell’edonismo. La mutilazione dei genitali femminili appare infatti, agli occhi di un occidentale, come una prosecuzione e un’amplificazione molto più cruenta dell’obbligo per la donna di indossare il burqa o il niqab: se questo la avvilisce nella sua esposizione pubblica, quella la violenta anche nella sua sfera più privata, intima. Alla base resta la convinzione che il corpo (quello femminile, s’intende) sia oggetto di scandalo. E perciò vada umiliato, coperto, amputato e negato nella sua sfera sessuale secondaria (guai a vedere il décolléte di una donna o i suoi capelli fluenti) e primaria.

Una barbarie contro la quale le femministe nostrane si indignano a fasi alterne, dimostrandosi pronte perfino a giustificarla in nome del relativismo culturale: dopo tutto, dicono, è una loro tradizione, è una pratica antichissima, è un rito religioso, chi siamo noi per giudicarla…

E invece no. Ci vorrebbero lo stesso sdegno e la stessa disapprovazione con la quale le paladine della libertà femminile sono  attente a denunciare i femminicidi e le violenze contro le donne in Occidente. E ci vorrebbe anche il coraggio di ammettere pubblicamente che queste pratiche si verificano non in Paesi occidentali e cristiani, ma in Stati del terzo mondo a evidente maggioranza islamica.

Eppure le pasionarie dei diritti della donna tacciono perché non vogliono apparire islamofobe e tanto meno razziste; e perché la battaglia libertaria de “l’utero è mio e lo gestisco io” si è ormai trasformata nella morale pilatesca de “l’utero è loro e ne facciano quello che vogliono”: che vengano pure amputate o diano via il loro utero per una maternità surrogata, mica è affar nostro

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di on 5 febbraio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Toh, il boom delle infibulazioni è nei Paesi islamici

  1. franco Rispondi

    5 febbraio 2016 at 18:01

    Si tratta pur sempre di atti criminali contro il diritto all’esistenza.Paesi con cui nulla va condiviso.Sono fermi al medioevo e l’esser donna diventa condanna anzichè gioia.

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