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Si può dire “petaloso” ma non “guerra”

Il governo ha tolto dal suo dizionario ogni termine che rimandi a un conflitto. E così in Libia andiamo a fare una "missione di supporto" (cit. Pinotti) e un "coordinamento sulla sicurezza" (cit. Gentiloni). Per un piccolo Matteo che inventa parole, ce n'è un altro che le cancella...

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Consigliamo alla Crusca di adottare, nel prossimo dizionario unificato e bonificato della lingua italiana, parole frondose e “petalose” che possano alludere alla guerra senza mai nominarla direttamente; e di conseguenza di bandire, con atto monocratico, tutti quei termini e aggettivi come “bellicoso”, “polemico”, guerrafondaio”, “armato” e “militare”, che possano far pensare ad azioni vere di conflitto. Anzi, sarebbe proprio il caso di sovrapporre un bel fiore, petaloso va da sé, su ogni parola vagamente guerresca che compaia nei nostri libri di lettura e di studio. Di mettere insomma i fiori nei cannoni, come si chiedeva una volta negli anni Settanta. Atteggiandoci tutti a Figli dei Fiori… Petalosi.

Nel nostro Paese infatti da qualche tempo, oltre a non fare la guerra – che “ripudiamo”, come dice la Costituzione – non possiamo neppure nominarla. E così non solo ci limitiamo a fare da Base, quando dovremmo essere in Testa alla coalizione: vedi quanto sta accadendo a Sigonella, in cui offriamo giustamente una base militare agli Usa, senza però essere coinvolti direttamente nei raid (e meno male che dovevamo ottenere il Comando della coalizione, vero ministro Gentiloni?). E non solo parteciperem(m)o alle azioni di contrasto all’Isis in Libia soltanto con missioni segrete di corpi speciali, dietro richiesta esplicita del governo libico (che non è ancora nato) e con l’autorizzazione dell’Onu. Una quantità di “se” e “ma” che rendono difficile la stessa costruzione sintattica della frase prima ancora dell’azione militare in sé (e per la prima questione chiediamo lumi alla Crusca).

Ma il problema è che ormai non riusciamo neppure più a pronunciarla quella benedetta parola. Vorremmo tanto dirla, ma poi incespichiamo, balbettiamo, al più ci viene fuori uno scialbo “guea”, come se avessimo la doppia “r” moscia, imponiamo ai nostri studenti di tradurre il latino “bellum” con la parola “bello” per evitare incidenti diplomatici, e chiamiamo le nostre riunioni di forze militari Consigli supremi di Difesa, perché chiamarle d’Attacco sarebbe troppo. Insomma, ci siamo arresi: meglio definire “quella cosa” in altro modo. È vero, lo abbiamo fatto tante altre volte nella nostra storia recente. Quell’azione di andare a combattere con le armi in un posto l’abbiamo battezzata “operazione di peace-keeping” o “azione di polizia internazionale”, l’abbiamo venduta come “missione umanitaria” e “bombardamento intelligente”, e travestita da “addestramento di forze locali in funzione anti-terrorismo”.

Almeno però allora, dietro i sofismi linguistici, ammettevamo che si andava da qualche parte a combattere. Stavolta invece si nega proprio l’evidenza, si dice “Guerra? E che diavolo è?” e si giura che il nostro Paese non sarà mai e poi mai coinvolto neppur lontanamente in un conflitto. Ma che scherziamo? Secondo il ministro Pinotti, noi andremo in Libia a fare soltanto una “missione di supporto” e, se forniamo basi agli Usa, non è mica per attaccare, ma va’, è per garantire “profili difensivi del personale”. Così come a quelli che l’Italia dovrebbe esporsi direttamente, il ministro Gentiloni fa capire chiaro e tondo che “l’Italia sta già coordinando gli sforzi per rispondere alle richieste del nuovo governo libico sul terreno della sicurezza”. Insomma, non mettiamo certo gli stivali sul terreno, noi, “rispondiamo solo alle richieste sul terreno della sicurezza”. E accidenti a chi si permette di alludere a una “occupazione militare” e ad “azioni unilaterali”; al massimo si può parlare in maniera vaga di “aiutare le forze locali” e di “sorvegliare i siti sensibili”, dimostrando che noi si va lì a promuovere la fratellanza, con una missione terzomondista di pace e bene alla quale non potrà non essere insensibile pure un brutto ceffo come il Califfo.

Per capirci, se il piccolo Matteo si è inventato la parola “petaloso”, un altro Matteo molto più piccolo ha rimosso la parola “guerra” dal vocabolario istituzionale. D’altronde, lo ha detto lui stesso l’altro ieri dopo l’approvazione della legge Cirinnà: «Ha vinto l’amore». E allora fate l’amore, non fate la guerra. Pardon, l’“azione umanitaria di supporto contro il terrorismo”.

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di on 27 febbraio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

10 commenti a Si può dire “petaloso” ma non “guerra”

  1. Sergio Andreani Rispondi

    27 febbraio 2016 at 09:10

    Si può dire…. ricchionoso ???

  2. Marco Rispondi

    27 febbraio 2016 at 09:50

    Pare anche che da quelle parti si partecipi anche a tornei di scacchi e si possano gemellare cittadine con le nostre scuole per mandare i nostri studenti a capire nuove ed etiche civiltà .Lunghe passeggiate in un clima fantastico unico particolare le studentesse non sono gradite perché sapete com’è lì i maschietti sono avanti.

  3. sergio Rispondi

    27 febbraio 2016 at 16:03

    “I wanted to see exotic Vietnam, the jewel of Southeast Asia.
    I wanted to meet interesting and stimulating people of an ancient culture and … kill them.
    I wanted to be the first kid on my block to get a confirmed kill”
    https://youtu.be/WFPBKmuHyKE

  4. Francesco_P Rispondi

    27 febbraio 2016 at 16:19

    Poiché credo che non abbiano ancora inserito le parole in inglese nel “censuratore-automatico-a-tutela-del-politically-correct”, l’applicazione che taglia le parole proibite in internet, provo a dire qualcosa di politicamente scorretto e proibito: “I hate the three witches sisters: Angela Merkel, Hillary Clinton, Christine Lagarde“.
    Spero di non dover scrivere il mio prossimo commento da San Vittore in attesa del processo per il più grave crimine previsto dalla legge italiana: uso di linguaggio politicamente scorretto!

  5. cristiano Rispondi

    27 febbraio 2016 at 20:32

    Il miele più denso e ….mieloso ci sta colando addosso per renderci tutti migliori. Ah,che bello avere chi ci inonda d’amore con le dolci parole scaturite dal cuore,siate buoni ,italiani, che tutto passa e va.
    Ottimismo governativo e Bontà parlamentare ci salveranno dalle brutture della realtà.Petalate italiani,petalate.

  6. scettico Rispondi

    27 febbraio 2016 at 21:24

    La guerra è un disastro, giovanotto. Vorrei tanto vederLa sul campo di battaglia vera, non a proclamare guerre dalla Sua comoda poltroncina. Come dice Marco Rubio, prima di partire, si controlli allo specchio, le macchie sui pantaloni non sono un bel spettacolo…

    • fiorenzo Rispondi

      28 febbraio 2016 at 10:46

      Caro Scettico, mi sa che non hai capito il senso dell’articolo . Qui non si tratta di essere pro o contro la guerra , ma di chiamare le cose col loro nome, in altri termini i nostri governanti non rifuggono dalla guerra , la fanno chiamandola ipocritamente in un altro modo. Sono diversamente pacifisti .Chiaro ?

  7. gian luigi lombardi cerri Rispondi

    28 febbraio 2016 at 07:33

    Chi ci governa e sfrutta conosce bene la consistenza delle Forze Armate.
    Con il 75% del bilancio indirizzato a paghe e stipendi a chi volete “muovere guerra” ?
    Le sparate sono le uniche cose che può fare Renzi derivandone le figure barbine che ormai lo contraddistinguono in sede internazionale.

  8. Diana Rispondi

    28 febbraio 2016 at 11:46

    Visto? Non si può dire “guerra”, non si può parlare della “guerra”, non si può scrivere di “guerra”, perché la guerra è un disastro. Abolirei anche “terremoto”, “epidemia”, “inondazione”, “morte”, aboliamo tutti i “disastri”, aboliamo anche “solitudine”, “orfano”, “suicidio”, aboliamo “vecchiaia”, anche quella è un disastro, accudire un anziano per capire di cosa si tratta, diamo un taglio netto a quella parte di bruttura che è la vita, scappiamo dalle cose “brutte”, dai “disastri”, quando avremo la guerra in casa perché gli altri invece la vita la vedono per quella che è – nel bene e nel male, allora sorrideremo tutti petalosi.

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