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Se torna il Cav

Non vorrei passasse in cavalleria, tra uno Spread di nuovo birichino e il drammone nazionalpopolare di Sanremo, una notizia politica della massima rilevanza. Una potenziale notizia, siamo precisi e sobri, ché la strada ventennale del berlusconismo è lastricata di delusioni. Sì, perché la notizia, il segnale sotteso alla cronaca di questi ultimi giorni, riguarda il Cavalier Berlusconi. E suona più o meno: vuoi vedere che Silvio è tornato? La forma interrogativa è d’obbligo, ma certo è impressionante come l’uomo di Arcore, a ottant’anni, con un grande avvenire dietro le spalle, un bilancio politico esangue e, inedito assoluto, qualche scricchiolio perfino nella fortezza aziendale (vedi l’estenuante caso Milan, Mister Bee o no, vendita o no, e limbo di risultati che si trascina sul campo) sia ancora un mazziere di gran lunga più lucido e incisivo dei suoi compagni di gioco. Questo è vero dapprima e soprattutto nel campo del centrodestra. Non doveva essere il suo giro, questo, doveva toccare al giovanotto in ascesa, il Matteo d’opposizione, che fa fuoco e fiamme sui social e le gioie dei conduttori dei talk show, doveva dare lui le carte delle priorità e delle candidature, la Lega è sopra Forza Italia e la (pseudo)rottamazione è ormai diventata lo spirito del tempo. Mavvà. Mostrando il numero migliore del repertorio, ovvero il colpo d’ala, Berlusconi a Milano ha frantumato il racconto di Sala, già pronto per essere venduto e confezionato in anticipo, forse troppo. Il manager di successo, moderato e post-ideologico, contro qualche reduce del ventennio. No, il Cav è politicamente molto più intelligente dei suoi corifei, il Cav ti tira fuori dal cilindro Parisi, un altro manager, un altro grande borghese, che ha il grande vantaggio di non aver a che fare con i ricatti e i risentimenti ancestrali della sinistra (i quali a breve potrebbero persino sfociare in una candidatura autonoma, più Civati di Nando Dalla Chiesa), e Sala invecchia di decenni in una sera, ripiomba dritto nel Novecento. E l’altro Matteo, davvero troppo democristiano in un frangente che era per sparigliatori, si trova costretto a dichiarare condivisa una candidatura evidentemente tutta berlusconiana (berlusconian-lettiana, per i cultori del retroscena). Attenzione: una candidatura tutta berlusconiana a Milano, vuol dire una nuova ipoteca berlusconiana sul centrodestra, visto che una delle poche invarianti della politica italiana recita: il capoluogo lombardo è sempre un passo avanti al Paese.

Aveva chiuso anche Roma, questo diavolo d’un Berlusconi, e persino nella maniera realisticamente migliore ad oggi, con Alfio Marchini, se Giorgia Meloni e il mondo che rappresenta (ancora davvero troppo legato alle idiosincrasie ombelicali romane) non fossero precipitati da qualche giorno in una sindrome tardoadolescenziale. Marchini mai, ma noi, io, non ci giochiamo in prima persona, e anzi buttiamo là minacce selezionate ad interlocutori selezionati (leggi Repubblica) sulla tenuta della coalizione anche a Milano. Per fortuna, nel capoluogo le carte in quel mondo le dà Ignazio La Russa, disincantato e stagionato certo, ma proprio per questo alieno da qualunque impuntatura adolescenziale: la quadra su Parisi non è in discussione. Intanto, il Cav si permette perfino di sgonfiare in ventiquattrore la candidatura di una gloriosa ex dipendente Mediaset, Rita Dalla Chiesa, mentre fa apparire la Meloni una scomposta piantagrane, e Salvini un immobilista incurabile.

È vero, qui lo si è scritto più volte, e rinunciando alle perifrasi encomiastiche, a un centrodestra nuovo, liberale e credibilmente competitivo con Renzi servirebbe come il pane una leadership nuova, liberale e credibilmente competitiva con Renzi, è una tautologia. Ma visto che per ora un fenomeno del genere non viene avvistato, non possiamo che rilanciare la notizia politica di questi giorni. Il Cav è tornato, o comunque quel che resta del Cav è più che sufficiente per svettare su chi lo circonda.

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di on 11 febbraio 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a Se torna il Cav

  1. adriano Rispondi

    11 febbraio 2016 at 17:56

    Per fare le zeppole ci vuole la farina,si diceva una volta.Berlusconi non tornerà o meglio non tornano i voti che sono volati via dal 2011.La fiducia è una cosa seria ,diceva un tormentone anni sessanta.Quando la si perde è difficile da riconquistare.Miracolo a Milano?Per favore.Gli amministratori locali vengono votati in funzione delle convenienze perchè le linee programmatiche che contano si decidono con le politiche.I nomi possono servire in casi eccezionali.Con tutto il rispetto per i candidati attuali non mi sembra questo il caso.Vincerà chi è più vicino alla maggioranza degli interessi.Per gli ideali o la competenza si rimanda alle prossime puntate.

  2. marco Rispondi

    11 febbraio 2016 at 21:17

    noi glielo dicevamo, egregio Sallusti, che con i vari Tosi, Fitto, Passera non si andava da nessuna parte. Hai voglia sperare di trasformare tuberi in tartufi, ché quelli sono immangiabili e questi profumati e, dicono, afrodisiaci. Hai voglia invocare le primare del cdx ché il vecchio sragiona, se poi ti trovi a scegliere tra Alfano e Meloni. Inutile cercare porcini nel bosco secco, caro Direttore: finché Silvio nostro c’è ed è disponibile a metterci l’impegno possiamo solo rendere grazie e stringerci nella zattera in attesa che un nuovo transatlantico passi nuovamente dalle nostre parti. In realtà, una cosa potremmo farla: farci trovare meno timidi ed impacciati quando, come succederà, la canea ricomincerà a vomitare le sue schifezze o il magistratume ripartirà con le sue efferatezze.

  3. aquilone Rispondi

    12 febbraio 2016 at 17:18

    Sono d’accordo sia con Adriano che con Marco. Il primo, Adriano, ricorda quella vecchia pubblicità sulla “fiducia (che) è una cosa seria”. Purtroppo Berlusconi, pur rimanendo il migliore della compagine, quella fiducia non potrà riconquistarla. In troppi hanno scoperto le sue vane promesse, i suoi ripensamenti, le sue marce indietro, il suo modo aziendale di dirigere il partito, sicchè pian piano i migliori (forse) “dirigenti” pian piano hanno rassegnato le dimissioni o sono stati licenziati.
    E Marco mette invece in evidenza proprio questo: a destra non ci sono più alternative credibili, capaci di scaldare il cuore, di riavviare un motore vecchio e sconquassato.
    Fino a quando Berlusconi non deciderà di uscire definitivamente dal campo, non ci sarà nessuno in grado di potersi mettere in luce. La sua presenza è troppo ingombrante e poco rassicurante

  4. Marco Rispondi

    12 febbraio 2016 at 23:56

    Ma perché uno che si fa una specie di partito da se ,lo paga con i suoi denari compresi i debiti che si lascia in giro l’organizzazione,perché si deve fare da parte da casa sua e da ciò che è suo.Va capito che quello è il suo partito,fa parte delle sue cose come gli uomini che lo hanno composto adulandolo prima,criticandolo durante ed affogandolo dopo.Betlusconi sarà lì fin quando non chiuderà il partito,ha già licenziato tutti e presto potrebbe abbassare la saracinesca su quel che resta ,se qualcuno resta.Rimane la sua storia di uomo scaltro,gentile,avveduto ma pessimo politico.

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