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Non è un Paese per startup

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L’Italia è un paese dove nascono tantissime start up. Siamo un popolo di creativi noi, con una buona dose di iniziale incoscienza che possiamo chiamare coraggio: decine di imprese che nascono ogni giorno. Tutto benissimo, verrebbe da dire, ma non è così. Se guardiamo, poi, in particolare, il settore delle cosiddette imprese innovative – quelle, per intenderci, che suonano bene nei titoloni dei giornali – il focus da prendere in considerazione non è tanto l’apertura, la nascita, il battesimo, quanto la durata e la crescita. E se andiamo a vedere lì, capiamo perché il nostro non è (ancora) un paese per start up.

Il Corriere della Sera oggi pubblica uno studio del Politecnico di Milano proprio sulle imprese innovative: il giornale titola sulle nascite, ma la notizia sta nelle chiusure. Troppo poche. Buono no? Eh no. Perché la chiusura (non il fallimento) è segno di risultati: ho ottenuto il ritorno giusto, ora posso mettere la parola fine e usare il capitale ottenuto per aprirne un’altra, oppure posso inglobare la mia realtà con altre etc…Cosa che succede a Londra e a Berlino, tanto per citare due città che i nostri politici ed amministratori locali portano sempre come modelli da imitare, ma non in Italia. E se non chiudono né falliscono che fanno allora? La cosa peggiore, galleggiano. Sopravvivono accontentandosi. Garantendo sostentamento ai pochi, pochissimi che ci lavorano senza però far crescere il Paese, senza contribuire al Pil. In tutta Italia, tra le startup innovative iscritte al Registro Imprese della Camera di Commercio, solo 59 hanno chiuso i battenti nella prima metà del 2015: aziende che non muoiono perché non si evolvono, non rischiano. Contunuano a vivere, dunque, ma non crescono. Da micro, cioè, non diventano medie, né grandi.

Le aziende vere, cioè, in grado di attirare capitali di rischio, monetizzare e reinvestire, nella sola Milano, sempre secondo lo studio citato sopra, sono poco più del dieci per cento. Se poi contiamo che le aziende strutturate continuano a fallire, anche se le cessazioni sono in diminuzione rispetto agli anni clou della crisi, ci ritroveremo tra qualche anno con un tessuto produttivo fatto di realtà infinitesimali che porteranno poco di buono. Le cifre fornite dal rapporto sulle start up redatto dal Ministero dello Sviluppo Economico, dicono che, ad esempio, nel 2013 metà delle startup innovative hanno prodotto un valore inferiore a 27 mila euro. Stessa delusione anche sul fronte dell’occupazione: queste micro realtà garantiscono lavoro ad una media di 2,6 persone ciascuna, mentre almeno la metà è fatta da un solo dipendente.

Ma non ci sono solo le realtà statiche. Ci sono anche quelle che chiudono per “morte prematura“, ovvero prima di aver portato a termine il loro compito. E questo succede soprattutto nel Mezzogiorno: è il caso delle start up tecnologiche pugliesi, come riporta uno studio dell’Università del Salento, che sono circa il 20%. Motivo? La distibuzione dei fondi pubblici non funziona: lo Stato, evidentemente, finanzia nel modo sbagliato. Cioè crea una sorta di scudo temporaneo al neo imprenditore che minimizza il rischio d’impresa, inibendone, però, allo stesso tempo, la dinamicità. Per cui succede che, finita la manna statale del finanziamento una tantum o dell’iniziale incentivo fiscale, non si riesca più ad andare avanti. Nonostante, dunque, nel 2012 sia fatto un decreto ad hoc sulle start up innovative, queste continuano ad avere difficoltà nell’attrazione di capitali e nell’ottenimento di credito da parte del sistema bancario. Inoltre, “stratagemmi” come il crowfunding, ad esempio, da noi non prendono piede. Questo tipo di incentivi, dunque, fanno buon gioco alla politica che si guadagna il titolo in prima pagina, ma, che, alla lunga, fa solo danni. E ne è prova l’attenzione mediatica concentrata sempre sulle nascite e non sui consolidamenti. «Servono politiche industriali di largo respiro – chiedono da sempre i giovani di Confindustria – Le nostre imprese dovrebbero durare più di una campagna elettorale o di un governo». Già.

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di on 1 febbraio 2016. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Non è un Paese per startup

  1. Ernesto Rispondi

    1 febbraio 2016 at 16:37

    Le startup pugliesi servono ai figli di papà di quella regione a girare col Mercedes in leasing e a soggiornare a Milano in 5 stelle a pie’ di lista. Non esagerate a cercare profondità dove non è: la creazione di startup in meridione è solo un modo come un altro per rubate denaro al settentrione. Denaro che, è qui da dimostrare, col cavolo che finisce “nelle solite tasche” come la propaganda meridionalista vorrebbe far credere. No no, il denaro rubato dalle tasche dei settentrionali serve a far vivere i meridionali al di sopra delle loro possibilità. Un 30enne di Milano che va a lavorare in metro, quando vede un 30enne pugliese uscire da un albergo del centro e salire su un Mercedes se lo dovrebbe ricordare. Ma pare che il cretinismo beota dei settentrionali non abbia limite alcuno.

    • Sergio Andreani Rispondi

      2 febbraio 2016 at 07:06

      Stessa cosa si può dire dei tanti finti agriturismi con piscina , maneggio , idromassaggio e puttanate varie, aperti coi soldi della Regione Puglia che a sua volta li prende dalla Regione Lombardia , Veneto , Piemonte ecc.

      Andate al diavolo , finti agricoltori truffatori !

      P.S. : il Nord è comunque popolato da una massa di idioti ben superiore alla media nazionale.

      • femine Rispondi

        2 febbraio 2016 at 16:58

        …P.S. : il Nord è comunque popolato da una massa di idioti ben superiore alla media nazionale…
        Mi domando, da idiota al cubo, cosa se ne faccia l’altra parte italica ( quella “meno idiota”) di quest’accozzaglia di mentecatti che, fessi come nessuno, si arrabattano a tirare un carro sempre più pesante pur di salvare l’ultimo centesimo raccattabile nel deserto economico che i grandi intelligenti, presunti economisti ancorché statisti, ha loro regalato. La domanda è pleonastica ovviamente; si sa bene a cosa serve il mulo nordico, soprattutto quando “rende” e da “idiota” continua a votare chi gli è nemico sfruttatore!

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