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Lo show della libertà

Signori, si parte. È uno spettacolo di politica, o una politica sublimata a spettacolo: via in Iowa alle primarie Usa. Lì, non esiste leadership o governo che non sia passato dal consenso degli elettori. Concorrenza, pluralismo, partecipazione (vero centrodestra?)

usaSignori, inizia lo spettacolo. Uno show d’idee alte e di colpi bassissimi permanente, uno sfoggio lungo un anno di dibattiti, coltellate, pluralismo, mobilitazione popolare. Uno show di politica, o una politica sublimata a show, del resto che i due termini si confondano e si potenzino a vicenda ce lo hanno insegnato loro, gli americani. E, tanto per essere chiari, è il contrario di un disvalore: è competizione per il mercato del consenso, con tutti i metodi dell’intrattenimento e della vendita, e dove non funziona così è perché c’è un solo Intrattenitore e un solo Venditore, si chiama totalitarismo, o perlomeno autocrazia (vedi teocrazie islamiste da un lato e dittature di fatto, Putin et similia, dall’altro).

E invece, il grande show delle primarie che prende il via oggi dallo Iowa per costume consolidato (mix di ipermodernità e tradizione molto made in Usa) segna ancora una volta la grande alterità americana. È qualcosa che dà corpo alla retorica della “democrazia”, la ri-trasforma nella pratica irriflessa e libertaria dei Padri Fondatori che vollero farla finita con la tirannia (anzitutto fiscale), e la scrosta dalla sua caricatura, che è diventata nella storia anche il suo volto abituale, quella della “demoburocrazia”, del potere dell’apparato pubblico e funzionariale irrimediabilmente scisso da qualsiasi rappresentanza effettiva (ne sappiamo qualcosa in questo bruttissimo Belpaese, dove gli ultimi tre governi non hanno avuto niente a che spartire col libero convincimento degli elettori). Ecco, in America è impossibile, che a qualunque livello governativo s’insedi qualcosa “a prescindere” dai desideri degli elettori. Ne sa qualcosa la leadership, davvero troppo imbolsita, del Partito Repubblicano, la quale per troppo tempo ha finto che Donald Trump, la sua agenda e fin i suoi toni, non rappresentassero un oggettivo fenomeno politico, e adesso se lo ritrova favorito anche contro i candidati meno d’ “establishment” come Ted Cruz, che di colpo sono diventati un po’ più d’establishment. Ne sa qualcosa Hillary Clinton, che sul muro del consenso ha già sbattuto nel 2008, contro un avvocato liberal bravissimo a parlare e poco altro (come purtroppo si è visto dopo), e che contro ogni pronostico e fin logica parrebbe insidiata da un vecchio rooseveltiano un po’ hippy (la parola “socialista” con cui lo incensano i giornaloni nostrani è davvero troppo europea) come Bernie Sanders. Sono le primarie, bellezza, è lo show della politica. Probabilmente non esiste affermazione maggiore della libertà politica (quantomeno della libertà nel senso dei moderni) di questi dodici mesi in cui gli Stati Uniti si trasformano in un unico grande agone elettorale. Non vorremmo infierire ma, per andare a piccole cose di casa nostra cui siamo giocoforza interessati, fissate per un momento la scena nel campo del centrodestra. I candidati alle prossime amministrative, che in realtà sono molto di più, sono la partita per il governo di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, dunque la partita principale per ogni opposizione, probabilmente decisi ieri sera, fuori dallo stadio di San Siro, in una cena post-derby tra Berlusconi, Salvini e la Meloni. Un geniaccio crepuscolare con un grande avvenire dietro le spalle, un rampante ex leghista di lotta ora lepenista di ferro, una leader destrorsa intelligente ma irrimediabilmente residuale. Tre animali politici che sanno il fatto loro, è ovvio, ma dov’è la rappresentanza larga di interessi larghi da contrapporre alla marea montante del renzismo, dov’è la voce di quel grande popolo liberale, moderato, cattolico, laico e repubblicano che in parte si riconosce nei tre contenitori, in parte nell’astensione obbligata e in parte perfino nella neo-Dc renziana? Dov’è quel grande concorso d’idee che si chiama “primarie”, dov’è quella costruzione di un programma partecipata, flessibile, concorrenziale, che impone le priorità ai politici di professione, dove sono l’essenza liberale della democrazia, il suo nesso con la rappresentanza, e quella democratica del liberalismo, la sua accettazione della conta popolare? È di là dell’Oceano, è c’è solo da imparare. Perché anche dall’altra parte, anche dentro quella Balena Bianca pallidamente di sinistra che sta costruendo sistematicamente Matteo Renzi, le cose non vanno meglio. Niente dialettica, niente scalabilità del potere, niente contendibilità della leadership, ed è paradossale, per uno che aveva fatto delle “primarie” una petizione di principio. Balle, erano solo il grimaldello per la sua scalata, dopo la quale non avrebbe dovuto esserci nessuna scalata.

Guardate allo Iowa, signori, e poi al New Hampshire e poi al Super Tuesday e giù giù fino alla corsa per la Casa Bianca di fine anno. Il metodo si chiama primarie, i protagonisti sono i cittadini elettori, è ogni singolo americano, l’essenza è la libertà.

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di on 1 febbraio 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Lo show della libertà

  1. sergio Rispondi

    1 febbraio 2016 at 17:47

  2. Ernesto Rispondi

    1 febbraio 2016 at 18:25

    “ma dov’è la rappresentanza larga di interessi larghi da contrapporre alla marea montante del renzismo, dov’è la voce di quel grande popolo liberale, moderato, cattolico, laico e repubblicano che in parte si riconosce nei tre contenitori, in parte nell’astensione obbligata e in parte perfino nella neo-Dc renziana? Dov’è quel grande concorso d’idee che si chiama “primarie”, dov’è quella costruzione di un programma partecipata, flessibile, concorrenziale, che impone le priorità ai politici di professione, dove sono l’essenza liberale della democrazia, il suo nesso con la rappresentanza, e quella democratica del liberalismo, la sua accettazione della conta popolare?” Riposta nella sua tomba nel cimitero di Hammamet.

  3. riccardo gallottini Rispondi

    1 febbraio 2016 at 21:23

    E’ innegabile che il centro sinistra ha perlomeno cercato di fingere di fare le primarie. dall’altra parte caro direttore viviamo in una situazione di autocelebrazione dove nessuno si azzarda a chiedere quello che il popolo pretende, ovvero candidati giovani liberale con idee da contraporre all’assolutismo renziano

  4. scettico Rispondi

    1 febbraio 2016 at 22:46

    Lo show della libertà, appunto. Proposte politiche concrete – zero, si scoprirà tutto DOPO le elezioni, com’è successo coll’avvocato di YES, WE CAN. Che democrazia è questa, dove vince chi fa più spettocolo? Showcrazia!
    Quanto ci vorrà prima che il debito pubblico, già sopra il 100% del PIL, faccia tornare la tassazione ai livelli pre-Reagan, soffocando l’economia? Non ne parla nessuno, perchè reputano gli elettori americani dei deficienti da imbrogliare ad infinitum, in una sorta di idiocrazia permanente.
    Il vero costo della guerra in Iraq non è, come dice la sinistra, il caos e l’orrore del dopo, ma il debito pubblico esploso negli anni di Bush II.
    Credo che i lettori dell’Intraprendente siano abbastanza istruiti in economia per capire che ogni dollaro investito in nuovi titoli di stato è un dollaro sottratto agli investimenti privati e produttivi, in crescita, innovazione e sviluppo.
    Questo costo non si vede e non si vedrà, il costo della mancata crescita, ma esiste e lo pagheremo tutti, salato.
    Bush II ha sprecato i risparmi di una generazione, thank you W.
    Quindi, dolcetto o scherzetto, showcrazia o idiocrazia?

  5. Marco Rispondi

    2 febbraio 2016 at 10:43

    Denari tanti in quell’America avanti a noi mille anni,risse tantissime ma alla fine si sceglie l’uomo più potente del mondo.Anche noi deboli dipendiamo da lui nelle nostre libertà che stiamo perdendo sotto la pressione di statalisti pericolosissimi.

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