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Eco, un “antitaliano” fin troppo italiano

Sicuramente fra tanti “eroi di carta” prodotti e celebrati dall’industria culturale italiana nel secondo dopoguerra, Umberto Eco si distingue per solidità intellettuale, cultura, erudizione e anche genialità. Il genio, per intenderci, di chi non vive la cultura in modo professorale ma come ragione di vita, passione e anche gioia per la vita. Senza troppe prosopopee e senza la spocchia di chi crede di saperne di più perché cultore e rappresentante di una cultura “alta”. Non era Eco un prodotto d’esportazione, creato in laboratorio, ma era uno dei pochi italiani che si poneva naturaliter in una dimensione culturale sovranazionale.

Eppure, Egli era un italiano a tutti gli effetti: legato alla vita sociale, politica, intellettuale del nostro Paese; un riferimento per chi, da fuori, voleva avere un punto di vista privilegiato su di esso, capirne le non sempre facili e anzi complesse evoluzioni e manifestazioni. Ed è a questo preciso livello che si situa, a mio modo di vedere, il lato più discutibile e anche la responsabilità dell’intellettuale Eco. Il quale, maturato in un particolare ambiente culturale, quello della Torino del dopoguerra divisa e unita dalle contrapposte pulsioni della modernizzazione industriale e della retorica operaista, non ha poi avuto mai il coraggio di recidere fino in fondo i legami con gli ivi trionfanti stilemi azionisti o neoilluministi. E tutto ciò non è stato di poco conto nel far emergere, pur in una persona col carattere bonario e gioviale, una forte impronta moralistica che non gli ha permesso di capire, oltre la demonizzazione, né la grande cultura italiana a lui precedente (significativa la sua incomprensione dell’estetica crociana) né la stessa evoluzione della società italiana a lui contemporanea. Postosi come “antitaliano“, fustigatore di costumi e caratteri nazionali, finì quindi, lui innovatore e “svecchiatore” di una cultura che a torto giudicava “retriva” e “provinciale”, per trovarsi dalla parte sbagliata della storia. Significativo il suo articolo sul Corriere della Sera ottoniano dei primi anni Settanta in cui prendeva atto, compiaciuto, lui che sicuramente comunista non era, che il marxismo aveva ormai trionfato, rappresentava la koiné comune, e che ciò non poteva che essere un bene per una società come quella italiana ancora pervasa, a suo dire, da forze e pulsioni fasciste e retrograde. Ne derivavano interpretazioni a dir poco bizzarre delle vicende italiane, da quella delle Brigate Rosse come gruppi pilotati da non meglio identificate forze poliziesche e fasciste che ne dettavano i comunicati a quella di Berlusconi come emulo e continuatore delle politiche di Hitler. Ma ne derivava soprattutto un’adesione, che con la sua autorevolezza contribuiva a diffondere nel mondo, a quella ideologia italiana che ha politicizzato e corrotto la cultura degli ultimi decenni. E che ha cercato di costruire l’idea di “un’altra Italia”, fondata sul dogma dell’antifascismo, da opporre alla vecchia, ma che, a dire il vero, non era meno intollerante e fascista di quella contro cui si lanciava.

Eco tutto ciò lo ha fatto e rappresentato da par suo, con una grandezza di intelligenza che assumeva perciò i caratteri della tragicità. Da oggi lo faranno altri in modo sicuramente più rozzo e volgare. Basti solo questo questo per farcene rimpiangere, noi che echiani mai siamo stati, la figura e la sua rilevante statura intellettuale.

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di on 20 febbraio 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

8 commenti a Eco, un “antitaliano” fin troppo italiano

  1. guglielmo Rispondi

    20 febbraio 2016 at 13:32

    Una buona mente,un fine scrittore ma il fatto che non si dichiarasse comunista ma in odio ad una probabile area di centro destra che riteneva impossibile alla cultura questo si.Era certo un uomo fortemente intollerante per una storia non di sinistra quanto lo si può essere per la storia ad ideologia comunista e statalista di oggi cui comunque guardava con simpatia.

  2. Marco Green Rispondi

    20 febbraio 2016 at 20:13

    Pare che, per renderla degna, abbiano assegnato una laurea honoris causa anche alla bara.

  3. Arcroyal Rispondi

    20 febbraio 2016 at 23:08

    E’ stato il principe dei conformisti, il barone rosso del feudalesimo universitario, il sacro feticcio dell’intellighenzia. Uno che piaceva moltissimo alla gente che piace, ma secondo me, tranne forse “Il nome della rosa”, veniva più esibito sugli scaffali delle librerie dei salotti piuttosto che davvero letto. I suoi volumi erano leggeri come blocchi di calcestruzzo, utili giusto per prendere sonno nelle afose notti estive. Oggi il giornalista collettivo, quell’essere pestilenziale che alligna numeroso nelle redazioni, lo ha celebrato manco fosse Apollo incarnato. Su Repubblica campeggiava il sobrio titolo “L’uomo che sapeva tutto”, che forse è vero se ci si limita ai suoi ( vasti ) campi di studio, ma appena fuoriusciva dal seminato, come quando per esempio si occupava di politica e di storia, sparava spesso cazzate megagalattiche e a volte autentiche infamie.

    A me piace ricordarlo con una sua opera minore, scritta e firmata insieme ad altri intellettuali, o presunti tali. E’la lettera aperta al settimanale L’Espresso con cui nel giugno del 1971 fu emessa la condanna senza processo e senza prove contro il commissario Luigi Calabresi, ‘sentenziato’ come il torturatore assassino dell’anarchico Pinelli. Eco&compagnia bella nell’occasione disegnarono il bersaglio da colpire, ad uso e consumo dei terroristi che un anno dopo eseguirono la sentenza. Per 45 anni si è attesa invano da parte dell”uomo che sapeva tutto’ una qualche forma di pentimento e di dissociazione da quell’ignobile documento. Non è mai arrivata nemmeno mezza parola di scuse.

    Ocone è stato fin troppo generoso.

    • Luca Rispondi

      21 febbraio 2016 at 09:40

      Un commento da condividere pienamente.

    • maboba Rispondi

      21 febbraio 2016 at 20:59

      Condivido il suo commento. Ricordo anche il tono sprezzante usato verso i frequentatori di internet, definiti imbecilli al pari dei più stagionati frequentatori dei bar. Un perfetto esemplare del radicalismo chic all’italiana, difensore del popolo sui libri e nelle conferenze, aristocratico verso le persone in carne ed ossa.

  4. Marco Rispondi

    21 febbraio 2016 at 09:40

    Certo un grande insegnante e certo competente.Le sue lezioni sul medioevo fanno e faranno scuola .

    • DB56 Rispondi

      22 febbraio 2016 at 08:57

      Mi spiace Marco ma sei male informato , come moltissimi, sul medioevo. In nome della rosa raccoglie e stigmatizza solo i lati peggiori di tale periodo, per altro con evidenti tentativi di ridicolizzare il sistema. Qualcuno dovrebbe leggere libri in controtendenza per apprendere tutto quello che nel Medioevo si è realizzato, dalle prime forme bancaire con le “cambiali” o lettere di credito” alle sontuose cattedrali medioevali, alla creazione delle congregazioni dei “mestieri” ai primi ospedali e a tutti quei monaci con pazienza e abnegazione hanno mano- trascritto tantissimi libri conservando e trasmettendoci tutta la filosofia greca, la matematica e il sapere del passato e molto altro ancora che sotto la dominazione dei barbari che in quel periodo dominavano in Italia, sarebbero altrimenti andati perduti.

  5. Claudio Antonelli Rispondi

    21 febbraio 2016 at 13:49

    Ll’italianissimo Umberto Eco è stato un furbo di sette cotte che ha saputo sfruttare la fregola italiana di essere alla moda e di voler apparire ad ogni costo intelligenti. Ora il fatto di comprare un suo libro e leggicchiarne qualche pagina soddisfava in pieno queste due insopprimibili esigenze italiche.
    Umberto Eco all’estero aveva sempre il nome di Gramsci in bocca e insulti per Berlusconi.
    Era estremamente arrogante e addirittura aggressivo con chi osasse mettere minimamente in dubbio il suo genio.

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