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Di Caprio vince l’Oscar delle banalità ecologiste

di caprio

And the winner is… Leonardo di Caprio. Dopo 25 anni di carriera, 28 film interpretati al cinema e 5 nomination agli Oscar, l’attore statunitense è riuscito finalmente a strappare la prestigiosa statuetta delll’Academy come migliore attore protagonista. Una volta andato sul palco per i ringraziamenti di rito, ti saresti aspettato che provasse a spiegare l’emozione di vincere una statuetta d’oro in occasione delle sue nozze d’argento con il cinema (il suo primo film risale infatti al 1991); che magari si togliesse qualche sassolino dalla scarpa, facendosi beffe di chi lo considerava destinato alla sorte di eterno secondo o di chi giurava che stavolta la statuetta l’avrebbe vinta l’orso (attore non protagonista, diciamo così, del suo ultimo film The Revenant); o che romanticamente riavvolgesse il nastro della sua carriera e riconoscesse quanto il Titanic gli abbia cambiato la vita, a maggior ragione davanti a una Kate Winslet piangente che, con le sue lacrime, stava ricreando all’Academy l’effetto speciale dell’affondamento della nave.

E invece niente. Dopo qualche ringraziamento, Leo ha tirato fuori un pipposo sermone ecologico, una lezioncina banalotta, bacchettona e politicamente corretta, di quelle da applauso facile, di quelle che ti fanno apparire un artista impegnato, di quelle che sembra che l’Oscar non t’importava più di tanto perché tu in realtà vuoi salvare il pianeta. Ma facci il piacere, Leo. Di Caprio, per capirci, se n’è uscito con frasette scontate della serie: «Il cambiamento climatico è reale. È la minaccia più urgente per tutta la nostra specie» (con tanti saluti al terrorismo); «cerchiamo di non dare questo pianeta per scontato»; «dobbiamo sostenere i leader di tutto il mondo che parlano per tutta l’umanità, per le popolazioni indigene, per i miliardi e miliardi di persone svantaggiate, per quelle persone la cui voce è stata soffocata da una politica di avidità» e via blaterando. Mancavano solo il buco dell’ozono, l’effetto serra e l’eccessivo sfruttamento del Terzo Mondo e il lessico ecologicamente impegnato era completo. A quel punto Di Caprio poteva iscriversi di diritto al club esclusivo dei Supereroi che salveranno la natura, il cui capo autoproclamatosi è Papa Francesco. E anche lui inserirsi in quel filone autolesionista che denuncia la cattiva coscienza dell’Occidente, che incolpa il capitalismo sporco e cattivo di tutte le devastazioni del globo, che accusa gli Stati ricchi degli sfruttamenti delle risorse in quelli sottosviluppati. E tutto questo mentre naturalmente si sfoggia un abito extra-lusso, in una sala stra-illuminata che concorre un pochetto all’inquinamento luminoso e al dispendio di energia e si sfoggiano paillettes e lustrini che c’entrano con la povertà dei disgraziati del pianeta come mio nonno con la tecnologia…

Ma è così, da quelle parti, a Hollywood. Bisogna far vedere che si ha a cuore non solo il proprio conto in banca, che se si potesse si darebbero tutti i soldi guadagnati coi film per salvare le popolazioni sfruttate e gli indigeni dell’Amazzonia, e che la ricchezza e il successo sono giustificati solo se lanciano dai pulpiti messaggi sociali e buonisti.

Ma poi ti ricordi di quel film The Beach del 2000 con protagonista proprio Di Caprio, e delle polemiche che allora sorsero perché, per realizzarlo, fu distrutta buona parte della vegetazione e dell’ecosistema, trasformando in un set quell’isola meravigliosa di un arcipelago filippino. E poi senti queste frasi di oggi del Di Caprio convertito all’ecologismo e pensi: stavolta ha recitato proprio male, altro che Oscar…

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di on 29 febbraio 2016. Filed under Attualità,Spettacoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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