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Tutte le balle di Renzi sulla spending review

Spending

Una recente sentenza d’appello sfornata da Montecitorio ha messo il timbro sull’ultimo flop della spending review targata Renzi. Era settembre del 2014 quando gli Uffici di presidenza di Camera e Senato estesero il famoso tetto di 240mila euro, stabilito per tutti i dipendenti della Pubblica Amministrazione, anche al personale in servizio nei due rami del Parlamento. Dopo un’analoga decisione a Palazzo Madama, Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, dà oggi notizia di una sentenza d’appello, pubblicata dal collegio di Montecitorio che decide i ricorsi in materia di lavoro, che dà al suddetto tetto un valore temporaneo: fra due anni, cioè fino al 31 dicembre 2017, i privilegiati dipendenti potranno di nuovo sforare il limite. “Oggi abbiamo preso una decisione senza precedenti”, aveva twittato allora un’euforica Laura Boldrini.

Così come senza precedenti sono le false partenze e le riforme a metà che, in tema di tagli alla spesa pubblica, abbiamo visto in questi anni. E non sarà certo un caso se, tra dimissioni e calci nel sedere, chiunque abbia provato a mettere un freno ad uno Stato dalle mani bucate, sia finito, volente o nolente, a fare un altro mestiere: da Piero Giarda a Enrico Bondi fino a Carlo Cottarelli, nessuno è riuscito nell’impresa. Anche perché aggirare i paletti è davvero semplice. Esempio: sempre nell’ambito del tetto agli stipendi, diversi enti stanno riuscendo a sottrarsi alle maglie della riforma, attraverso diversi escamotage. Uno su questi pare lo stia studiando Invitalia, uno dei (tanti) carrozzoni di Palzzo Chigi: poiché la legge dice che dal limite sono sottratte le società pubbliche quotate o quelle non quotate che però emettono strumenti finanziari come i bond, l’Agenzia per l’attrazione degli investimenti legata al Ministero dello Sviluppo Economico ha ben pensato di produrre obbligazioni per finanziare alcuni progetti legati alla riqualificazione del Mezzogiorno.

C’è sempre un modo per sfuggire alla tagliola, dunque.

Oggi, al posto di Bondi e Cottarelli, su quel trono spinato siedono i due economisti Roberto Perotti e Yoram Gutgeld i quali, lo scorso ottobre, hanno partorito l’ennesima promessa mancata: la Legge di Stabilità ha prodotto, contrariamente dalle cifre astronomiche promesse da Renzi (18 miliardi di euro per il 2015 e 36 miliardi per il 2016), solo 5-6 miliardi di euro di tagli, lo 0,5% del Pil. E addirittura, in questi giorni, c’è chi come Unimpresa attacca il Governo: uno studio della Banca d’Italia certifica che, tra gennaio e ottobre 2015, la spesa pubblica corrente è aumentata di 40 miliardi di euro (più dell’11%) rispetto allo stesso periodo del 2014.

Poi, vi ricordate il taglio alle auto blu? Anche quello non ha prodotto i risultati sperati. E il finanziamento pubblico ai partiti? E’ vero, è stato abolito, ma lo Stato ci rimette comunque perché una forma di finanziamento indiretto rimane: il 2 per mille che i cittadini decidono di devolvere ai partiti sono comunque risorse sottratte all’erario. Insomma, non se ne esce proprio. Tutto ciò condito dall’ultimo scenografico annuncio di Matteo Renzi, il buon proposito del 2016: l’aggressione della spesa sulle partecipate pubbliche, statali, regionali e comunali. L’obiettivo è quello di dimezzarle da 8mila a 4mila, per arrivare ad un’asciutto e tondo 1000. Renzi e il ministro Padoan ce la faranno? Difficile crederlo, visto che nel Cdm di oggi, diversamente da quanto programmato, non se ne è parlato. Ah, giusto per risparmiare, Renzi, scrive oggi La Repubblica, arruolerà nel suo staff comunicazione – in vista della campagna per il referendum sulle riforme costituzionali – Jim Messina, uno degli spin di Obama. Un contratto da cento milioni. E paga Pantalone.

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di on 15 gennaio 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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