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Il terrorismo non vincerà sulla nostra voglia di viaggiare

marrakesch

Perché seguitare a viaggiare in tempi di ansia da terrorismo? Primo perché la buccia di banana e il ruzzolone fatale nella vasca da bagno sono altrettanto insidiosi e a portata di casa. Poi perché la paura è regolata da un meccanismo dolcemente perverso che si chiama memoria, amica quanto basta per rimuovere col tempo i ricordi più sgradevoli.

I jihadisti che hanno affettato a colpi di machete 62 turisti nel massacro di Luxor del 1997, ricordate?Quando vi abbronzate in spiaggia pensate mai al kalashnikov che vien dal mare che ha trivellato a groviera 39 bagnanti a Sousse?

Mentre sorseggiate un tè verde tra i saltimbanchi di Marrakech pensate mai alla bomba nel caffè alla moda di piazza Jamaa el-Fna? E la discoteca di Bali? E le Filippine? E i rapimenti nello Yemen? Eh no, se no che vacanze sarebbero?

È passato troppo tempo? E l’aereo esploso nei cieli santi del Sinai solo due mesi fa? Roba recente quanto gli orrori parigini, eppure il Mar Rosso e la Ville Lumière pullulano di turisti, forse meno di prima, ma l’oblio matura e si tornerà ad avere il tutto esaurito.

Bocciamo l’argomento per cui “non ho paura per non dargliela vinta”: il martirio lo lasciamo a loro e se devo morire ammazzata preferirei succedesse per una causa che mi appartiene.

E allora perché continuare a viaggiare?

Anzitutto i recenti eventi di Parigi, in aggiunta ai recentissimi nelle città tedesche a Capodanno (donne derubate e violentate), dimostrano che non siamo al sicuro nemmeno nella pizzeria sotto casa. A seguire perché non esistono più mete sicure, ma solo paesi già colpiti e tutti gli altri a rischio. E per quanto sia sicura la meta, si passa comunque per aeroporti e stazioni notoriamente a rischio.

Poi perché chi ama viaggiare può incorrere anche nella malaria, in uno tsunami, nello scoppio di una guerra civile, in un pesce scorpione, in mezzo a una tempesta sul catamarano. Modi più eroici e pittoreschi per lasciarci la salute ma pur sempre fastidiosi.

Poi finché siamo vivi pensiamo che le disgrazie capitino agli altri e quando non lo saremo più smetteremo anche di pensare e chi si è visto si è visto. Per non parlare delle conseguenze famigliari della rinuncia alla vacanza: già si sfiorano gli uxoricidi nella routine, figurarsi se ci costringiamo a casa anche in ferie, roba da perdere la testa o farne rotolare una in un attentato domestico.

E la nonna? Ha bisogno di mare e a 80 anni se ne frega degli attentati, anzi, così rimarrebbe nella storia più che per un volgare ictus. Poi esiste l’adrenalina. Senza scomodare David Livingstone, se Goethe si fosse fermato dinanzi alle paure del tempo, i briganti assaltacarrozze e gli assassini per due soldi, non sarebbe mai partito perdendosi conquiste ed emozioni ispiratorie.

Inoltre non tutti sono dotati di fantasia e immaginazione, c’è chi in Africa ci deve andare per toccare con mano guantata dalla jeep la violenza della natura o la fame nel mondo. C’è chi deve fotografare di persona i tramonti balinesi o i disperati dell’India, perché le foto del web (quasi sempre più belle delle nostre) sono solo il web e non ci puoi fare la cena con foto per tediare gli amici al rientro.

Poi c’è il fattore sociale, mica posso stare a casa a capodanno, a ferragosto, cosa racconto ai colleghi? E all’amica che sta partendo per la crociera in Alaska? Io sto a casa mentre il mio ex se ne sta spaparanzato alle Seychelles con quella troia che mi ha rimpiazzata?

Insomma, il terrore di affrontare le conseguenze della rinuncia supera lo spauracchio per l’invasato col napalm che ti sbuca dalla palma nell’oasi sahariana. Ed è giusto che sia così, la paura è sacrosanta, e la gente comune la indirizza dove può, possiamo tremare per una raccomandata di Equitalia o i dispetti della suocera stronza, ma il terrorismo ci terrorizza giusto fino al primo catalogo delle Maldive che ci finisce sottomano.

La paura è giusto riservarla alle istituzioni ingessate che dovrebbero affrontare il problema con fermezza, ai politici che non hanno il coraggio di chiamare le cose e le persone col loro nome perché hanno a loro volta paura di essere xenofobi e discriminatori. È il gatto che si morde la coda mentre noi mangiamo il cous cous a Djerba in attesa di gustarlo tutti i giorni a casa nostra, seduti a terra, senza posate e con un bel velo in testa, proprio come facevamo ai festini del Club Med.

Solo che allora eravamo in vacanza…

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di on 8 gennaio 2016. Filed under Intraprendente on the road. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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