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L’Italia che ce la fa spesso ce la fa in America

Che spesso il problema sia l’Italia, intesa come apparato burocratico, e non l’italiano lo prova il fatto che chi vuole, chi è sufficientemente meritevole e abile, del nostro Paese fa parlar bene. Anche dall’altra parte dell’Oceano. Uno dei casi più eclatanti degli ultimi tempi e la gestione lucida del marchio Rana, che ha sfondato i confini nazionali imponendosi sul mercato globale e che in America sta conquistando sempre più ampie fette di mercato, con una percentuale di crescita del 12% incrementata durante gli anni della crisi, dal 2007 al 2014. O Massimiliano Gioni, già direttore delle arti visive della Biennale di Venezia nel 2013 e curatore per la Biennale di Berlino, entrato nelle pagine della stampa americana, tra cui quelle del New York Times, per il suo incarico di direttore associato al New York Museum of Contemporary Art, mentre dal 2003 è anche direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano.

Simone Crolla

Simone Crolla durante la premiazione GEI

Perché l’America è lontana ma non impossibile da raggiungere e creare un link che sappia far crescere collaborazioni felici è fondamentale. In questo senso si fa largo Simone Crolla, consigliere delegato di American Chamber of Commerce in Italy, che un paio di giorni fa è stato l’ospite d’onore del Gruppo Esponenti Italiani (GEI), associazione nata nel 1974 e costituita dalle maggiori aziende, organizzazioni e istituzioni italiane attive negli Stati Uniti. Crolla è stato premiato con il GEI Friendship Award (con cui sono già stati insigniti, tra gli altri: Alessandro Benetton, Umberto Agnelli, Emma Marcegaglia e Carlo Cottarelli), riconoscimento riservato a esponenti di spicco delle istituzioni e della comunità di business italiana e americana che si sono distinti per il contributo allo sviluppo delle relazioni economiche e culturali tra Italia e Stati Uniti. Perché Crolla? Perché attraverso il proprio lavoro traccia nuove e possibili vie di investimento per le aziende italiane, interessate a lavorare con gli Usa, e, non di meno, sostiene le aziende americane perché mantengano e rafforzino i propri investimenti in Italia. Poco? No, tutto. Specie se consideriamo quanto emerso nell’ultimo discorso presidenziale di Obama, ovvero che l’America è in salute, inalterata nella sua potenza economico-militare e nel suo significato filosofico, nel suo eccezionalismo di fondo, si può dir tutto ma non che gli uomini capaci di accorciare le distanze e aprire nuovi mercati non siano necessari come il pane.

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di on 14 gennaio 2016. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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