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Ode liberista a Checco Zalone

Il suo successo è la vittoria del libero mercato sui cachet di Stato, il trionfo della meritocrazia sulla mediocrità, il riscatto di un Sud che ride anziché lamentarsi. Forse saranno le sue risate a salvarci...

checco zalone

Dopo la botta narcotizzante del discorso di fine anno di Mattarella, ci voleva la scarica di risate e adrenalina del film di Checco Zalone, per riprendersi dalla terribile sonnolenza capodannesca. In tanti si chiedono come faccia questo comico-cantante venuto dalla provincia del Sud, che non ha mai frequentato accademie di teatro e corsi d’élite di recitazione o conservatori di musica, a incassare sette milioni di euro in un solo giorno, vendendo oltre 1 milione di biglietti in Italia.

La prima ragione è che Checco riempie le sale cinematografiche perché non parla ai salotti buoni, ma li mette alla berlina. È capace di fare cinema pop senza quell’ossessione radical-chic di fare cultura, che poi spesso si traduce in film talmente di nicchia da diventare film di minchia, come dice lui. Pellicole d’essay che altro non sono che corazzate Potëmkin, cioè cagate pazzesche. Checco Zalone e il suo Quo vado? sono la risposta al deserto di programmazione che spesso, davanti a un cinema, ti porta a chiedere disperato Quod vedo? (cioè, stasera “che diavolo vedo?”).

L’altra ragione è che Checco Zalone è in grado di fare ironia sia sui rottamatori che sui rottamati, di fustigare i costumi della vecchia classe dirigente (come nella sua ultima perla musicale, La prima Repubblica) ma anche di scherzare sul nuovismo di chi ci governa adesso, di sbeffeggiare sia il mito del posto fisso che l’ideologia del lavoro mobile (in movimento, in mobilità e con l’uso di apparecchi mobili) consacrata dal Jobs Act renziano.

Ma soprattutto Checco Zalone ottiene successo perché non ha paura di stare sul mercato, di fare film, di confrontarsi con il riscontro del pubblico; perché si guadagna i suoi soldi facendo ridere e convincendo con il suo talento le persone ad acquistare il biglietto, senza ricevere corposi cachet dalla tv di Stato, come fanno i Benigni e i mammasantissima della comicità perbenista e d’apparato. Checco Zalone è la vittoria liberale della risata che sconfigge cachet e cliché, è una ventata d’aria pura in un sistema ingessato, che sopravvive alimentandosi di soldi pubblici e di sovvenzionamenti a pioggia. Lui si guadagna il pane (e alla grande) coi soldi veri di chi sceglie liberamente di vedere i suoi film.

E questo capita perché Checco se lo merita, è un artista eclettico che imita, canta e inventa battute; rappresenta, oltre che il trionfo del mercato, anche la vittoria della meritocrazia, che non abbisogna di scuole, di spinte, di appoggi, di strumentalizzazioni politiche, di tessere di partito o di egemonie culturali, per emergere. No, chi è bravo si autoafferma. E lui ne è la dimostrazione (ed è una consolazione, per i tanti talenti nascosti, vera economia sommersa del nostro Paese).

Zalone parla una lingua – quella della comicità, dell’intelligenza – che diventa codice comune agli italiani, in cui tutti si riconoscono, quanto più Checco mantiene la sua cadenza dialettale, la sua parlata barese. A dimostrazione che si può essere universali solo se si conserva un forte retaggio local e si rivendica quel particolarismo linguistico come specificità, valore aggiunto. È il federalismo della comicità, il suo campanilismo, che rende questa risata ancor più nazionale.

Da ultimo Zalone vince perché è il simbolo di un Sud che ride e fa ridere anziché piangere. Che non si lamenta ma canta, che non chiagne e fotte ma si diverte e sfotte. È la fine della lamentazione, dell’autocommiserazione, e l’inizio dell’autoironia, della risata che ci insegna a guardare ai “problemi del Mezzogiorno” con distacco, senza farne una “questione” e una “questua” continue.

È anche per questo che noi che scriviamo (che proveniamo dalla sua terra e siamo un po’ “cozzaloni” come lui) lo sentiamo spiritualmente, oltre che geograficamente vicino. E alla domanda «Quo Vadis? (dove vai?)», sapremo rispondere «al cinema, a vedere Quo vado?».

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di on 4 gennaio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

7 commenti a Ode liberista a Checco Zalone

  1. silvia Rispondi

    2 gennaio 2016 at 16:24

    ciccini, una rondine non fa primavera. e di checco zalone ce n’e UNO.
    Suvvia.
    Concordo sul suo essere un gigante.
    E le spadellate che tira a questo paese mi ingrassano.
    Enorme.

  2. Marco Green Rispondi

    2 gennaio 2016 at 17:56

    Checco Zalone? Odioso e per nulla comico…
    Piuttosto mi sorbisco l’ennesimo film sempre uguale di Pieraccioni recitato di merda dall’attricetta italiana di turno.

    A parte gli scherzi, andate a vedere Guerre Stellari che almeno non buttate nel cesso i soldi del biglietto.

  3. adriano Rispondi

    3 gennaio 2016 at 07:09

    Anche di tanti altri cosidetti comici alla Zelig o da cinepanettone si sono tessute le lodi effimere e non mai capito perchè.Oggi è il turno di altri e continuo a non capire perchè.Se storpiare la lingua e i doppi sensi da osteria sono indice di genialità,comincio a capire tutto il resto,aspettando i titoli di coda.

  4. Epulo Rispondi

    3 gennaio 2016 at 10:23

    il monologo di Zalone (contro haccp, UE, tasse ecc) alla riunione degli industriali a Portofino, in “Sole a catinelle”, è la versione italiana dell’apologo di Gekko sull’avidità, in “Wall Street”. Considerato il contesto, e la realtà italiana attuale, è quasi roba einaudiana (di Luigi, ovviamente).

  5. Aurelio Rispondi

    4 gennaio 2016 at 09:56

    Nel suo umorismo ricco di meridionalita’sfotte il vero grande guaio di questo paese…il posto fisso inutile e dispendioso e tutti i guai che procura al paese e soprattutto a chi lavora creando,producendo fatti e ricchezza che gli vengono rubati a vantaggio di una schiera infinita di persone che vengono pensionate a vita anche con supporti politici o meglio di politici che distruggendo il paese o creandone uno senza merito aiutano la loro permanenza su poltrone che non meritano.Bravi gli Zalone che sfottendo questa schiera di inutili a se stessi produce una ricchezza inusuale per questo paese e per quel settore.

  6. SILVANO Rispondi

    5 gennaio 2016 at 21:12

    Ma è solo un film.

  7. Padano Rispondi

    7 gennaio 2016 at 09:48

    Ennesima prova dell’egemonia culturale del Mezzogiorno.

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