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La trappola degli ayatollah

Mentre monta la tensione tra Iran e Arabia Saudita, l'accordo sul nucleare mostra sempre più crepe. Il regime moltiplica le inadempienze, e Obama pare interessato solo a tenere Teheran al tavolo, anche sulla crisi siriana. Ma così aumenta le concessioni, e getta benzina sul fuoco della rabbia sunnita...

iranLe intese dello scorso luglio con Teheran sul programma nucleare hanno modificato dinamiche, ambizioni nazionali, rapporti e sfere di influenza. Le ultime settimane del 2015 hanno dato ancor più evidenza agli effetti che l’accordo nucleare (JCPOA) sta avendo, in un quadro di instabilità dominato certamente dalla crisi siriana e dallo Stato Islamico, ma nel quale si sono inseriti nuovi protagonismi.

In questi ultimi mesi della sua Presidenza, Obama intende consolidare una “legacy” di politica estera imperniata sulla apertura di credito all’Iran quale partner responsabile nella regione, sulla collaborazione con la Russia nella guerra allo Stato Islamico, sul ridimensionamento del ruolo americano e occidentale nella stabilità del Medio Oriente. Gli Europei devono porsi alcuni fondamentali interrogativi, nell’attesa di una probabile correzione di rotta nella politica estera americana tra un anno. Connaturati all’esistenza stessa dell’Unione ‎Europea sono l’affermazione dello Stato di Diritto, del pluralismo politico, delle libertà fondamentali e della tutela dei diritti umani quali elementi centrali e irrinunciabili delle politiche estere e di sicurezza di tutti ventotto paesi dell’Unione, e dell’Ue in quanto tale.‎ Nei negoziati in corso per porre termine alla immane tragedia siriana, per ricostruire la statualità irachena, per stabilizzare la Libia, è interesse dell’Italia e degli europei creare fondamenta solide per un Mediterraneo post crisi. In percorsi tanto difficili, caratterizzati da agende dichiarate e anche nascoste che spesso divergono tra loro, la corretta valutazione di interessi e finalità dei compagni di strada costituisce uno sforzo imprescindibile. L’illusorietà, il partito preso, la fretta sono sempre pessimi consiglieri.

Poche luci e molte ombre sul “nuclear deal”

Negli ultimi giorni del 2015 il Segretario di Stato americano ha annunciato con soddisfazione che 25000 libbre, circa dodici tonnellate, di uranio iraniano ‎arricchito al 20% erano state trasportate in Russia, in cambio di uranio naturale proveniente dal Kazakhastan. L’allontanamento dall’Iran di uranio arricchito sin quasi alla gradazione necessaria per la “bomba” lascia a Teheran- secondo quanto prevede il JCPOA- la disponibilità di una piccola quantità, 300 kg, di materiale fissile arricchito solo al4%. Si allungherebbero così i tempi della “breakout capacity” per un arricchimento a scopi militari.Teheran disponeva infatti di uranio ad alto arricchimento in quantità più che sufficienti alla produzione di un certo numero di ordigni. Le quantità dimostravano quanto fossero pretestuose le finalità di “ricerca medica” asserite dall’Iran. La “breakout capacity” infatti era praticamente acquisita. Con grado di arricchimento e stocks cosi elevati bastano otto, dodici settimane al massimo per mettere a punto un certo numero di ordigni e armare i missili: questo secondo le stime degli stessi firmatari del Nuclear Deal(JCPOA), probabilmente ottimistiche per mitigare gli allarmismi dei Paesi che si sentono minacciati da un Iran nucleare. Con il “deposito” in Russia del materiale fissile arricchito al 20% il margine di tempo tempo si allungherebbe sino a sei/nove mesi. Se gli iraniani ottempereranno all’obbligo di convertire come stabilito dal Nuclear Deal il reattore di Arak per la produzione di plutonio -seconda possibile “filiera” della bomba-l’amministrazione Obama è convinta che la minaccia nucleare iraniana sia “definitivamente” rientrata. Si potranno così azzerare le sanzioni petrolifere e finanziarie, restituire a Teheran oltre 100 miliardi di depositi congelati, riattivare gli scambi commerciali nella loro pienezza e, nella visione dell’attuale Amministrazione statunitense, contare d’ora in avanti sulla onesta e affidabile collaborazione di questo grande Paese nel risolvere gravissime crisi regionali in un quadro di sicurezza condivisa. E’stata Washington a effettuare ripetute pressioni per “ammorbidire” Paesi Europei come Francia e Gran Bretagna che in diverse fasi del negoziato “5+1” hanno insistito per garanzie più solide e soprattutto per accertare la pericolosità di attività clandestine di proliferazione nucleare e missilistica portate avanti dal Governo iraniano non solo all’inizio degli anni 2000, ma ancora nell’ultimo quinquennio. Tutta l’architettura del JPCOA poggia sul presupposto della totale assenza di attività nucleari clandestine ‎tenute nascoste. In caso contrario, il sistema ispettivo dell’AIEA, che è limitato ai siti dichiarati e riconosciuti nell’Accordo nucleare, perderebbe qualsiasi significato.

A questo punto,per valutare meglio la serietà di un diffuso ottimismo “politically correct” nei confronti dell’Iran vale la pena di rileggere il Rapporto presentato dall’AIEA lo scorso dicembre ‎circa le “attività pregresse” dell’Iran. Con vere acrobazie logiche, i paesi membri dell’AIEA hanno deciso in tutta fretta di dare all’Iran la “patente di verginità'” necessaria all’ “implementation phase” dell’Accordo nucleare, così da far scattare rapidamente la clausola risolutiva delle sanzioni nei confronti dell’Iran. Perché ciò fosse possibile, come auspicato da Washington con il sostegno di una Ue ansiosa di tornare sul promettente mercato iraniano, sono state fatte palesi forzature, ignorando volutamente quanto il Rapporto AIEA ha perfettamente documentato circa le gravi inadempienze e reticenze iraniane. Si tratta in particolare:
a) del totale rifiuto delle Autorità iraniane a consentire che gli scienziati ed esperti coinvolti nel programma nucleare potessero essere ascoltati dagli Ispettori dell’Agenzia‎ di Vienna;
b) della rimozione iraniana di tutte le installazioni, fotografate dai satelliti, nella base militare di Parchin utilizzate per inneschi ad alto potenziale tipici dell’armamento nucleare; rimozione dei suoli e di tutti i materiali dai quali potessero rilevarsi tracce compromettenti;
c) della mancanza di spiegazione, aggravata dall’impossibilità di intervistare gli esperti iraniani e di ispezionare tempestivamente siti come quello di Parchin, circa i programmi informatici di enti iraniani relativi alla progettazione di inneschi per ordigni nucleari.

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di on 5 gennaio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a La trappola degli ayatollah

  1. cristiano Rispondi

    4 gennaio 2016 at 19:09

    Tutta gentaglia che non promette nulla di buono.Non mi sono mai piaciuti loro e il loro fanatismo religioso che denota un primitivismo di violenza e prevaricazione.

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