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La retorica delle “periferie” ha rotto le palle

È la moda del momento a Milano: contagia tutti i candidati alle primarie del centrosinistra, e persino il centrodestra senza candidato. Fanno tutti a gara di aperitivi al bar del Giambellino fingendo di portare le "scarp de tennis", ma le sfide della città sono altre...

totò

Snocciolare slides che ritraggono casermoni in bianco e nero fischiettando la ballata del Cerutti Gino, dopo un caffé al bar del Giambellino, magari indossando solo un un paio di scarp de tennis. Oppure, perché no, scimmiottare la teoria del “rammendo” di Renzo Piano: il dormitorio che diventa uno spazio di coworking o la bocciofila che si trasforma in incubatore per startup innovative. Nominare i sobborghi per dire che in realtà non esistono. È la moda del momento, la retorica della periferia. Il trito e ritrito refrain di qualsiasi aspirante sindaco dei giorni nostri. L’insopportabile nenia della riqualificazione, della sicurezza, del riscatto sociale della città ai margini. Tutti sacrosanti e auspicabili sogni, ma enfatizzati a tal punto da suonar già vecchi. È lo storytelling, bellezza, direbbero i comunicatori renziani. Sì, ma anche allo slogan c’è un limite: perché, quando scivola nella retorica, rimane, il più delle volte, una falsa promessa. E, probabilmente, a Quarto Oggiaro e a Baggio, queste cantilene, che si ripresentano puntualmente ogni cinque anni, le sanno a memoria.

E il populismo pauperista che cerca terreno fertile nei mercati rionali è una faccenda tanto scontata quanto bipartisan. E in una Milano in pieno clima elettorale l’aria ne è intrisa. A sinistra sono in tre a contendersi il primato. Francesca Balzani si è inventata (che originalità), la “città policentrica”: «Una Milano con più centri vitali nei quali investire per il recupero degli edifici e dei servizi ai cittadini». Salvo poi la difficoltà nello spiegare, ai suoi facoltosi sostenitori da salotto, che la Comasina è un corso Vercelli più spostato verso la campagna. Non poteva essere da meno l’altro candidato, l’assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino, che propone nientepopodimeno che il “patto dell’8 febbraio”: «Dopo le primarie torniamo tutti assieme nei quartieri popolari. Perché per me quei quartieri non possono essere scoperti solo perché si è alla ricerca di voti». Excusatio non petita, per cui pare che alla Barona abbiano ringraziato urlando: “Sta a ca’ tua”. E Beppe Sala? Poteva mancare all’appello nella gara a chi fa e dice più cose di sinistra? No. Son bastate due pedalate e quattro strette di mano al Gallaratese per fargli dire «funziono di più nelle periferie». Probabilmente si riferiva agli ultimi cento metri del Decumano.

È l’ansia da nuove banlieu (che dire, va di moda la Francia) che muove i candidati: l’effetto Tor Sapienza, per fare un esempio nostrano, che ha segnato l’inizio della fine della giunta Marino a Roma, è lo spauracchio dei candidati sindaco che non risparmia nemmeno il centrodestra. Così, sotto il nuovissimo hashtag #RialzatiMilano oggi partono anche i gazebo di Forza Italia: per l’occasione si scomoda Silvio in persona, che sarà presente, dopo pranzo, a Baggio e al Lorenteggio: «Abbiamo pensato di ripartire ascoltando le persone» dicono gli organizzatori. Il che presuppone che prima parlassero ai muri.

Nei prossimi cinque anni ci sono tante sfide: il dopo Expo, il lavoro, l’internazionalizzazione, gli investimenti esteri. Una visione che vada oltre le tangenziali sarebbe gradita.

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di on 16 gennaio 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a La retorica delle “periferie” ha rotto le palle

  1. corrado Rispondi

    17 gennaio 2016 at 17:16

    si ma nelle periferie si raccolgono i voti e li che si concentrano i leaders per raccattare voti con promesse di resurrezione delle aree e di ricchi guadagni per gli abitanti di quelle zone.Poi tutto passa nel dimenticatoio ,tutto langue e qualche arruffapopolo del niente prende i voti.

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