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I nostri non-auguri a Repubblica

Compie quarant'anni il giornale fondato da Scalfari. Un partito-Chiesa che ci ha venduto un surrogato della vecchia dottrina comunista: la "questione morale", la più impolitica e pericolosa delle ideologie. Creando così il nuovo conformismo dell'Intellettuale Collettivo...

Eugenio Scalfari durante l'iniziativa 'Il Cortile dei Giornalisti', il 25 settembre 2013 al Tempio di Adriano a Roma. ANSA/ GUIDO MONTANI

La storia del quotidiano La Repubblica, iniziata esattamente 40 anni fa, il 14 gennaio 1976, è la storia di un marchio di successo. Successo commerciale, editoriale, giornalistico, politico. Ma è anche la storia di un successo morale? Il quotidiano ha rappresentato davvero la punta di diamante di un processo che ha segnato la crescita civile e culturale dell’Italia intera, come vuole la (auto) narrazione vincente? O è stato al contrario, come noi crediamo, non la soluzione, ma uno dei più vistosi problemi, una tara, dell’Italia contemporanea? La domanda non avrebbe nemmeno un senso se il quotidiano fondato e diretto per 20 anni da Eugenio Scalfari e per altri 20 da Ezio Mauro, si fosse limitato ad essere in tutto questo tempo un foglio non dico “indipendente”, ma almeno “di opinione“, seppur di un’opinione fortemente orientata a sinistra. No. Spinto dalla personalità vanesia del suo direttore, i cui interessi convergevano perfettamente con quelli economico-finanziari di colui che ne è diventato presto il proprietario, l’ingegner De Benedetti, La Repubblica ha voluto farsi partito. E nemmeno fluido, ma un partito-Chiesa di vecchio stampo: con la sua ideologia, le sue regole rigide, i suoi miti e tabù, le parole d’ordine, la capacità di mobilitare e quella di creare personaggi dal nulla o di escluderne altri degni di fama dal suo “cerchio magico” (casomai semplicemente ignorandoli). Ma quale è stata, appunto, l’ideologia di Repubblica ?

Non credo di sbagliarmi se dico che il giornale ha adottato un pubblico che aspettava di essere adottato, in un rapporto dialettico di causa e effetto. Un pubblico che era a un tempo figlio della modernizzazione italiana del dopoguerra, realizzata sotto l’egida del Patto Atlantico e grazie soprattutto alla scelta di campo del partito cattolico, e dell’ipoteca culturale che sul mondo intellettuale aveva messo, sin dai primi anni postbellici, il Partito comunista. Un’influenza, un'”egemonia”, quella esercitata dal partito togliattiano, che si era dispiegata nelle scuole, nell’editoria, nei giornali, nelle case editrici. E fu in questo milieu, a cui la “favola comunista” non poteva più essere raccontata ma che comunque da essa aveva subito inequivocabili “danni mentali”, che, con somma maestria, il nuovo giornale andò a pescare, a metà degli anni Settanta, il suo pubblico: il cosiddetto “ceto medio riflessivo“. Ad esso egli poteva “vendere”, e in realtà vendette, solo un surrogato del vecchio comunismo: un’idea che comunque permetteva di tener fermo il mito di una “superiorità” quasi antropologica del mondo di sinistra. E questo surrogato si chiamò “questione morale“: la più impolitica, ipocrita e pericolosa delle ideologie politiche. Di essa parlò, in un’intervista al direttore, il segretario del vecchio PCI: quel Berlinguer elevato a eroe del pantheon scalfariano nonostante fosse, degli esponenti comunisti, certamente uno dei più  trinariciuti e reazionari (nel senso etimologico del termine, per intenderci alla Pasolini: un altro dei numi tutelari del quotidiano).

Fortuna poi volle che, scoppiata “Mani Pulite” e sceso in campo Berlusconi, l’acerrimo nemico del proprietario di Repubblica, il portatore di una visione dell’Italia sicuramente più laica e secolarizzata, il giornale, sul filone della “questione morale”, poté divenire l’organo quasi ufficiale di quel “partito delle procure” che metteva in scacco con la sua azione altamente politicizzata non solo ogni possibilità di rinnovamento per il nostro Paese, ma anche ogni idea di stato di diritto e di garantismo. L’Intellettuale Collettivo forgiato da Repubblica, l’aedo del nuovo conformismo, assunse così i tratti arcigni di un robespierrismo di provincia che si è accompagnato al declino economico e culturale, oltre che politico, del nostro Paese. Il resto è storia d’oggi. L’arrivo di Calabresi, direttore a “sua (di Scalfari) insaputa”, significa non solo e non tanto un occhio di attenzione verso Renzi da parte di De Benedetti, ma anche la fine dello scalfarismo. Non a caso speculare alla fine del berlusconismo: l’attestato della non coincidenza degli interessi del proprietario con quelli del direttore. Berlusconi e Scalfari: simul stabunt, simul cadent. E anche se Scalfari ha abbozzato, per lui non sarà certo un bel compleanno.

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di on 14 gennaio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a I nostri non-auguri a Repubblica

  1. pupi Rispondi

    14 gennaio 2016 at 11:46

    Penso che l’Italia putroppo è sempre stata questa ben rappresentata dalla DC e dal Film di Zalone. Quella che non vuole mai cambiare e Repubblica ha solo dato voce a quel paese che rieine la ns. costituzione la milgiore del mondo, il lavora garantito dallo Stato, e tassare la ricchezza dei pochi per ridistribuirla ai tanti. e quindi tassa e spendi o tu paga che io magno…

  2. Carlo Gambescia Rispondi

    14 gennaio 2016 at 13:57

    Complimenti! Bella l’intuizione sul “surrogato del vecchio comunismo”. Condivido sulla mia pagina Fb! E con piacere.

  3. Milton Rispondi

    14 gennaio 2016 at 18:37

    Ottima e come sempre perfetta e condivisibile analisi.
    Un grazie al Prof. Ocone.

  4. marco Rispondi

    14 gennaio 2016 at 21:16

    per quarant’anni, milioni di italiani, dilaniati dalla dolorosa percezione del divario tra la normalità del proprio quotidiano (fatto di partner sfatti, figli somari, capiufficio prepotenti e mutui da pagare) e la orgogliosa coscienza di possedere preziose potenzialità intellettuali alle quali solo un sistema ingiusto poteva impedire espressione, hanno trovato lenimento nell’odore dolciastro dell’inchiostro scalfariano. Una piccola tassa mattutina da pagare per provare il brivido della prossimità a Kant, Rousseau, Galileo ed a tutti gli altri giganti del pensiero rinchiusi per sempre nei libri di scuola la notte precedente all’orale di maturità. La piacevole sensazione di appartenenza ad una elite ristretta che aiutava a sentirsi altro rispetto alla massa di pendolari con cui si condivideva il regionale delle 7 e 30. Non un giornale, dunque. Piuttosto un cordiale. Un bicchiere di zabaione denso per rinfrancare l’autostima. Comunque, una furberia. Poi arrivò il nemico del proprietario. E, inconsapevoli, quelle divisioni di riconoscenti divennero oggetto della più gigantesca manovra di circonvenzione di incapaci che la storia ricordi. Essi furono trasformati in una clava obbediente che direzioni compiacenti battevano con cieca violenza sul groppone di colui che aveva l’unico difetto di essere un imprenditore migliore del proprietario. Una bruttissima storia di raggiro per placare un rancore, a costo di spaccare in due un paese e di impedire che una promessa di modernizzazione si trasformasse in realtà.

  5. cerberus Rispondi

    14 gennaio 2016 at 22:07

    Non posso far altro che dire:”ottimo articolo”.

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