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Contro quelli che il petrolio no

trivelle

Il governo ha aggirato le regioni marittime con uno stratagemma machiavellico. Ha promulgato una legge che vieta la trivellazione petrolifera dei fondali marini a meno di 12 miglia dalla costa, un provvedimento che entra in vigore col nuovo anno e rende superflui i referendum contro le trivellazioni promossi da 10 regioni costiere interessate. Ma il giorno prima che la legge venisse approvata e promulgata, il 22 dicembre, il ministro Federica Guidi ha firmato tutte le necessarie autorizzazioni all’esplorazione e all’eventuale trivellazione. La legge non è retroattiva e il gioco è fatto. Dei sei quesiti referendari, solo 1 è stato ammesso dalla Cassazione, quello che riguarda l’estrazione in mare. Sui prossimi la Cassazione deve ancora decidere. Il governo, insomma, potrebbe ancora perdere.

Quel che ha appena fatto il governo non brilla per trasparenza e le regioni ingannate hanno tutto il diritto di sentirsi tradite. Oltre a tutto è l’ennesima dimostrazione di forza dello Stato centrale sui governi locali, dunque anche da un punto di vista federalista non c’è da essere contenti. Quel che, però, il governo Renzi ha voluto ottenere a tutti i costi (l’esplorazione e l’eventuale trivellazione di nuovi giacimenti petroliferi in territorio italiano) è più che legittimo, mentre la protesta contro il petrolio lascia ancora una volta perplessi.

Il problema, come sempre in Italia, è che il dibattito sul nostro petrolio sta assumendo i soliti toni anti-scientifici che ormai contraddistinguono il nostro Paese in questo disgraziato periodo storico. Il Comitato No Triv, che promuove i quesiti referendari, dice “No alla privatizzazione delle risorse energetiche”, che, secondo loro, “regala a pochi le ricchezze e lascia devastazioni e rischi sociali” (evidentemente l’Urss, dove tutte le risorse erano nelle mani dello Stato, era un esempio specchiato di tutela dell’ambiente…). Il comitato dice “No al massimo sfruttamento delle risorse”, affermando come slogan che si dovrebbe “uscire dall’economia degli idrocarburi”. E, quale ricetta, propone un “uso sostenibile del territorio”. Come? Ovviamente con le energie rinnovabili “al servizio di un’economia dei beni comuni”. Insomma, contro la solita vituperata “lobby del petrolio”, si dovrebbe imparare a usare di nuovo i mulini a vento, eufemisticamente chiamati “pale eoliche”, macchine enormi che rovinano la bellezza del paesaggio più ancora che le trivelle.

Si può anche capire l’opposizione per la trivellazione a due passi dalle spiagge delle Tremiti e di Lampedusa, perle del Mediterraneo e alcune fra le più belle località balneari del mondo (la spiaggia dei Conigli, di Lampedusa, è considerata la n.1 al mondo da TripAdvisor): il turismo è il vero petrolio dell’Italia, dunque non dovrebbe essere in alcun modo rovinato dall’altro petrolio, quello nero e puzzolente, che richiede grandi impianti anti-estetici per essere estratto. Il dibattito dovrebbe legittimamente vertere su questo aspetto: come far sì che l’industria estrattiva non rovini quella turistica, discutendo sulla delimitazione dei suoi spazi, vedute e tecniche di estrazione.

Ma di fronte ai non-argomenti dei No Triv (fatti propri anche dal governatore della Puglia Michele Emiliano al grido di “È una vergogna, una follia”), in cui un “no” da luddista passa davanti a ogni altra considerazione, cascano tutte le obiezioni legittime. Questa non è una battaglia su come sfruttare una risorsa, ma una opposizione ideologica allo sviluppo industriale. Un’idea che, in un periodo in cui la decrescita è di moda, piace alla gente. Ma che se dovesse essere coerentemente applicata ci porterebbe alla decrescita, appunto: una condizione che è “felice” solo per l’economista Serge Latouche che l’ha ideata. Perché è un dato di fatto che le rinnovabili non sono un sostituto possibile del petrolio. Gli aerei e le navi vanno a benzina, i motori elettrici sono ancora fuori portata, specie per gli aerei. L’auto elettrica è l’unica che può dare qualche prospettiva, ma è ancora da verificare sui grandi numeri: per ora è solo un prodotto di nicchia. L’unico sostituto degno di questo nome, per quanto riguarda la soddisfazione del bisogno energetico nazionale, sarebbe il nucleare. Ma gli esiti di altri referendum, votati nel 2011 con la stessa identica logica ideologica dei No Triv, impediscono il suo sviluppo in Italia. Insomma, a meno di non voler affrontare un processo di de-industrializzazione, a gran passi verso il sottosviluppo, non ci resta che accettare il semplice dato di fatto che il petrolio serve ancora. Serve solo capire dove comprarlo.

Il petrolio ci arriva da paesi non propriamente affidabili e soprattutto il suo prezzo è manipolato politicamente dai suoi produttori. Per ora ci va di lusso, con prezzi bassi, solo perché l’Arabia Saudita ha interesse ad aumentare la produzione, per motivi politici suoi. Ma se, per esempio, dovesse aggravarsi la crisi nel Golfo fra Iran e Arabia Saudita, o dovesse peggiorare la crisi della Nigeria, sarebbero guai seri. E soprattutto: noi non potremmo farci niente. Ben venga, quindi, la possibilità di diversificare le fonti, anche producendo in proprio, anche controllando direttamente quel che viene estratto. Rispondere col luddismo a questa soluzione non è un’alternativa.

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di on 12 gennaio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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