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Ci sarebbe la questione settentrionale

Nei suoi insulsi e menzogneri proclami di fine anno davanti alla stampa parlamentare e al Paese, il premier non ha fatto altro che ripetere i consueti luoghi comuni in merito al Sud e alla necessità – a suo giudizio impellente – di varare un’incisiva politica meridionalista. Ha detto che dopo «anni di assenza» (?) nel 2016 ci saranno piani di sviluppo e fondi per sostenerlo, con il deliberato obiettivo di «riconoscere al Mezzogiorno un incoraggiamento supplementare». Come se non bastasse l’esperienza storica fallimentare, almeno dagli anni Settanta in poi, della Casmez (1950-1984) e successivamente di Agensud, fino alla nascita della Seconda Repubblica. Come se non bastasse il residuo fiscale di oggi che quantifica le risorse annualmente trasferite dalle Regioni del Nord a quelle del Sud per fronteggiare problemi di sempre: evasione fiscale, inefficienza nell’erogazione dei servizi e bassa qualità degli stessi, corruzione e sprechi nella pubblica amministrazione.

Di fronte a questo inaccettabile atteggiamento, è legittimo porsi una domanda molto semplice, quasi banale nella sua ovvietà: che fine ha fatto la Questione settentrionale? Invece che porre al centro delle politiche pubbliche del Paese la Questione meridionale, sarebbe opportuno – di fronte ai clamorosi insuccessi e al permanere dello squilibrio, ormai divenuto strutturale e via via sempre più grave, tra Sud e Nord – ribaltare il problema e mettere al centro dell’agenda politica la Questione settentrionale. Anzi, vi è di più. Fino a che non ci sarà un governo – degno di questo nome – consapevole dell’emergenza-Nord, animato da serie intenzioni e dotato di uomini di qualità, volonterosi di affrontare la questione con competenza, non si caverà un ragno dal buco.

Purtroppo, il politicamente corretto di oggi ci conduce altrove, distanti anni luce dalla realtà delle cose. I soloni che ci ammorbano sulle pagine dei principali quotidiani nazionali si ostinano a negare l’esistenza della Questione del Nord. Ha cominciato, nell’agosto 2014, Ilvo Diamanti su La Repubblica con l’articolo “Ci saranno altri Nord”: «Dov’è finito? I temi e le rivendicazioni che ha espresso: dove sono scivolate? Per quel che riguarda le autonomie territoriali e il federalismo: non è più tempo. (…) Insomma: il federalismo, invenzione del Nord, sembra “devoluto”. Comunque emarginato, come i soggetti politici che l’hanno imposto». E Filippo Astone, concentrandosi essenzialmente – in modo superficiale e incline al clamore – sugli scandali politici, ha parlato di una «disfatta» del Nord. Anche un professore della Bocconi, Giuseppe Berta, studioso dello sviluppo industriale del Nord, ha chiuso il suo ultimo volume – La via del Nord – con un paragrafo dedicato a “Il tramonto della Questione settentrionale”: la crisi economica dal 2008 in poi «ha cancellato la “questione settentrionale”, insieme con la rappresentanza illusoria formatasi attorno al principio del primato del Nord». No comment, anche perché è vero il contrario.

Questi sono solo i casi più clamorosi dell’abbaglio – sino a che punto “volontario” non è dato sapere – che serpeggia tra studiosi e analisti. L’errore che si cela dietro questi approcci interpretativi è davvero marchiano: si associa la persistenza di un problema squisitamente politico come la Questione settentrionale con l’andamento elettorale di un partito e di una coalizione, quella che Edmondo Berselli aveva definito il “forzaleghismo”. Ora che governa la sinistra renziana, la Questione settentrionale – questa la tesi di fondo – è morta e sepolta, perché il “forzaleghismo” non è più gratificato dai consensi. Tuttavia, le cose stanno all’opposto: un partito o una coalizione viene premiata alle urne in base alla propria capacità di intercettare e di interpretare i problemi politici e le sensibilità che serpeggiano in seno all’opinione pubblica. Oggi, numerosi indicatori – trascurati dal premier e dagli analisti – ci dicono che la Questione settentrionale esiste eccome e che è un problema politico oggettivo e concreto, una realtà viva e pulsante. Nel breve volgere di pochi mesi – la prima all’inizio dell’estate, la seconda poche settimane fa – l’agenzia di rating internazionale Moody’s per ben due volte ha sostenuto, dati alla mano, che la Lombardia è più virtuosa dello Stato di Roma, con un indebitamento trascurabile e in progressiva diminuzione, da anni al di sotto del 9%, a fronte di una base economico-produttiva solida, dinamica e diversificata. Ciò segnala, tra l’altro, che all’interno della più vasta Questione settentrionale esiste una più specifica Questione lombarda suffragata anche dal fatto che il residuo fiscale della Lombardia ammonta a circa 54 miliardi di euro. Nella speciale classifica delle Regioni che mantengono e quelle che sono mantenute, seguono il Veneto e l’Emilia-Romagna, la Toscana e il Piemonte. Ma sommando il residuo di queste ultime quattro Regioni non si raggiunge il residuo fiscale della Lombardia. E questo certifica quanto la Lombardia sia avanti – perché davvero «anomala» nelle sue performances – anche rispetto al resto del Nord.

A luglio, Confcommercio ha elaborato uno studio sulla spesa pubblica locale dal quale è emerso un dato clamoroso: se tutte le Regioni gestissero la spesa pubblica come in Lombardia ed erogassero servizi della stessa qualità, ogni anno si risparmierebbero circa 23 miliardi di euro; a qualità dei servizi invariata, il risparmio sarebbe di oltre 70 miliardi di euro. Se consideriamo che il famigerato decreto “Salva Italia” di Monti ammontava a circa 30 miliardi di euro, ci rendiamo perfettamente conto dell’entità di questo risparmio, applicando i costi standard e replicando le buone pratiche adottate in Lombardia. Per contro, il rapporto Svimez 2015 definisce oggettivamente drammatica la situazione di un Mezzogiorno alla deriva, in una condizione di sottosviluppo permanente per effetto di un progressivo calo dei consumi e anche degli investimenti, di una contrazione del lavoro che non ha eguali in Europa e di un preoccupante allarme povertà, di un crollo demografico e di una classe imprenditoriale che non è competitiva ma è cresciuta nella cultura dell’irresponsabilità, tra assistenzialismo e clientelismo, assunto come modello nella distribuzione delle risorse. Manca anzitutto il capitale sociale e per tornare ai livelli di reddito del 2007, il Sud – che dal 2008 a oggi ha perso circa 15 punti di Pil – dovrà aspettare il 2025. La crisi si è trasformata davvero in un tunnel senza uscita. L’ha sostenuto anche L’Espresso– a settembre – con un dossier significativamente intitolato “È sparito il Sud”.

La lunga crisi economica ha approfondito il cleavage tra Nord e Sud, con un Mezzogiorno che versa in condizioni peggiori rispetto alla Grecia. Con una grossa differenza: mentre della Grecia si sono fatti carico – chi più chi meno, ovviamente – tutti e 27 gli Stati dell’Ue, del Sud continua a farsi carico solo ed esclusivamente il Nord, che provvede a se stesso e, con il suo residuo fiscale, che è una rapina legalizzata, anche al Sud. E a nulla serve tirare in ballo la “solidarietà” che, per quanto «nobile e rispettabile» – come sosteneva Gianfranco Miglio – comunque «non rappresenta un dovere fondato sul diritto, ma un obbligo che nasce da una fede religiosa o da un codice etico secolare: valido soltanto per coloro che accettano quella fede o quel codice».

Di fronte a queste evidenze, dove sono i Cacciari e i Chiamparino che, spesso, negli ultimi anni hanno parlato dell’esigenza di mettere la Questione settentrionale al centro dell’agenda politica della sinistra? Hanno definitivamente gettato la spugna e si sono arresi al renzismo? Discorso a parte merita il sociologo Aldo Bonomi che nel suo “Microcosmo” di domenica scorsa su Il Sole 24ore ha scritto un articolo molto interessante. Senza una visione politica organica, la Pianura padana rimarrà avvolta dalla nebbia, questa la condivisibile tesi di fondo. Il Nord, che sta vivendo profondi mutamenti dal punto di vista economico e produttivo per adeguarsi ai nuovi tempi, si trova in bilico tra il rilancio e il declino perché la politica si è dimenticata di lui e, soprattutto, non gli offre idee per la crescita. Intesa in senso moderno – come sintesi di tre fattori: capitale sociale, capacità economica e produttiva, vessazione fiscale – la Questione settentrionale è un’aporia della storia della Repubblica, nel senso che è incastonata nelle origini della democrazia repubblicana. Altrimenti non si spiegano le riflessioni del “Cisalpino”, che – sin dall’aprile del 1945 – parlava di un Nord considerato come una «monumentale vacca da mungere», sottolineando la necessità di radicalizzare il conflitto fra lo Stato centrale e il Cantone cisalpino.

La Questione settentrionale è una persistenza, una “regolarità” – la definirebbe Miglio – della storia d’Italia e affiora, come un torrente carsico, ogni 20-25 anni. Dopo il 1945 riemerge infatti tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, nella circostanza della prima legislatura regionale. Poi si inabissa nuovamente per riaffiorare nel tornante 1989-1994, tra la fine della Prima Repubblica e la nascita della Seconda Repubblica. Quindi ritorna sottotraccia, per riemergere infine dal 2006-2008 ai nostri giorni, i dati illustrati lo confermano ampiamente. Ma la politica si è ormai dimenticata del Nord e quando si ricorderà di lui sarà forse troppo tardi.

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di on 8 gennaio 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

13 commenti a Ci sarebbe la questione settentrionale

  1. Marco Rispondi

    8 gennaio 2016 at 08:56

    Ottimo,davvero ottimo articolo che fa il punto vero su una Lombardia operosa e riequilibratrice di scelte politiche del dopo unità sbagliate e stupide,Cavour non fu poi così grande.Oggi però anche la Lombardia è’ in sofferenza e sta soffocando sotto le pretese o ruberie che lo stato impone per far sopravvivere un sud dramaticamente in povertà e senza speranza dove la politica è’ un affare di sopravvivenza e potere feudale personale.Produrre le infrastrutture mai fatte,gli interporti ecc. è’ impossibile.Renzi,il chiacchierone,non sa quello che dice,e continuerà su comando di Napolitano a portare via denaro alle zone operative e dove si produce ancora un po’ ,prima di andare all’estero,per ridistribuirla ai poveri del sud….ma siamo uno Statio o una succursale ingiusta della Caritas ?

  2. Marco Beltrame Rispondi

    8 gennaio 2016 at 09:55

    più che al presidente della repubblica italiana, che esiste una “questione del Nord” andrebbe ricordato a quel partito che un tempo era il riferimento di tale territorio..

    • Vaudano Rispondi

      8 gennaio 2016 at 15:36

      Certo, ma andrebbe prima ricordato ai 25 milioni di nordisti.
      La maggior parte di essi nemmeno sa che cosa sia il residuo fiscale, figuriamoci l’entità.
      Il problema della Padania sono i Padani, e il problema dei PAdani è l’ignoranza.

      • Ernesto Rispondi

        8 gennaio 2016 at 18:50

        Parole sante, Vaudano, parole sante. La maggior parte dei Lombardi ignora di far parte di un popolo dotato di propria storia, propria cultura e propria lingua (due, a dire il vero). Purtroppo, il furbo disegno di meridionalizzazione del nord, passato prima attraverso l’invio al soggiorno obbligate delle loro avanguardie economiche, ossia dei mafiosi, e poi attraverso l’occupazione quasi militare di tutto ciò che è pubblico ha diluito e forse per sempre distrutto il tessuto sociale e culturale lombardo. Penso a paesi della cintura milanese dove i meridionali sono 35.000 e i lombardi 5.000. Penso a paesi alle porte di Milano dove si celebrano demenziali “Feste dei calabresi” in piazza (pochi anni fa una terminò in un regolamento d conti fra due locali della ‘ndrangheta, nel silenzio complice dei “giornaloni”. Penso alle tante donne lombarde che hanno sposato uomini meridionali per passare una vita di umiliazioni, e generare figli che non sono, culturalmente, lombardi, perché “sono nato a Milano ma sono calabrese”. E’ un disastro. Tito ci provo coi croati e gli sloveni, e sembrava ci fosse riuscito. A me sembra che i lombardi non abbiano gli anticorpi di croati e sloveni.

        • Sergio Andreani Rispondi

          9 gennaio 2016 at 06:18

          Gli anticorpi si creano , non si ereditano…

          A proposito : pare che i nuovi aumenti delle Autostrade riguardino solo il Nord….

          • Ernesto

            10 gennaio 2016 at 10:44

            Gli anticorpi, secondo ricerche recenti, passano al neonato dal latte materno. Ma se una madre si annulla per essere gradita alla famiglia meridionale del marito, non passa nulla. Non mi dica, Sergio, che non conosce anche lei decine di situazione così.
            Nulla sarebbe perduto, c’è poi l’asilo per crearne un po’, ma occorrono buoni maestri. Ora, se gli irlandesi hanno avuto Micheal Collins ed Eamon de Valera, i catalani hanno Mas, gli scozzesi hanno Alex Salmond e Nicola Sturgeon, e noi Bossi e Salvini, forse lei capisce il mio pessimismo.

    • Riccardo P. Rispondi

      10 gennaio 2016 at 11:10

      Beltrame ha ragione, avevano avuto un mandato preciso: rivoltare le istituzioni come un calzino, invece il calzino l’hanno indossato e pare sia anche abbastanza comodo.

  3. Marco Green Rispondi

    8 gennaio 2016 at 20:43

    Chiaro che porre oggi il problema della “questione settentrionale” ai politici assistenzialisti equivale, come preoccupazione, a invitarli a raccogliere margheritine in collina in una tiepida giornata primaverile.

  4. cerberus Rispondi

    8 gennaio 2016 at 22:59

    Totalmente in accordo con M GREEN e Ernesto, aggiungo che se i lombardi (e soci) fossero furbi,sarebbero terra libera già da un bel po’.invece siamo stati colonizzati e spolpati dal parassitismo italiota. (E continuiamo a esserlo).

  5. adriano Rispondi

    10 gennaio 2016 at 07:13

    Ci sarebbe anche la questione europea.Si potrebbe iniziare da lì perchè più facile.In generale comunque contano i voti e se a Milano ieri vince Pisapia e domani vince Sala c’è poco da fare.Forse c’è il residuo fiscale,sicuramente manca quello cerebrale.

    • Ernesto Rispondi

      10 gennaio 2016 at 17:29

      A Milano votano 600.000 meridionali e forse 250.000 lombardi. Vedo che fatica a passare come concetto.

  6. Guido Rispondi

    11 gennaio 2016 at 10:55

    Solo una piccola correzione alla frase “Ma sommando il residuo di queste ultime quattro Regioni non si raggiunge il residuo fiscale della Lombardia.”
    Prendo ad esempio il Veneto. Il Veneto ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia, quindi il residuo fiscale andrebbe calcolato in base agli abitanti. Per il resto, se il Veneto non ce la fa a seguire la Catalonia… Addio Nord.

  7. Giuseppe Ravalli Rispondi

    12 gennaio 2016 at 22:08

    L’articolo del Prof.Galli come al solito è ficcante e le sue parole sono come macigni che cadono in uno stagno.
    Purtroppo la miopia evidenziata dal prof. Galli non può essere curata con un intervento chirurgico in quanto trattasi di metastasi irrecuperabile.
    In questa nostra Italia odierna per riuscire a liberarsi dal giogo silenzioso e strisciante centellinato come nettare velenoso occorre giungere a una radicalizzazione del confronto e procedere verso il taglio di un cordone avvelenato che finirà per strozzare il virtuosismo del Nord perdendo anche le ultime speranze di salvare questa nostra Lombardia …
    L’autonomia è l’unica via percorribile, non credo più alla favola del “volemose bene” perché gli unici che producono valore aggiunto sono solo i cittadini del nord… Basta, è giunta l’ora di chiedere conto…

    E sempre grazie al prof. Galli per la lucidità…

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