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Se l’imprenditore è diversamente suicida

Giornali scatenati sulla tragedia del pensionato travolto dal crollo di Banca Etruria che si è tolto la vita. Partecipazione unanime, sdegno collettivo, una procura che indaga. Mai si è visto niente di simile sui molti imprenditori che da anni ricorrono al gesto estremo perché strozzati da tasse, burocrazia, Stato...

ImprenditoreIl suicidio è un atto supremo che dovrebbe essere accompagnato solo da pietà e silenzio: nessuno può sapere di preciso che cosa passa nella mente di chi compie tale gesto. Del tutto evidentemente le avversità economiche, sociali e anche personali possono giocare un ruolo, ma non esiste mai una causa ultima del suicidio.

In ogni caso, si sa, gli organi di stampa e i giornalisti sono i meno adatti a cercare spiegazioni profonde, e si lanciano, come cani che lottano per un osso, tutti dove tira il vento. Per tutta la giornata di ieri la prima notizia in ogni mezzo di informazione era il suicidio di un pensionato che ha perso i suoi risparmi nel crollo della Banca della quale il padre della ministra Boschi, quella più che carina, per intenderci, era vicepresidente. Inutile segnalare quanti intrecci scabrosi vi siano in tutta questa tragedia, che va al cuore di questo gruppo di potere che sta sgovernando l’esistente. Il piccolo gruppetto di amici e parenti per lo più provenienti da due regioni “rosse”, che governa un Paese di sessanta milioni di abitanti (solo grazie alla vittoria nel corso di una “primaria” alla quale non hanno partecipato neanche tre milioni di persone), ne sta combinando di tutti i colori e la Banca Etruria è solo la punta dell’iceberg. Ma ciò che colpisce molto è la cifra di dolore, sdegno, compartecipazione, che accompagna il gesto di Luigino D’Angelo, pensionato di Civitavecchia per il quale la procura ha addirittura aperto un fascicolo per “istigazione al suicidio” e un leader politico nazionale parla addirittura di “suicidio di Stato”.

In queste ore spunta fuori anche la folle idea che lo Stato – ossia la fiscalità generale, vale a dire lombardi e veneti (e alla fine potremmo fare un bell’elenco con nomi e cognomi di chi le tasse le produce) – dovrebbe risarcire chi ha fatto investimenti sbagliati. Il che vuol dire che nessuno si preoccuperebbe mai più di controllare i propri investimenti o la solidità della proposta finanziaria di un consulente. Adulti che sognano uno Stato che li tratti da bambini, non possono che ottenere uno Stato che li tratta da cretini. In questi lunghi anni di crisi economica, imputabile direttamente alle politiche economiche e fiscali dei governi e alla voracità di una pletora di parassiti che non ha paralleli nella storia, si sono suicidati molti imprenditori in Veneto (soprattutto), ma anche altrove. Costoro erano per lo più vessati dagli sgherri del governo, giacché avevano debiti con il fisco (non di rado a fronte di crediti con lo Stato) e sono stati costretti a chiudere la loro impresa. Si tratta, come accennavamo, di cause presunte, o meglio scatenanti, visto che le avversità in sé non spiegano i suicidi (altrimenti dai lager o dai gulag non si sarebbe salvato nessuno). E tuttavia, i sucidi “imprenditoriali”, con il fisco e le politiche governative come presunti “istigatori”, non hanno mai avuto un’eco neanche lontanamente paragonabile a quello del pensionato di Civitavecchia.  Viene il dubbio che la morte non sia poi quella “livella” di cui parlava Totò. Anzi, parafrasando Mao, si può dire che il suicidio di un pensionato è più pesante del Monte Tai, mentre quello di un imprenditore è più leggero di una piuma. E siccome questo è il dato, cerchiamo di capire brevemente il perché.

In primo luogo, la cultura politica di lingua italiana nel corso del Novecento si è data alla più potente sbornia di marxismo-leninismo immaginabile. In Urss lo subivano, qui lo sognavano e vi è una bella differenza. Le tossine che questo marxismo della vulgata ha prodotto sono ancora in circolazione e ci fanno percepire un pensionato quale “vittima” e un imprenditore come “colpevole”. In secondo luogo, in una cultura statalista come quella in cui viviamo il percettore di pensione è visto come un uomo assennato che viene ripagato dalla collettività per il lavoro svolto, in un circuito virtuoso e interamente gestito dallo Stato, ossia dall’organo preposto a decidere del e sul bene pubblico. L’imprenditore è, al contrario, la figura simbolo di un’“economia che uccide” e che, come ci assicurano dal Papa all’ultimo politico di provincia, non può che costruire ricchezza per un drappello di lestofanti, e miseria, ineguaglianze e distruzione delle risorse del pianeta. Lo Stato, inoltre, ha una funzione terapeutica: deve salvare il capitalismo, e quindi l’imprenditore, da se stesso. Se nel corso dell’incontro con il dottore un paziente muore, in fondo, nessuno si scandalizza più di tanto.

Ma vi è qualcosa di ancora più profondo nell’indifferenza generale per i sucidi degli imprenditori e nella commozione per il pensionato di Civitavecchia. In quest’ultimo caso vi sono di mezzo le Banche, non il fisco. Gli imprenditori si suicidavano per lo più dopo aver ricevuto cartelle su cartelle di Equitalia, qui il pensionato ha perso i propri risparmi in virtù del pesantissimo intreccio fra potere finanziario e potere politici. Roba da attizzare Paragone da qui all’eternità. Si tratta, infatti, della spiegazione più diffusa di ciò che ha causato la crisi: la finanza che detta le regole agli Stati, i quali diventano dei burattini nelle mani dei poteri forti. Interpretazione tanto condivisa quanto fallace, al punto da integrare ormai la fattispecie “abuso della credulità popolare”.

Quindi ci troviamo di fronte a un caso di pietà perfetta, che solo un Michelangelo dei nostri giorni potrebbe plasticamente raffigurare: da un lato una vittima che più innocente non si può e dall’altra i colpevoli che più colpevoli non riusciamo a immaginare. I tristi casi degli imprenditori vedevano al massimo persone devote alle oscure forze del capitale come vittime collaterali di fronte ai legionari del Bene in lotta contro il male dei nostri tempi: l’evasione fiscale.

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di on 12 dicembre 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

8 commenti a Se l’imprenditore è diversamente suicida

  1. marco Rispondi

    11 dicembre 2015 at 15:48

    un Bassani epico

  2. Milton Rispondi

    11 dicembre 2015 at 16:09

    Complimenti e condivisione totale per l’ottimo Bassani.

  3. aquilone Rispondi

    11 dicembre 2015 at 19:25

    Però, pensate cosa sarebbe successo se il decreto salva banche lo avesse fatto Berlusconi o un governo di centro destra: Truppe di pensionati in piazza, spalleggiati da cigl cisl uil, centri sociali, associazioni partigiane e anche black blok, interrogazioni parlamentari a fiumi, un mare di giornalisti in TV ad invocare le dimissioni del governo e a denunciarne la malafede.
    Forse anche di più. Sarebbe anche intervenuta l’europa e la merkel contro il delitto di stato.
    La cosa vera è che renzi può permettersi qualsiasi cosa, l’opposizione violenta di piazza non ce l’ha, quella dei partiti è irrisoria o ha le ali tarpate

  4. Luca Rispondi

    12 dicembre 2015 at 08:41

    Bassani, questo articolo è da conservare n biblioteca e leggere almeno due volte ogni anno!

  5. attilio Rispondi

    12 dicembre 2015 at 09:28

    IL mondo è malato, tra crisi di lavoro, è politica scorretta, si manifesteranno, sempre + tragedie, violenza, malattie?
    Senza basi è radici, nella postura, piatta è scorretta, che rivestiamo tutti, per mancanza di basi, nelle calzature, in commercio, non ci sara mai un futuro, avvenire, per questi: bambini, giovani, coppie?
    COLLABORIAMO TUTTI, PER DARE + VALORE ALLA vita, E’ FUTURO DEI FIGLI, CON + BASIIIIIIIII SCARPA FUTURA: CREA BASI E RADICI
    FACEBOOK EQUICORP.IT

  6. Pierluigi Rispondi

    12 dicembre 2015 at 10:52

    Come al solito un ottimo articolo.Basta essere fruitore di una bassa pensione, anche se non si ha pagato i contributi perchè evasi, ma questo non è rilevante, per avere la misericordia bergogliana. Se la pensione è alta o perchè si ha pagato tutti i contributi e con essi ovviamente le tasse, o perchè la qualità del lavoro è stata liberamente riconosciuta da un adeguato compenso, allora la misericordia scema e con essa il diritto al conforto da uno stato paternalista che vede e provvede.
    Secondo me non è solo questione di destra o sinistra. Sono i politici che rovinano le culture nella disperata ricerca del consensoe quindi di voti. Qui a fallire non è il mercato, ma la demoscrazia.

  7. gastone Rispondi

    12 dicembre 2015 at 16:52

    Caro Bassani complimenti . Ho letto il suo articolo d’un fiato. Concetti e ragionamenti espressi in modo chiaro che condivido in toto.

  8. aurelio Rispondi

    14 dicembre 2015 at 13:21

    Gran bel leggere e qualcuno da un palco magari urlerà che gli fa schifo chi usa la morte d’altri per non so cosa.La politica mal prodotta può essere motore di gesti tragici alle volte e va capito,certo non da quello sul palco che urla allo schifo.

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