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Da Monte dei Paschi a Etruria, tutti i guai del Pd con le banche

monte-dei-paschi-di-siena-5Domenica i manifestanti delle “vittime del decreto salva-banche” non andranno alla Leopolda. Per ragioni di “ordine pubblico” dovranno rimanere a debita distanza dagli altari sui cui ci celebra, per la sesta volta, il trionfo dell’ enfant prodige della politica nazionale. L’uomo, che secondo Dario Nardella, il suo successore a Palazzo della Signoria, ha sbancato la tradizionale divisione tra destra e sinistra sostituendola con un nuovo cleavage: a favore di Renzi – del partito della nazione – o contro di lui. Guastare la festa al capo del governo, rovinare i fasti dell’ennesima autocelebrazione pop del segretario del Pd, è quasi un delitto di lesa maestà. Del resto, anche i partiti sono ormai fuori corso: che i circoli si trasformino in tante piccole leopolde. Ipse dixit.

Certo, quello che è accaduto ai risparmiatori di CariFerrara, CariChieti, Banca Etruria e Banca Marche non potrà rimanere del tutto fuori dalla stazione riconvertita in auditorium. Ci saranno parole di esecrazione per i responsabili del crac e di umana comprensione per le vittime. Non mancherà di esprimersi anche la vena populista di chi coglierà l’occasione per prendersela con le mitiche “regole dell’Europa” e, perché no, con il mercato. Quando il problema semmai è che, con le banche, troppo spesso il mercato proprio non c’azzecca.

Soprattutto, a quanto pare, dalle parti dell’Etruria e in una fascia dell’Italia Centrale dove, al momento si concentra il fuoco della vicenda. Zone, a ben vedere, in cui il “partito della nazione” appare insediato da tempo e dove non manca di far sentire il suo peso. Sarà una coincidenza, o forse no. Prima ancora che per le banche locali assurte improvvisamente a una immeritata popolarità, la Toscana già aveva avuto modo di segnalarsi per altre vicende poco edificanti: quella di Monte Paschi, largamente infeudato da un personale politico proveniente dall’area Ds, e quella della Banca di credito cooperativo presieduta da Denis Verdini, una delle più prestigiose new entries del partito della nazione. Al punto che qualcuno, in passato, ha potuto vedere proprio nell’asse tra le varie componenti della finanza fiorentina il cemento fondamentale dell’ alleanza tra il giovane rampante proveniente dal Partito popolare e l’ex coordinatore di FI. Per non parlare dello strano caso del padre di Maria Elena Boschi, già vicepresidente di Banca Etruria, decaduto solo al momento del commissariamento, e del fratello trentaduenne, cost manager dell’istituto.

Pensavamo che tutti i problemi provenissero dai derivati, dalla “finanza tossica” capace di inquinare i pozzi dell’economia fino all’implosione del 2008. Ma c’è anche una “politica tossica” che rischia di provocare danni gravi all’intero sistema, a minare la fiducia, che è uno degli ingredienti fondamentali del rapporto tra risparmiatori, banche e imprese. Nella Toscana un tempo rossa, e ora diventata il bacino principale di reclutamento della nuova classe dirigente renziana e il palcoscenico più in vista del nuovo Pd, si sono venute a incrociare due componenti del nuovo paradigma: la tentazione, un tempo “difensiva”, del collateralismo ereditato dalla tradizione del Pci, votato a ritagliare, attraverso sindacati, cooperazione e società pubbliche, uno spazio per partecipare alle scelte consociative e per alimentare economicamente le iniziative politiche, e la bulimia democristiana del potere, spinta fino alla colonizzazione di sfere diverse da quella delle istituzioni politiche. Un asse di potere, si potrebbe dire, che ha finito per surrogare, da parte del Pd, la ricerca di una sintesi culturale e programmatica, che prima è mancata e poi è stata resa pleonastica dall’avvento di Renzi.

Ma il caso toscano non finisce qui. Andate a vedere la galassia delle banche rurali, delle banche cooperative, delle banche popolari, delle stesse casse di risparmio, e ci troverete pezzi rilevanti del vecchio mondo democristiano, che è riuscito a superare indenne il ventennio di Berlusconi, mantenendo posizioni di potere con una straordinaria capacità di sopravvivere, mediando con chi stava al governo, navigando con successo anche quando i marosi sembravano travolgerlo. Ha sfruttato norme, come il voto capitario nelle assemblee, che richiedevano di saper conquistare il consenso con metodi simili a quelli del voto politico ai quali erano stati addestrati. Si sono fatti scudo della retorica del “piccolo è bello” e dei “territori”. Quelli che ora, in qualche posto dell’Italia Centrale, si sentono traditi.

E guardate al mondo delle Fondazioni bancarie, veri e propri santuari di un potere incontrollato, in grado di essere gli arbitri della vita di grandi istituti di credito e delle stesse scelte degli enti locali, di cui approvano o respingono le decisioni, concedendo o negando spesso finanziamenti essenziali. Non è davvero un caso che a capo della più potente di esse, la Fondazione Cariplo, ci sia, dal 1997 (!), un uomo come Giuseppe Guzzetti, classe 1934. Un politico democristiano di lunghissimo corso, da quindici anni anche presidente dell’’ACRI, l’Associazione nazionale delle Fondazioni e delle Casse di Risparmio. Uno, c’è da giurare, che riuscirà a sopravvivere, politicamente, a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi. E’ troppo più accorto di loro.

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di on 14 dicembre 2015. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Da Monte dei Paschi a Etruria, tutti i guai del Pd con le banche

  1. aurelio Rispondi

    14 dicembre 2015 at 13:17

    E questi tirano a fottere da sempre tanto poi gli altri pagano con un qualche decreto di gente statalista e quindi utile allo sperpero del denaro sempre d’altri e magari a beneficio proprio o della propria cerchia di votanti o lacchè vari.

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