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Com’era la storia del “declino americano”?

Il rialzo dei tassi d'interesse voluto dalla Fed, al netto delle dispute tra scuole economiche, significa che negli Usa l'economia reale cresce e il lavoro aumenta. La disoccupazione è tornata ai livelli pre-crisi, e salgono i posti "di qualità", quelli a tempo pieno e con salario regolare. E' la locomotiva d'Occidente che riparte

usaLa Federal Reserve (banca centrale degli Usa) alza di 0,25 punti percentuali il tasso di interesse. Dal 2006 ad oggi si tratta del primo aumento. E’ un buon segnale e le borse, a partire da quella di Wall Street, hanno salutato questa notizia con un segno positivo (in media +1% nei listini americani). Ma cosa vuol dire? Vuol dire, essenzialmente, che è finita la fase emergenziale dei tassi di interesse bassi e prossimi allo zero, iniziata con la crisi finanziaria del 2008 e proseguita fino ad oggi. La politica di emergenza consisteva nel ridurre al minimo il costo del denaro, permettendone una maggior circolazione, stampare più moneta con una serie di Quantitative Easing e contare sulla svalutazione per aumentare posti di lavoro ed esportazioni. Si trattava di una politica saggia? Sicuramente no. Ha funzionato? Probabilmente la ripresa sarebbe arrivata prima, se non ci fosse stata questa politica. E di sicuro, la quantità di dollari iniettata nel mercato rende più fragile l’economia dell’America post-crisi di oggi. Perché la Fed, governata da Janet Yellen (una keynesiana convinta) ha deciso di porre rimedio alla situazione? Non certo perché ha cambiato scuola economica di appartenenza o si è resa conto che il dollaro debole fa male a tutti, in ogni circostanza.

Ma allora perché? La Yellen si affida alla “curva di Phillips” (secondo cui inflazione e disoccupazione sono inversamente proporzionali). Se oggi ha deciso di dare un taglio all’inflazione, è perché ritiene che la disoccupazione si sia ridotta e dunque sia arrivato il momento di potersi permettere una rivalutazione del dollaro. La Yellen, all’indomani della sua nomina, aveva da subito dichiarato che la sua politica monetaria sarebbe stata volta alla creazione di forza lavoro, al rilancio dell’economia “reale”, quindi agisce di conseguenza. La Yellen ha annunciato che l’aumento dei tassi di interesse sarà molto graduale, un quarto di punto percentuale alla volta, per quattro volte, nel corso di tutto l’anno prossimo. Le variazioni saranno legate, appunto, all’andamento del mercato del lavoro. La curva di Phillips funziona? No, secondo molti economisti di scuola austriaca e anche secondo il padre della scuola monetarista Milton Friedman. No, perché non è affatto detto che a una maggior inflazione corrisponda anche una maggior occupazione. Oggi, se negli Usa aumenta l’occupazione lo si deve, molto probabilmente, a tanti altri fattori interni ed esterni. Ma, fermi restando questi dubbi metodologici, se la Yellen ha deciso di alzare i tassi, vuol dire che l’economia reale cresce e il lavoro aumenta. Quindi, anche ammesso che la curva di Phillips non funzioni, oggi questa decisione è sicuramente un buon segno.

L’occupazione cresce veramente? Per il 42% degli americani (fonte: Gallup), questo è “un buon periodo per trovare un lavoro di qualità” ed è il dato più alto dall’inizio della crisi nel 2008. Una bella differenza rispetto al 10% del 2009. La disoccupazione è del 5% ed è il primo anno che torna ai livelli pre-crisi (il 2007 registrava un dato al 5% a fine anno, dati del Bureau of Labor Statistics). I lavori “buoni”, quelli a tempo pieno e con salario regolare, secondo Gallup in questo mese impiegano il 45% della popolazione totale ed è uno dei migliori risultati dal 2010.

Allora va veramente tutto bene? No, perché ci sono anche delle fragilità di sistema che devono essere affrontate. In primo luogo uno dei risultati più sorprendenti della crisi e delle amministrazioni Obama è la riduzione drastica della classe media americana, a vantaggio dei più poveri e dei più ricchi, che aumentano di numero. La classe media, che nel 1971 comprendeva il 61% degli americani, oggi ne include il 50%. Lo rileva un sondaggio del Pew Research Center, che constata anche come l’aumento del reddito per la classe media (dal 1971 ad oggi) sia inferiore rispetto a quello delle classi più agiate. La scomparsa della classe media, oltre ad avere un impatto politico immediatamente visibile (maggior polarizzazione, riduzione del voto moderato) rischia di mettere in crisi anche il tessuto delle piccole imprese e delle start up.

Quindi i problemi non mancano e occorre una grande attenzione agli sviluppi futuri, incrociando le dita per come si comporteranno Fed e prossima amministrazione e per come verranno affrontate le difficoltà più immediate. Ma per ora i catastrofisti del “crollo dell’impero americano” sono stati smentiti un’altra volta.

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di on 18 dicembre 2015. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

8 commenti a Com’era la storia del “declino americano”?

  1. Gino Rispondi

    18 dicembre 2015 at 09:52

    Il tasso di disoccupazione americano non è davvero al 5%. È solo un mero trucco statistico. Ci sono 93 milioni di americani che non sono nella forza lavoro. Per non parlare dell’aliquota IRPEF più alto al mondo da rapina, e l’Obamacare.

    • Sergio Andreani Rispondi

      20 dicembre 2015 at 17:57

      Esatto.

      Ma non dirlo ai giornalisti di questo Sito.

      Rovineresti il loro bambinesco ” sogno americano ” proprio sotto Natale.

      E’ troppo crudele…..

      • Gino Rispondi

        20 dicembre 2015 at 23:08

        E’ da un casino di tempo che vorrei che questo asino la smettesse di parlare a sproposito.

  2. Pierluigi Rispondi

    18 dicembre 2015 at 10:10

    La riduzione della classe media è senza dubbio un grosso problema soprattutto nel lungo termine. Viene meno un cuscinetto moderatore. Una mentalità che aspira a un differenziarsi culturalmente e economicamente che sicuramente giova a tutte le altre due classi estreme. La più bassa può usufruire del reddito da questa creata, la più alta ha maggior possibilità di attingere risorse qualificate. E’ un fenomeno di tutto l’occidente. Più laureati che però non vanno ad aumentare tale classe. Il fenomeno è dato solo dall’aumento di tale offerta, o esiste un chiaro disegno politico seguito da una certa ideologia?

  3. Marco Rispondi

    18 dicembre 2015 at 11:20

    Questa scelta di potenziare il dollaro farà ancora un gran bene all’euro e dobbiamo ancora una volta dir grazie all’America.

  4. adriano Rispondi

    18 dicembre 2015 at 13:18

    Articolo strano.Dato che sono convinto che la crisi non sia affatto finita e neppure scalfita ( dove finiranno i 60.000 miliardi di dollari in derivati nei bilanci delle banche?),visto il titolo mi apprestavo a leggere e a contestare.Poi alla fine di fronte a tutte le domande che l’autore si pone leggo risposte simili alle mie.Conclusione.”Allora va veramente tutto bene?” “No”,e basta.Si naviga a vista,senza radar,in terre sconosciute e soprattutto non si sa dove stiamo andando.

  5. Albert Nextein Rispondi

    20 dicembre 2015 at 12:43

    Concordo con l’articolo odierno di Gerardo Coco su Miglioverde di oggi.
    Gli Usa sono un grande malato.

  6. Padano Rispondi

    21 dicembre 2015 at 15:30

    Sì, è la locomotiva d’Occidente che riparte… col suo fardello di 20.000 miliardi di dollari di debito (112% del PIL nel 2016; considerando anche quello degli stati e dei comuni, arriviamo ai 20 trilioni appena detti, che porta il debito USA a oltre il 125% del pil).

    Ma che gliene frega, se fanno default, paga il resto del Mondo (cinesi e giapponesi in primis).

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