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Il senso della (fine) vita

Dopo il caso di Dominique Velati, accompagnata dai Radicali in Svizzera dove ha scelto la "dolce morte", monta il dibattito sull'eutanasia. Botta e risposta tra due firme Intraprendenti

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L’assurdo supremo è darsi la morte                                                            Ma libertà dell’individuo è anche scelta di morire

EutanasiaEutanasia 2

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di on 26 dicembre 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Il senso della (fine) vita

  1. sergio Rispondi

    26 dicembre 2015 at 10:50

    Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito

    https://youtu.be/BPs8Ni-QqEU?t=2m50s

  2. Mattia Rispondi

    26 dicembre 2015 at 15:52

    Come si fa a dire che la scelta di morire sia frutto della libertà? È un paradosso che anche un bambino potrebbe cogliere. Ma ormai il mondo è cieco, la libertà poteva avere un significato quando la vita aveva un significato, quando la vita aveva uno scopo, e la libertà era il mezzo con cui giungere a questo fine: la libertà doveva portare sempre ad un accrescimento del bene. Perso questo orizzonte trascendentale, anzi più che perso rifiutato, la nostra società si trova con questo fardello di una libertà senza sbocchi, fine a se stessa, confusa con il libero arbitrio, che non va più a servire l’uomo ma si serve dell’uomo per affermarsi: è diventata ne più ne meno che un idolo, l’ennesimo, al quale offrire in sacrificio ancora altre vite umane

  3. step Rispondi

    27 dicembre 2015 at 15:02

    È legittimo pensare che darsi la morte sia un assurdo, ma non si può imporre il nostro modo di pensare agli altri. Ritengo inammissibile impedire a un uomo di darsi la morte, probabilmente non è neanche tecnicamente possibile, e al contempo non è ammissibile impedire a un altro uomo di aiutare il soggetto in questione nella dolce morte. Forse non si può nemmeno dire che tale soggetto voglia morire, visto che le sofferenze modificano radicalmente la psiche, in un modo che la persona non è più la stessa.

    Si pone però un problema relativamente alla (sola) sanità pubblica: “sanare” significa curare, guarire, e cagionare la dolce morte non è sanare, è qualcosa di molto diverso. Direi quindi che la cosiddetta eutanasia si può considerare legittima solo in strutture private, la collettività non dovrebbe pagare le tasse per una sanità che uccide, o che agevola l’uccisione o che ne modifica il decorso. Basta essere logici e argomentare di conseguenza: gli effetti della scelta devono ricadere solo sulla persona che ha liberamente scelto. Naturalmente la volontà di morire deve essere chiara e continuata.

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