Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Salvini, Porro e il centrodestra che vogliamo

Ha cento volte ragione Nicola Porro, l’ipocrisia sinistra sulle piazze altrui ormai ha tracimato dal campo della politica ed è diventata una forma d’arte, puro dadaismo logico. Per cui si scomoda sempre il fantasma del fascismo ritornante, con una disinvoltura linguistica che offende per prime le numerose vittime del fascismo, o quello di una non meglio definita “destra perbene”, che esiste solo nelle buone menti della sinistra, e che più o meno corrisponde a una destra che perde sempre, e che casomai vincesse, dal giorno dopo farebbe cose di sinistra. Per questi signori, come ha scritto con chiarezza definitiva Porro su Il Giornale, «la destra, il centrodestra, non ha mai avuto il diritto di manifestare», punto. Ed è davvero, questo sì, fascismo intellettuale.

Però, mi chiedo e chiedo al commentatore, editorialista e conduttore meno mainstream, e quindi nel mio piccolo mi permetto di dire più intraprendente, che c’è: può esaurirsi qui la questione, nella difesa formale del sacrosanto diritto di dire la propria verso l’esterno? O non abbiamo anzitutto un problema all’interno, nella definizione di cosa sia “la propria”? E non ce l’abbiamo anzitutto noi spelacchiati ma combattivi liberali sparsi ovunque, da un piccolo giornale d’opinione a un talk politico eterodosso e di successo come Virus? Perché se l’esistenza di quella piazza va difesa a oltranza, la sua fotografia pone legittimi problemi di contenuto, a chiunque sia interessato alla sopravvivenza di qualcosa come il centrodestra. Anche a trazione Salvini, il tabù non sta mai nei nomi, le scomuniche le lasciamo ai vecchi radical chic risentiti, guardiamo alle politiche. Quelle economiche, francamente, non sono rassicuranti, per chi gradirebbe in questo Paese si liberasse un po’ d’energia privata, giusto per non morire. Frugando nelle posizioni espresse pubblicamente (tra cui una lettera del “Matteo giusto” al Foglio che era una vera e propria illustrazione della Salvinomics), la marmellata che ci si ritrova in mano è più o meno la seguente. Forte rilancio della «spesa pubblica produttiva», perché «la politica dei tagli di spesa ha portato solo più disoccupazione» (tagli che ammettiamo di non aver mai visto, e siamo in buona compagnia, visto l’addio del quarto commissario a quel fantasma chiamato spending review). La «riconquista della sovranità monetaria» per dare il via a «politiche anticicliche», cioè a un (ulteriore) intervento dello Stato nel corpo già asfissiato dell’economia. L’aumento della «flessibilità di bilancio» per permettere al pachiderma statale di «fare maggior deficit». Addirittura la «nazionalizzazione di imprese strategiche e/o produttrici di beni richiesti dal mercato», e siamo appena dopo Allende, e appena prima di Lenin. Ancora, ovviamente, il «no al Ttip» per non «spalancare ulteriormente l’Italia alla concorrenza estera», e puntare invece sulla «produzione domestica», uno che governò l’Italia per un ventennio la chiamava “autarchia”. Di conseguenza, la lotta contro «l’annegamento globalista in un mondo dominato dalle grandi multinazionali», il signore di cui sopra avrebbe aggiunto plutogiudaicomassoniche, oggi più sobriamente le incarniamo solo nel perfido imperialismo yankee. Perché poi ovviamente oltre all’economia ci sono le visioni del mondo, le scelte di campo, e per esempio tra Mosca e Washington tutti e tre i protagonisti della manifestazione bolognese andrebbero verso Est, Salvini forse si spingerebbe fino a Pyongyang, e non può non essere un problema, da un punto di vista “liberale”.

Ma non voglio drammatizzarla oltre il dovuto, sto al punto, sto al Salvini che a L’Espresso confidò: «Le economie che sono cresciute grazie all’innovazione sono quelle dove il pubblico era anche il motore, non solo l’arbitro». Pensavamo che un muro crollato ventisei anni fa a Berlino avesse definitivamente falsificato questa teoria, invece ce la ripresentano. E ce la ripresenta colui che oggi fattualmente è il leader del centrodestra. Non può non essere un problema, almeno così ci pare.

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 10 novembre 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Salvini, Porro e il centrodestra che vogliamo

  1. marco Rispondi

    10 novembre 2015 at 20:55

    stavolta concordo con lei, Direttore. Quello che il Matteo de “Il pranzo è servito” ha in mente è un pastrocchio socialista che, occorre riconoscerlo, nemmeno l’altro Matteo, quello de “La ruota della fortuna”, che pure in fatto di economia molto ignora, si sognerebbe mai di sfornare. A dirla tutta, la funzione del Cav è sempre stata quella di stemperare le più spinte vaccate dell’Umberto, trasformando il buono di una sacrosanta protesta localista in combustibile per una prolungata (ed a volte  convincente) azione di governo. È una manovra di morbido ed affettuoso abbraccio che, in tutta evidenza, il Silvio nazionale sta tentando anche con il leghista 2.0 (che, per inciso, ha perso il salutare profumo di polenta taragna che circondava il Senatùr, ed ha preso a cospargersi di un vilissimo sentore di dopobarba da supermercato). Senonché, vuoi per l’età che raschia via lo smalto, vuoi per l’immagine personale fatta a pezzi dalla ben nota gentaglia, vuoi, ahimé, per una non troppo recente svolta simil socialista, il nostro non pare avere la forza di tenere le briglie dell’ultimo erede del giussanese come l’aveva con quelle del suo predecessore. Del resto, sia Salvini che Meloni sfoggiavano sguardi parecchio imbarazzati al momento dell’abbraccio finale. Questo rende assai foschi i presagi. Un centrodestra diviso da incompatibilità tra leader cementato da pulsioni socialistoidi promette davvero poco di buono.

  2. dRiccardo Rispondi

    10 novembre 2015 at 23:57

    Tutto giusto direttore. Aiutiamo però la nascita della quarta gamba del centrodestra. Una forza liberale, liberista, federalista e conservatrice nei valori. Con Fitto, Tosi, Quagliariello, Mauro i reduci di Ncd che non vogliono morire renziani e magari con Giannino, quanti avevano creduto a Fare per fermare il declino, i Tea Party e gli amici dell’istituto Bruno Leoni. Utopia?

  3. Aurelio Rispondi

    11 novembre 2015 at 00:24

    Concordo Direttore ,Porro ha ragione ma guardate che la commedia con farsa finale dura da tanto tempo.Se si arriva all’aeroporto di Catania ci si imbatte in una grande foto di Pirandello che dice…”incontrerai nella tua vita un’infinità di maschere e solo qualche volto “…… Ed i volti veri non erano ne possono essere quelli che si sono dati la mano come i tre moschettieri.Senza veri e potenti gruppi dirigenti che non ci sono o li hanno distrutti non si ha vita politica possibile.

  4. adriano Rispondi

    11 novembre 2015 at 12:52

    Certamente è un problema ma a me pare ce ne siano altri.La regolamentazione dell’immigrazione non può dipendere dalle parole dei burocrati di Bruxelles.La politica monetaria non può dipendere da Francoforte.Se si vuole coinvolgere i correntisti nel salvataggio delle banche non deve essere l’Europa ad imporlo .Magari il concetto non è da buttare ma,visto che c’è qualcuno che rischia il suo per colpa di altri,sarebbe meglio che contemporaneamente questi altri fossero chiamati a rispodere con ciò che è loro per primi.Insomma,si fa presto ed è anche facile bollare come “populista” la richiesta del ripristino della sovranità ma,a chi non digerisce che ciò che lo riguarda venga deciso da non si sa chi e perchè, questa è una istanza prioritaria.Si fa presto ed è anche facile liquidare con sufficienza come “autarchia” la scelta di cercare di aiutare con tutti i mezzi tradizionalmente consentiti la propria economia.Perchè quelli che hanno una propria moneta possono farlo?Insomma prima di dettagli specifici occorre stabilire il punto di partenza.Se è questa Europa che continua a decidere per noi il nostro destino è di diventare il riferimento per l’immigrazione sgradita in cambio di uno zero virgola di flessibilità.Se sono i cambi fissi a decidere non c’è alternativa a trasferire sui redditi il recupero di produttività che normalmente si ottiene con la modulazione del cambio.Non ho detto “svalutazione competitiva” per non “svalutare” a priori le ragioni esposte.La gogna dialettica non è da una sola parte.

  5. Mavalà Rispondi

    11 novembre 2015 at 23:48

    Renzi, non fa la spending review e non abbatte tasse e stato, ma almeno fa la legge Ichino e soprattutto non propone niente di tanto illiberale quanto ciò che prospettano Salvini-Meloni e company.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *