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Pasolini era nel torto. Lasciatecelo

In questi giorni un fiume di retorica sta seppellendo PPP, morto 40 anni fa, trasformandolo in un santino, una sorta di Che Guevara della letteratura. Nessuno ha il coraggio di dire che i suoi scritti sono anacronistici e la sua profezia sulla società di massa è tragicamente fallita

pasolini

«Da martedì 27 ottobre in edicola con il quotidiano i testi dello scrittore e regista ucciso il 2 novembre 1975». E allora ditelo, voi che trasformate ogni anniversario in un’opportunità commerciale, che il problema è questo. Che a muovere il vostro interesse verso di lui sono – legittime – ragioni di marketing. Che per questo, da giorni, martellate i vostri lettori con articoli su Pasolini. Ma allora, per coerenza, evitate almeno di scrivere – come fa invece sul Corriere il suo traduttore francese – frasi come questa: «Certamente era molto pessimista rispetto al capitalismo e aveva ragione», con l’aria di condividere la sua visione del mondo. Che era, in fondo, regressiva, antimoderna. Animata, forse sì, da uno spirito acre nei confronti del capitalismo, ma per nulla interessata a una qualche ricerca delle forze che ne avrebbero potuto costruire un’alternativa in avanti, quale che fosse. Al di là dei “ragazzi di vita”, dell’emarginazione delle borgate romane e della celebrazione della propria personale trasgressione.

A quarant’anni dalla morte, la memoria di Pier Paolo Pasolini sembra ancora fissata all’atto conclusivo della sua vita. Al sigillo di un martirio di cui non si sa chi accusare. A quel suo condensare, nell’arco di poche ore, l’omosessualità vorace, la predilezione per le periferie degradate, la marginalità autoinflitta, l’eresia come cifra di un’esistenza. Come nella sentenza del 1972, «Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»,  commentata su La Stampa da Marco Belpoliti: «Frase icastica e lapidaria che solo tre anni dopo suonerà come una premonizione, per quello che oggi ci appare il più importante intellettuale italiano della seconda metà del Novecento, lo scrittore più noto, forse il meno letto, tuttavia il più citato e il più discusso. Perché?».

Ci risiamo, ecco riemergere la vecchia categoria dell’ ‘intellettuale’, in cui letteratura e vita, poesia e impegno vengono a sovrapporsi, come in quella postura decadente che Alberto Moravia, con qualche cedimento zdanoviano, rimproverava a D’Annunzio e persino a Pavese.  Ma, soprattutto, la domanda scopre la contraddizione di fondo: se di uno scrittore si parla tanto senza averlo letto, sorge il dubbio di uno squilibrio tra la celebrazione della biografia e l’attualità delle opere. Come se quel suo andare sempre in direzione ostinata e contraria prevedesse un’eccezione che si è voluta coltivare fino alla fine: il suo essere, più o meno inconsciamente, corrivo con gli schemi dell’industria culturale e della società di massa ai quali dichiarava di volersi opporre. La possibilità, insomma, di essere trasformato in un’icona. Come un Che Guevara della letteratura, insomma.

Oppure, semplicemente, le tematiche che hanno appassionato un’altra generazione, sono diventate ormai anacronistiche. Forse, Pasolini non è un “classico”, uno di quegli scrittori a cui capita di non tramontare mai. Il Corriere ci ha provato a chiedere ad alcuni “autori sotto i quarant’anni” che cosa rappresenti per loro. Le attese, con tutta probabilità, erano diverse. Si è sentito rispondere in modo piuttosto contorto che per loro lo scrittore friulano è sostanzialmente un estraneo. Alla fine ne è uscito un titolo significativo: «Né icona né intoccabile». Proprio quello che Pasolini ha finito per diventare. Al punto da apparire come espressione di una trasversalità inquieta e contraddittoria che lo qualifica sempre e comunque come “un eretico” a cui prestare una incondizionata devozione.

Il nostalgico delle lucciole che non ci sono più, il difensore dei poliziotti schierati contro i figli di papà del ’68, il nemico del nuovo fascismo dei media e del consumo, l’omosessuale discriminato ed espulso da un Pci bacchettone parlano di una società che non esiste più. Per quanto suggestivo, il suo chiamarsi fuori di allora rimane ancorato a categorie e a pregiudizi che appartengono ormai a un passato lontano. Le ragioni dell’ostracismo si sono convertite in altrettanti luoghi comuni, assimilate, metabolizzate o semplicemente superate dall’evoluzione della società. Oggi “i ragazzi de borgata” hanno tutti lo smartphone. Al Pigneto è arrivato il metrò. E nessuno comprerebbe più il biglietto per vedere Uccellacci e uccellini. In compenso, il fondo acre degli umori antimoderni, ostili verso la società industriale, e l’abitudine a urlare sguaiatamente di ritenersi comunque innocenti rispetto alle colpe collettive hanno indossato i vestiti del nuovo populismo.

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di on 2 novembre 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

7 commenti a Pasolini era nel torto. Lasciatecelo

  1. Pierluigi Rispondi

    2 novembre 2015 at 10:12

    E facciamolo santo e non se ne parli più.Genio e trasgressione può esser linfa intellettuale….ma da quelle parti c’era?

  2. Sergio Andreani Rispondi

    2 novembre 2015 at 11:28

    Non ricordo alcuna profezia di Pasolini sulla società contemporanea : mi pare si limitasse a constatare ciò che era avvenuto in Italia con l’avvento della modernità.

    E’ stato uno dei pochi intellettuali italiani di un certo spessore: proprio perchè omosessuale evitava di adoperare il c… per pensare.

    E ciò gli ha attirato numerose antipatie è ostilità compresa la sua condanna a morte.

    • Sergio Andreani Rispondi

      2 novembre 2015 at 11:46

      Inoltre Pasolini si sedette dalla parte del torto perchè gli altri posti , quelli dalla parte della ragione , erano già tutti occupati.

      Soprattutto da grandi intellettuali come Emilio Russo.

      • Emilio Russo Rispondi

        2 novembre 2015 at 15:31

        Ci ha visto giusto. Grazie.

  3. cristiano Rispondi

    2 novembre 2015 at 14:05

    …ma un articolo come “io so” è un lampo di luce offuscato dai tempi di allora. Ora siamo in un altra epoca ma certe dinamiche non sono cambiate e io sono convinto del fatto che,seppur PPP si era avvicinato alla sinistra più oltranzista il suo essere contro un certo malaffare politico dava fastidio a tutti. Non lo denigro e non lo elevo a sommo profeta anti-consumista ma resta,a mio parere un’esempio di scrittura profonda e critica verso quel mondo che cambiava e del quale ha descritto la paura del futuro e degli inevitabili cambiamenti allora in corso.E non venitemi a dire che il suo criticare la TV e il condizionamento di massa pilotato da essa non si è dimostrato veritiero.Molte persone oggi sanno tutto di “vita in diretta”Grande fratello” e pagliacciate simili,ma se gli chiedi cosa sta facendo il governo attuale non sanno assolutamente NULLA.In alto fanno quel che vogliono ,in basso eseguono gli ordini senza sapere,niente.

  4. Sergio Andreani Rispondi

    2 novembre 2015 at 16:01

    Condivido pienamente.

  5. LaR Rispondi

    2 novembre 2015 at 16:37

    Mi pare un articolo troppo severo.
    Al Pasolini intellettuale, chapeau.
    Le sue riflessioni sull’omologazione culturale, sulla TV,
    sulla società dei consumi sono da meditare.
    Non trovo invece molto significativi i suoi film.

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