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L’assordante silenzio di Mattarella su islam e diritti

Il neo presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sede della Corte Costituzionale, Roma, 31 gennaio 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Sarà forse perché ci eravamo abituati all’iperattivismo da interventista fiumano di Giorgio Napolitano che Sergio Mattarella ci pare somigliare un po’, con rispetto parlando, alla carta da parati, ma che il suo tour nel Sudest asiatico abbia fruttato solo commesse e photo opportunity appare sinceramente pochino. Ora, che business is business sia un principio da riverire sempre religiosamente basta aprire un libro qualsiasi sul socialismo reale per convincerne anche un tonto, ma che un presidente di un Paese del “mondo libero” riesca ad andare, stare e tornare da Vietnam e Indonesia senza proferire una parola di valore sulla situazione della libertà e sulla qualità della vita in quei Paesi è francamente irricevibile.

Il Vietnam è un Paese ancora e sempre comunista. L’ultima volta che l’Occidente ci ha avuto seriamente a che fare era diviso in due metà, il Sud bianco combatteva contro il Nord rosso, gli Stati Uniti erano in guerra con il Nord (dopo avere combinato pasticci inqualificabili al Sud, certo) e l’Italia faceva parte di quel Patto Atlantico di cui ancora fa parte e quindi era alleato di quegli Stati Uniti che ci hanno lasciato quasi 60mila morti e più di 150mila feriti. Oggi il Vietnam ancora e sempre comunista è un Paese che, come altri Paesi ancora e sempre comunisti, al massimo neo-post-comunisti quali la Cina, la libertà la tiene strettamente al guinzaglio, decidendo di quanto allungare o accorciare la catena a seconda di ciò che al partito-governo-Stato interessa o meno in un determinato frangente. La proprietà privata è un lusso che il partito-governo-Stato concede graziosamente a seconda di come deve quadrare i bilanci, laddove invece dovrebbe essere sempre e solo totale per tutti. Ad Hanoi Mattarella ha sempre sorriso, anche quando si è seduto al tavolo con il presidente vietnamita Truong Tan Sang dietro una statua di Ho-Chi-Minh che pareva Fu Manchu e attorniato dell’unico colore ammesso dalle bandiere di quel Paese, il rosso monostellato di giallo. Mattarella ha toccato sì la questione della pena di morte, ma questo è quello che fa piacere ad Amnesty International, per il resto niente. Basta però seguire un po’ d’appresso l’agenzia missionaria AsiaNews per rendersi invece conto del fatto che in Vietnam i diritti umani hanno molti altri problemi e diversificati, che la repressione religiosa non va mai in pensione, che i Montagnard, i vietnamiti degli altipiani, cattolici perché evangelizzati dai francesi, sono ancora cacciati come le galline dalle volpi per il semplice fatto di avere, più di 40 anni fa, osato quel che per Hanoi non dovevano osare, ma Dio li benedica perché hanno osato, ovvero si schierarono militarmente dalla parte degli americani contro i comunisti che li massacravano (e John Wayne ne divenne amico). Del resto, il Decreto 92 della nuova Legge sulla libertà di fede e di religione, entrata in vigore il 1° gennaio 2013 serve solo, lo rilevano gli esperti, a controllare ogni religione, ma in particolare i cristiani nei confronti dei quali si registrano molti casi di abusi, violenze, arresti arbitrari e attacchi a intere comunità.

L’Indonesia non è da meno. Il «modello di armonia e convivenza» (cit. Mattarella) di quel Paese che è il più grande Paese islamico del mondo, dove i musulmani sono l’87,2% della popolazione, è severamente minacciato dall’islamismo radicale, gli attacchi contro le chiese sono in aumento da anni e un numero crescente di esse è costretta a chiudere. Altri che patiscono l’«armonia e la convivenza» sono gli altri musulmani, cioè ahmadiyya e sciiti, giacché là l’«armonia e la convivenza» sono buone solo per i sunniti, i quali neppure ai buddisti non fanno mancare le proprie attenzioni.

Perché? Perché lì accanto si pratica la violenza anti-musulmana. Lì accanto dove? In Birmania. No, in Birmania Mattarella non ci è andato, ma ne avrà pur odorato le spezie e l’aria, quella che ora sa di democrazia dopo decenni di regime militar-comunista (ricordate le stragi di monaci color zafferano? L’opinione pubblica no), ma che ‒ trovatemi un bookmaker ‒ c’è da scommetterci non ha certo chiuso i conti con le violenze, i soprusi, l’illibertà. Una parolina di conforto dal presidente cattolico praticante dell’Italia tollerante sarebbe stata gradita, soprattutto a qualche milione di vietnamiti, indonesiani e birmani letteralmente ignorati. E invece no, solo un ennesimo Pechino Express pagato dal nostro canone Rai. Tanto vale allora tifare Costantino Della Gherardesca for president.

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di on 11 novembre 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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