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La scuola italiana si valuta da sola. E toh, si autopromuove

Benedizione a scuolaLa scuola italiana si autopromuove. Dopo circa tre anni dall’approvazione del regolamento di valutazione sono stati resi noti i risultati. Ogni istituto ha dichiarato i propri punti di forza e di debolezza della propria offerta formativa e si è attribuito un sufficiente, evidenziando una situazione positiva a livello nazionale. Ora, a parte l’anomalia consistente nel metodo scelto per la rilevazione – l’autovalutazione e non la certificazione esterna, basata su parametri oggettivi, come avviene negli altri paesi – i suddetti dati si scontrano con la situazione reale, molto più articolata, in cui versa l’istruzione. Ogni anno scolastico è un coro di lamentele: gli insegnanti non riescono a insegnare, gli studenti faticano a imparare, le famiglie interferiscono sempre più, gli episodi di bullismo sono in aumento per il mancato rispetto delle regole. Per imprimere una vera svolta della scuola italiana – secondo lo scrittore-insegnante Marco Lodoli – bisogna superare “l’inquinamento dell’idea della conoscenza” attuale e “rilanciare il sogno di un mondo che studia, apprende, diventa comunità già nelle aule e nelle palestre e nei cortili della scuola” perché “la cultura è il tentativo di dare una forma e un ordine al caos” attuali, per dar forza al pensiero.

Più esplicitamente “dovrebbero essere rilanciate la logica, la razionalità, l’analisi, la sintesi. “Per questo studiamo le tabelline e la sintassi, Aristotele e il sonetto, Dante e Kant e la storia e la chimica e la biologia”. A tal fine, i mezzi più efficaci sono la lettura e lo studio della matematica. “La lettura – afferma Lodoli – è fondamentale perché tuffa lo studente nello scorrere progressivo del tempo, nell’evoluzione dei caratteri, nella riflessione sulle piccole esistenze individuali e sulla vita grande che le contiene. Il prima e il poi segnano una strada. Ovviamente la matematica è la base del pensiero logico: i nostri ragazzi faticano moltissimo anche per risolvere una semplice equazione, spesso respingono l’universo dei numeri proprio perché li obbliga a pensare, a mettere in fila i passaggi, a trovare la soluzione esatta. Dunque, più letture, più matematica ma anche più filosofia e più traduzioni dalle lingue straniere”. Parallelamente è essenziale ricostruire un rapporto tra i professori e gli alunni. Parecchi insegnanti ritengono che gli studenti siano pochi interessati agli argomenti scolastici, molti studenti pensano che gli insegnanti non siano sempre all’altezza delle loro mansioni, frantumando così lo spirito di comunità educativa e di collaborazione docenti-alunni.

Pertanto, è essenziale che adulti e studenti ritornino a dialogare liberamente affinché il patrimonio culturale del passato si coniughi con l’apertura al futuro. Solo in tal modo si potrà riconquistare la diffidenza dei ragazzi e instaurare un solido legame tra generazioni adulte e giovanili ma nella Buona Scuola del governo, al di là degli annunci trionfalistici, non c’è traccia di questi problemi. Peccato. Perché avere una scuola all’altezza dei tempi odierni vuol dire fornire ai discenti le competenze cognitive necessarie per vivere in un contesto in cui le conoscenze e le innovazioni coesistono. Diversamente, ci sarà una «povertà educativa» nell’istruzione dei giovani, ossia la mancanza delle competenze necessarie per crescere e per vivere in un mondo globalizzato. Sono problemi sostanziali se si considera che l’educazione e l’istruzione sono lo strumento più valido per comprendere e interpretare il contesto in cui viviamo.

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di on 23 novembre 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a La scuola italiana si valuta da sola. E toh, si autopromuove

  1. Arcroyal Rispondi

    23 novembre 2015 at 17:17

    Ecco un articolo che starebbe benissimo su Repubblica. E difatti l’ossatura degli alati pensierini di Sangregorio è costituita da citazioni di Marco Lodoli, che oltre al mestiere dello scrittore e dell’insegnante fa l’opinionista e l’esperto scolastico per il gruppo editoriale di De Benedetti. Come faccia Lodoli a fare tutto lo sanno solo lui e i suoi allievi, ma il punto è un altro.

    Scrivere che la lettura e la matematica sono fondamentali, è roba degna di Monsieur de la Palisse. Perfino una Fiorella Mannoia riuscirebbe a cogliere simili verità. Sostenere invece che la scuola debba tornare ad essere una comunità di insegnanti ed allievi, fa parte del residuato ideologico del ’68 e degli orridi anni settanta a cui lo scialbo Lodoli appartiene con la testa e col cuore. La scuola non è un centro sociale, non è un kibbutz, non è un soviet di studenti e insegnanti. La scuola per funzionare, e cioè per trasmettere saperi, che sarebbe la sua missione principale, non quella di diventare una comune di scambio di amorosi sensi tra maestri e discepoli, deve fondarsi sulla gerarchia. Con buona pace di Don Milani e dei suoi sciagurati fans. Senza la predella che innalza la cattedra e la separa dalla ‘comunità’ degli alunni, l’insegnante perde autorità e autorevolezza. E diventa solo un vecchio bacucco che cerca di fare il simpatico con bambini ed adolescenti da cui è e sarà sempre irrimediabilmente separato dal peso crescente degli anni, anche se si mette a giocare a ‘Call of Duty: Black Ops III’ o se chatta con loro su Twitter.

    La scuola italiana per uscire dal disastro a cui l’hanno condannata proprio le politiche sostenute per decenni da Repubblica e dal ceto intelletuale ‘de sinistra’, deve riscoprire la riforma Gentile, una delle pochissime cose buone lasciate in eredità dal fascismo. Il Liceo classico deve tornare ad essere la punta di diamante del sistema scolastico, l’unica scuola superiore che consente l’accesso a qualunque facoltà universitaria. Devono tornare gli esami di riparazione a settembre come strumento non solo di rieducazione per i somari, ma anche come arma per piegare i riottosi alla disciplina.

    A fianco di questa restaurazione della classica gerarchia che è stata per decenni il punto di forza del sistema scolastico italiano, devono essere importate dagli Stati Uniti alcune fondamentali riforme organizzative. Il preside deve potersi scegliere la squadra con cui lavorare. Il contratto iniziale degli insegnanti ha da essere annuale, e solo dopo una lunga gavetta in cui abbia dimostrato di conoscere la materia e di avere la capacità di tenere in riga i suoi allievi, può diventare a tempo indeterminato. Bisogna farla finita con i mostruosi e costosissimi concorsi, che quando va bene verificano conoscenze che sono già state verificate all’università, ma che non risolvono il problema fondamentale, e cioè determinare se l’aspirante insegnante sia in grado di insegnare e di tenere la disciplina in classe. La conoscenza a memoria della Divina Commedia e della sua esegesi diventa inutile se quando ti trovi di fronte una classe di adolescenti in tempesta ormonale non sei capace di imporre silenzio ed attenzione. Il preside va invece scelto da consigli scolastici distrettuali elettivi come avviene nel mondo anglosassone. Il MIUR, questo orrido pachiderma che sembra arrivare dal Brazil sognato da Terry Gilliam, deve essere alleggerito della gestione del corpo docente, delle assunzioni e delle immissioni in ruolo, e deve concentrarsi sulla valutazione dei singoli istituti e sulla preparazione delle prove e delle commissioni destinate agli esami di stato di licenza elementare, media e superiore. Se si vuole una scuola migliore bisogna tornare a guardare al passato e al di là dell’Atlantico, cercando di coniugare modelli organizzativi americani con il De bello Gallico e l’Aoristo greco.

    La buona scuola non è quella dell’Attimo fuggente di Peter Weir, con gli studenti che strappano le pagine dei libri venuti a noia ( una roba che avrebbe riempito di gioia gli organizzatori dei roghi di libri nella Germania nazista ) e che balzano sui banchi gridando “O capitano! Mio capitano!” al professore che amano perchè li ha convinti della possibilità per ciascuno di diventare un Caravaggio o un Orazio. La buona scuola è quella di Ufficiale e Gentiluomo, che non solo insegna una delle cose più difficili che mente umana possa immaginare, cioè atterrare con un F-14 sul ponte di una portaerei nel Pacifico in tempesta, ma che trasmette quei 2 o 3 valori di lealtà e onore che dalla notte dei tempi caratterizzano il καλός καì αγαθός. Il sergente Emil Foley, quello dei tori e delle checche in Oklahoma, in un sistema educativo ha sempre funzionato di più e meglio del presessantottino Robin Williams e della Dead Poets Society: il primo forma uomini e donne destinati a fare grande una nazione, il secondo dei disadattati sociali impegnatissimi in un edonistico ‘Carpe diem’ ma incapaci di affrontare la vita nella sua interezza. Insomma, bisogna lasciare a casa i vari Lodoli a farsi le pugnette con la scuola di Barbiana.

    Questo di Giuseppe Sangregorio non è davvero un articolo molto intraprendente.

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