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Un fantasma chiamato spending review

Italy's PM Renzi gestures during a media conference in Rome

E due. Dopo Carlo Cottarelli se ne va anche Roberto Perotti. Saltano uno dopo l’altro i revisori di spesa, i tecnici incaricati dal governo di indicare quali spese pubbliche possano essere tagliate. La prima spending review, concepita ai tempi del governo Monti era partita da circa 32 miliardi di euro in risparmi e si è ridotta a 8 dall’esecutivo Renzi, finché Cottarelli non se ne è andato. L’obiettivo di quest’ultima spending review, annunciata da Matteo Renzi, partiva da un traguardo molto meno ambizioso (10 miliardi) e si è ridotta ulteriormente a 5,5 miliardi di euro. E anche Perotti ha annunciato le sue dimissioni, proprio alla vigilia della presentazione della Legge di Stabilità, come oggi chiamano le Finanziarie. La prima fonte di dissidio fra il tecnico e il politico è stata sulle tax expenditures, banalmente dette agevolazioni fiscali. Renzi ha spiegato: «Non le abbiamo tagliate perché ci avrebbero accusati di aumentare la pressione fiscale», mentre il suo deve essere il governo che taglia le tasse (salvo inserire il canone Rai nelle bollette elettriche… ma questo è un altro discorso). Perotti si dev’essere poi sentito superfluo, perché il grosso della “review” consisteva ormai nella sola riduzione, o meglio centralizzazione, delle centrali d’acquisto della Pubblica Amministrazione, lavoro assegnato a Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi.

Quali che siano i motivi delle dimissioni, comunque, ci ritroviamo ora con una riduzione di spesa pubblica di 5,5 miliardi di euro. Su cosa? Tagli lineari ai ministeri (Matteo Renzi rifiuta di chiamarli “lineari”, ma non si capisce come definirli altrimenti) per 1,7 miliardi, 1,5 miliardi di risparmio per l’accorpamento delle centrali d’acquisto, 300 milioni in misure minori e 2 miliardi di mancato aumento (non taglio, da notare, ma mancato aumento) della spesa sanitaria. Il furioso dibattito sul risparmio negli esami medici, riguarda quest’ultimo punto.

Possibile che oltre questa soglia non si riesca ad andare? Il centro studi della Confcommercio, che non è certo una setta di neoliberisti sfrenati, aveva calcolato, lo scorso luglio, che la spesa pubblica locale superflua ammontasse a 23 miliardi di euro. Ci sono dunque 23 miliardi che si potrebbero tagliare senza neppure toccare i servizi ai cittadini. Il maggio scorso, un’inchiesta del Corriere della Sera di Sergio Rizzo calcolava in 107 miliardi l’aumento della spesa pubblica dal 2007 (anno della prima spending review) al 2014. La previsione per il 2015 è di una spesa pubblica pari a 827,1 miliardi di euro, pari al 50,5% del Pil e questo al netto della sentenza della Corte Costituzionale che blocca i mancati adeguamenti pensionistici voluti dal governo Monti. Ricordiamolo ancora: la spending review sarà di 5,5 miliardi di euro.

Complessivamente, su cosa si pensa di raccogliere risorse, visto che di risparmi quasi non se ne parla? Aprite bene le orecchie. Gioco d’azzardo: 1 miliardo di maggiori introiti previsti. Rientro volontario di capitali (sempre che i diretti interessati vogliano): 2 miliardi di introiti previsti. Maggiori entrate dovute a una maggiore crescita economica (contando che ci sia): 4,9 miliardi. E poi, dulcis in fundo: 13 miliardi di aumento del deficit, che sarà il 2,2% del Pil (contro l’1,4% attuale). Quello su cui conta Renzi, insomma, è riassumibile in tre parole: azzardo, speranza e debito.

Incrociamo le dita.

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di on 17 ottobre 2015. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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