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Perché all’America non importa più del Medio Oriente

L'amministrazione Obama aveva due priorità: rimettere in salute l'economia interna e contenere il terrorismo in casa. E le ha raggiunte. Sulla polveriera mediorientale, si è ritirata e ha delegato. Perché la partita energetica, e quella strategica, non passano più da lì

Image: U.S. President Obama walks to speak about the Affordable Care Act at the White House in Washington

Quando nel 2008 Barack Obama vinse le lezioni presidenziali, gli europei entusiasticamente brindarono. Finalmente sarebbe stata smantellata la politica estera in Medio Oriente varata dall’amministrazione Bush. Una fortuna, si diceva, per l’Europa. Questo era il sentimento diffuso. Bush aveva fatto un errore dietro l’altro, nascondendolo dietro la dottrina della «esportazione della democrazia». Ad un certo punto la storia sembrò avvalorare la previsione degli europei. Arrivò inaspettata, sul finire del 2010, la «primavera araba». Un tripudio. Finalmente ci sarebbero state, come in Israele, libere elezioni, governi democratici, libertà e prosperità. Intanto Obama si ritirava da tutto. Il suo solo obiettivo era e restava – lo aveva fatto ben intendere nel programma elettorale per la scalata alla Casa Bianca – l’America. Ogni dollaro doveva essere ben speso per gli americani, sul suolo americano. La politica estera si sarebbe retta sull’aiuto della Storia (la versione democratica della Provvidenza repubblicana): siamo nel giusto, nel vero, dalla parte del bene. E tanto basta. Il Medio Oriente è, nella dottrina dell’amministrazione Obama, un problema degli europei. Gli americani lì non hanno più nulla da tirare fuori. Una volta sul petrolio si giocavano i destini degli Stati Uniti. Ora non più. Perché impegnarsi?

Quando in politica qualcuno lascia uno spazio vuoto, immediatamente viene occupato. E così gli europei – indecisi a tutto – occuparono lo spazio. Sarkozy e gli inglesi decisero che era giunto il momento, sulla spinta della «primavera araba», di liberarsi di Gheddafi. Berlusconi non voleva la guerra. Fece un po’ di melina. Poi cedette. Lì, in quel frangente, avrebbe dovuto dimettersi. Guerre non se ne fanno, poiché sarà una catastrofe. Finì per accettare. E la catastrofe è puntualmente arrivata. Con gli americani alla finestra. Decisi, ostinati a restarci. Obama in politica estera per gli europei – che ormai si sono resi conto della sua fallimentare strategia, come gli rimproverano in casa i repubblicani – non ne ha azzeccata una. Ha sbagliato tutto. Con una scusante. Il caos è sovrano a casa degli altri (gli europei). Obama ereditò un Paese che tutti davano in stato di collasso. L’onda di Wall Street in caduta libera si sarebbe abbattuta innanzitutto sull’America. Dopo otto anni di governo lascia con una situazione economica ben diversa da come l’ha ereditata. E con una sola, indiscutibile vittoria sul campo: il Nobel della pace ha comandato l’operazione per eliminare Bin Laden. Agli americani Obama aveva promesso tante cose, dal miglioramento del clima alla chiusura di Guantanamo. Tutti promettono molto per essere eletti. Poi i loro atti si misurano su dati concreti. Obama alla guerra sul campo ha preferito la guerra con i droni. E due priorità: garantire buona salute all’economia americana e limitare il terrorismo in casa. Su questi due soli punti si valuteranno gli otto anni di governo del presidente Obama. In politica estera, come ricorda Robert Kagan, è l’amministratore unico del declino americano (intendendo per declino questa specifica strategia). Certo un europeo ha poco da rallegrasi di questa situazione. Però è un dato di fatto. Adesso spetta all’Europa battere il terrorismo, sbrogliare la situazione in Siria e in Libia, porre un freno alle masse migratorie. Dagli americani gli europei riceveranno aiuto logistico, buoni consigli, droni e tanti auguri di buona fortuna. Il realismo è sempre il miglior antidoto per combattere la demagogia. E sul continente europeo, in quanto a demagogia, ce n’è in abbondanza.

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di on 1 ottobre 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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