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Macché riforme, vince il centralismo

Caro direttore,

all’inizio della prossima settimana il Senato licenzierà la riforma costituzionale che poi approderà alla Camera per l’approvazione definitiva. Poiché è del tutto prevedibile che passerà a maggioranza semplice, sarà necessario – questo prevede la Costituzione – il referendum confermativo, che il premier intende svolgere tra un anno, nell’autunno 2016. Questa la road-map. Tuttavia, non ce la faccio più a trattenere la mia amarezza e il mio disagio per quel che sta accadendo. Le ragioni della mia indignazione e della mia riprovazione sono profonde e alimentano una sincera preoccupazione per le sorti della democrazia e per il futuro del Paese. Provo a elencartele.

Nei primi anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo delle ideologie, la sinistra – nella sua metamorfosi postcomunista – doveva trovare un punto di riferimento cui aggrapparsi. E l’ha rintracciato nella Costituzione nata dalla Resistenza, abbracciando quel patriottismo costituzionale che ha sempre rivendicato con orgoglio e con fierezza nel dibattito pubblico. «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la Costituzione, andate – aveva detto Calamandrei, uno dei padri della Carta, agli studenti milanesi – nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati». Quante volte abbiamo sentito dire «giù le mani dalla Costituzione!» oppure «la Costituzione non si tocca!», perché si trattava della «Costituzione più bella del mondo», forse però non avevano letto le altre. La «Costituzione più bella del mondo», quella di Calamandrei (ma anche di Foa, Lussu, Valiani, Togliatti, Terracini, Amendola, Gronchi, Moro, De Gasperi, Dossetti, La Pira, Mortati, Croce, Labriola, La Malfa, Parri, Sforza, Nenni, Basso, Pertini, Saragat, Einaudi, Orlando, Ruini, tanto per fare qualche nome), oggi viene messa nelle mani di un perito industriale e di una bella ministra, di un medico e di un faccendiere incline al tradimento. Quale senso di responsabilità, quale dignità, quale coerenza? E la ministra, in queste concitate giornate, non sa dire altro che «andiamo avanti!», «non ci fermerà nessuno!», respingendo così qualsiasi forma di dialogo, necessaria per tutte le procedure di manutenzione costituzionale. Non è un caso, infatti, che la Carta del 1948 imponga una maggioranza qualificata, pena il referendum confermativo, per le riforme costituzionali.

Quello che la dottrina ha chiamato «potere costituente» e che si contrappone ai «poteri costituiti» è una cosa molto seria: è la prerogativa esclusiva di mettere le mani nella Costituzione e riformarla per adeguarla ai tempi nuovi della politica e del potere. La riforma Boschi è stata a suo tempo elaborata e licenziata dalla direzione nazionale di un partito, il Pd. È stata poi sostanzialmente «ratificata» dal Governo. Infine è approdata in un Parlamento assolutamente non titolare del «potere costituente», poiché delegittimato, all’indomani della sua elezione, da una sentenza della Corte costituzionale, che ha rubricato come incostituzionale la legge elettorale – il Porcellum – con la quale era stato eletto.

È evidente come il governo Renzi – con questa riforma – intenda ridurre le regioni al silenzio e archiviare una volta per tutte la storia del regionalismo italiano, sostanzialmente revocando quasi tutti poteri legislativi dei parlamenti e delle giunte regionali. Le Regioni ritorneranno a quella semplice dimensione amministrativa che le caratterizzava quando sono nate, negli anni Settanta. Forse il premier ne è inconsapevole, ma l’autonomia regionale rappresenta una significativa porzione della cultura politica e del patrimonio ideologico del suo stesso partito. Con un colpo di spugna seppellisce così la storia del regionalismo e anche la storia del proprio partito. Questo disegno di riforma è incostituzionale perché si contrappone all’articolo 5 della Carta: «uno dei caratteri strutturali della nuova Repubblica – osservava Calamandrei – avrebbe dovuto essere il riconoscimento delle autonomie locali elevato a principio costituzionale colla creazione delle Regioni e col trasferimento ad esse di funzioni legislative in regime di autonomia». Proprio per effetto dell’articolo 5 – sul quale si è costruita l’idea di Repubblica delle autonomie e di Stato regionalista – qualsiasi forma di decentramento si è tuttavia configurata come un’elargizione generosa, una graziosa concessione del centro verso la periferia. Tutto ciò in contrapposizione ai veri processi di federalizzazione, che seguono il percorso inverso: partono dalla periferia e giungono al centro. Nei fatti, il regionalismo non ha funzionato perché l’attribuzione di nuove competenze al sistema regionale è avvenuto, nel corso degli anni, su un impianto fortemente centralista – soprattutto per quanto attiene alla concezione e all’esercizio dei poteri – qual è quello della Costituzione repubblicana. Con la nascita delle Regioni e l’attribuzione a esse – nel tempo – di funzioni sempre più ampie, non si è contestualmente regionalizzato lo Stato centrale e neppure il sistema dei partiti, veri detentori del potere politico. Qui si trova il motivo del fallimento del regionalismo, al netto degli scandali e della corruzione. Che sono le vere ragioni di questa inaccettabile riforma. Se leggiamo il titolo del disegno di legge di riforma costituzionale ci rendiamo conto che alla radice del progetto c’è il vento della demagogia e dell’antipolitica. Ma la storia ci insegna che è improprio individuare negli scandali e nelle crisi economiche e sociali la ragione delle riforme. Le riforme si fanno, semplicemente, perché si devono fare, non per rispondere agli umori dell’opinione pubblica.

L’articolo 5 ci dice che l’autonomia, inserita tra i Principi fondamentali della Carta, si configura anche come un diritto inalienabile del cittadino-elettore. Vi è un sacrosanto diritto – del cittadino – all’autonomia che con questa riforma, e con la legge Delrio sulla soppressione delle Province, viene calpestato e deriso. Ma il Senato e le Province sono organi costituzionali. Sono dunque elementi che definiscono non solo l’articolazione istituzionale dello Stato, ma anche la pratica della democrazia. Un Senato ridotto a un centinaio di membri viene contrapposto a una Camera che rimane di 630 deputati, eletti con l’Italicum, legge elettorale che assegna un premio di maggioranza alla lista vincente al ballottaggio, magari con poco più del venti per cento, e che, con i capilista bloccati, sarà in maggioranza un’assemblea di cooptati: è questo il futuro della democrazia italiana? Nessuno l’ha sottolineato, ma l’intreccio tra la riforma, l’Italicum e la legge Delrio, genera davvero un mostro dalle sembianze raccapriccianti. È in atto un vero e proprio commissariamento della democrazia, caro direttore, nel senso che si sta affermando l’idea di una democrazia senza cittadini, gestita da una classe politica autoreferenziale e di modestissima qualità, selezionata dai vertici dei partiti e non dagli elettori. Ti confesso che sono molto preoccupato per questa deriva.

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di on 9 ottobre 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

9 commenti a Macché riforme, vince il centralismo

  1. Angelo Rispondi

    9 ottobre 2015 at 09:34

    Da mai dimenticare che siamo nelle mani di quattro comunistelli in atmosfere da ricordi democristiani tanto arroganti quanto preparati alle chiacchiere.Quattro ragazzotti messi li a forza da Napolitano.Questi mascherano la voglia di totalitarismo che hanno dentro con sorrisi,buone chiacchiere e simpatia. Siamo nelle peste e lo capiremo presto

  2. adriano Rispondi

    9 ottobre 2015 at 13:04

    Discorso vecchio,in una nazione vecchia,con una costituzione vecchia.La nostra,dicono gli esperti,è rigida,nel senso che non è facile da modificare.Sarebbe meglio farne una nuova,elastica e riscriverla ogni generazione.L’unico modo per i cittadini di contare è di poter scegliere davvero e nel lungo articolo non si capisce come si potrebbe fare.Si indica l’assemblea costituente.Le varie forze politiche elaborino i principi su cui fondare la nuova carta.I cittadini scelgono e l’assemblea redige il testo con vincolo di mandato.L’approvazione degli elettori va chiesta prima,non dopo.E questo magari lo si fa ogni venti anni.Se fossi giovane non mi piacerebbe di vivere un mondo costruito da altri ma vorrei cercare di farne uno io.

    • Dario Rispondi

      9 ottobre 2015 at 14:29

      Complimenti Adriano, e’ un discorso molto sensato

    • Matteo Rispondi

      10 ottobre 2015 at 10:29

      Negli Usa l’architettura istituzionale è la stessa da più di 200 anni e gli emendamenti possono essere varati da due camere autonome (anche dal governo: senza rapporti fiduciari col Presidente e il potere, per lui, di scioglierle) ed equipollenti (con veto reciproco su tutta le legislazione federale, compreso il bilancio: bicameralismo perfetto), i cui membri sono eletti individualmente (collegi uninominali) senza vincolo di mandato (il senatore della California rappresenta tutti i californiani come il Presidente tutti gli americani, non il proprio partito).

      Stesso schema Stato per Stato, con relativa autonomia legislativa (e se nascono conflitti col governo federale, li risolve la Corte suprema in base alla Costituzione).

      In base al tuo ragionamento gli Usa non sono una democrazia.

      • adriano Rispondi

        10 ottobre 2015 at 13:22

        In base al tuo ragionamento noi non siamo gli USA.

        • Matteo Rispondi

          11 ottobre 2015 at 08:31

          Non lo siamo, né lo saremo con queste riforme.

  3. John Snari Rispondi

    9 ottobre 2015 at 16:14

    Ma siamo seri! Questa non è “una deriva”, ma l’ovvia conseguenza della carta igienica socialista che viene chiamata costituzione, e ancor di più è l’inevitabile esito finale della democrazia rappresentativa (che poi non è null’altro che una forma soft – fino ad un certo punto – di socialismo reale).
    Per questo, non mi spaventa per nulla questa riforma come non mi spaventavano le altre, nè mi da più fiducia in questo statoladro criminale e putrescente.
    L’unica cosa che mi appassionerebbe sarebbe se la costituzione venisse bruciata per intero (e le ceneri sciolte nell’acido, per sicurezza), e ai popoli italiani venisse data facoltà, per la PRIMA volta nella loro storia, di decidere per sè stessi. Quella si, che sarebbe Democrazia.

    • Matteo Rispondi

      10 ottobre 2015 at 11:06

      Le democrazie rappresentative, con relativa costituzione e divisione dei poteri, nascono dall’istanza, tipicamente “liberale”, di arginare l’arbitrio del sovrano.

      Anche il popolo può esercitare la propria sovranità nei limiti di una legge uguale per tutti e posta soprattutto a garanzia delle autonomie individuali (essendo anche quelle locali un contrappeso del governo unitario, o federale, e viceversa, non piccole sovranità assolute).

      Semmai, sono proprio le versioni nazional-socialiste e comuniste della democrazia a virare verso forme di dittatura delle maggioranze, etniche o di classe.

  4. Matteo Rispondi

    10 ottobre 2015 at 12:50

    Non ho mai pensato che la nostra Costituzione fosse le più bella del mondo, ma non basta cambiare una cosa per migliorala e nel caso di questa riforma potrei concludere che non c’è limite al peggio.

    Concordo con l’articolista sul fatto che nel nostro paese s’è attuato un regionalismo falsamente federale, cui oggi si vuole rimediare tornando a un centralismo più verticistico, come se l’Italia non potesse che oscillare tra il monopartitismo imperfetto del CAF e quello perfetto del Dux.

    Con questa riforma, in effetti, si traferisce a livello nazionale lo schema disastroso delle nostre amministrazioni locali, con una “conferenza Stato Regioni a posto del Senato”.

    Avremo cioè una Camera di consiglieri regionali convocata per prendere solo ordini dai “consiglieri nazionali” (si chiamavano così i membri della Camera dei fasci e delle Corporazioni) del Sindaco d’Italia (come appunto lo chiama Renzi) che li nomina, attraverso una legge (confrontate l’Italicum e la legge Acerbo) fatta per assicurargli la maggioranza nella camera egemone e con essa, a meno di non tradire l’indiretta elezione popolare del governo, pieni poteri esecutivi e legislativi anche a livello locale.

    Detto questo, le constatazioni sulle specifiche competenze dei nuovi “padri costituenti” assumono solo una funzione di attenuante: starebbero meglio in un consiglio di amministrazione (come appunto se ne è uscita la Boschi in un lapsus rivelatore) che di ministri (per giunta delegati a riscrivere le leggi che dovrebbero servire), e sbagliano in buona fede, per deformazione professionale o attitudinale.

    Del resto, questo luogo comune, nato forse con Berlusconi, in base al quale chi dimostra di sapersi fare bene (anche legittimamente!) gli affari propri, debba ritenersi più capace di perseguire anche l’interesse generale, non mi ha mai convinto (e non solo dopo aver visto Berlusconi all’opera).

    Fosse così, uno come Socrate non meriterebbe alcuna fiducia e gli Stati uniti, patria della concorrenza tra privati e dell’economia di mercato, non sarebbero così rigidi nelle regole antitrust.

    Come al solito, facciamo gli americani alla rovescia.

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