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Auguri Maggie. Ci manchi

Oggi faresti novant'anni, Margaret Thatcher. E noi, che vorremmo ancora stare in Occidente, agire nel mercato, vivere da individui liberi, avremmo un disperato bisogno di te...

maggie3Avresti novant’anni oggi, Maggie, e noi siamo qui, a dibatterci tra gli arresti di Mantovani e gli scontrini di Renzi, ed è dura, oggi più del solito. Perché l’anniversario e la cifra tonda ci rimbalzano indietro, evocano cosa siamo stati e cosa potremmo essere, ma ci riconsegnano implacabilmente a quel che siamo. Orfani, Maggie, siamo anzitutto orfani, noi sperduti e spelacchiati, ancora convinti che il mercato sia la più formidabile macchina di creazione del benessere escogitata da mano umana, che l’individuo non sia una parolaccia, ma un cosmo valoriale inattaccabile, che la libertà sia tutto, e l’uguaglianza nulla, una finzione sempre in bilico sull’orrore. E siamo anzitutto orfani di te, Maggie. Di te e Ronald, certo, dell’ex attore di serie B che si prese la più grande nazione della storia e riuscì persino a portarla oltre se stessa, ci manchi immensamente, Ronald, ma forse per un maschio alla guida degli Stati Uniti era un pizzico più facile. Cosa sei stata tu invece, Maggie, che mistero generoso si cela dietro il tuo volto, la figlia di un droghiere che scalò la Gran Bretagna, un grande Impero in oggettivo arretramento, e lo rese di nuovo un faro della libertà, e fu la più grande di tutti, dopo Churchill, certo. Ma lui combatteva il nazismo, la partita è viziata in partenza.

Quante cose hai combattuto tu, Maggie, quanti tetri tabù hai spazzato via (sai, quella roba di cui viviamo noi, gente normale), quanta meschinità hai smosso e quanti nemici hai coalizzato contro di te, come tutti i titani. I collettivisti d’ogni latitudine, i rinunciatari, gli uomini-massa di cui è zeppa la commedia del potere, che parlano solo alla massa, mentre tu non hai smesso un secondo di parlare al popolo, al popolo inglese e a quello mondiale, non retrocedendo di un millimetro dalle assunzioni di responsabilità a cui eri chiamata. Hai tenuto duro contro le vecchie pellacce marxiste, il sindacato dei minatori, mica i Landini decorativi dei salotti tivù a cui siamo abituati, gente da trincea. E hai vinto, li hai consegnati per sempre alla loro arretratezza, loro celebrati nelle pellicole di Ken Loach che piacciono (sempre meno) a quattro intellò privilegiati, tu celebrata ogni giorno, dalla crescita del tuo Paese e da una variante aggiornatissima del liberismo che ha preso il tuo nome, il thatcherismo. Hai stravinto nell’arcipelago delle Falkland, dove hai chiarito una volta per tutte la superiorità della macchina bellica anglosassone contro tutti i social-peronismi straccioni allevati in Sudamerica, che piacciono tanto alla gente che piace, ma che non danno il pane al popolo, e nemmeno le brioches. Hai perfino ridicolizzato il Soviet eurocratico prima che qualcosa del genere esistesse compiutamente, quando hai sbattuto i tuoi tre “No!”, e i tuoi No erano definitivi e terribili, mica i Ni a cui ci ha abituato la politichetta nostrana, in faccia a Jacques Delors e alla Commissione Europea, che pretendevano cessione di sovranità senza rappresentanza, un abominio per la tradizione anglosassone, quella che proviene dalla Magna Carta, quella che è all’origine anche della più grande democrazia liberale del mondo, quella a cui noi vogliamo rimanere aggrappati anche oggi, Maggie, anche se ci sentiamo ancora più soli, in mezzo a folle che s’inginocchiano ai piedi dell’ultimo Autocrate, dell’ultimo Sultano, dell’ultimo macellatore di libertà, che sia in nome del Corano o dell’orso russo, basta che sia nemico dell’Occidente, del mercato, della libertà individuale, di tutto quello che tu sei stata. Ma avevi ragione tu, le folle in fondo non esistono, esistono solo gli individui. Se solo tu fossi ancora qui con noi.

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di on 19 ottobre 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a Auguri Maggie. Ci manchi

  1. Angelo Rispondi

    13 ottobre 2015 at 19:15

    Si cambiare l’economia non era obiettivo primo ,cambiare la società si è ci riesce.Determinare una nazione di imprenditori piccoli o grandi che non guardano allo Stato,far rinascere e motivare lo spirito d’impresa,ognuno capace e responsabile del destino che desidera…In tanto cambia forse la stessa idea democrazia e di certo sposta il linguaggio politico e di ogni giorno da sinistra a destra..Si la Thatcher merita un senso profondo di attenzione non potendole concedere l’eternità .

  2. Padano Rispondi

    14 ottobre 2015 at 15:24

    Affermare che l’uguaglianza non sia nulla fa un po’ paura.

    I cittadini non dovrebbero essere uguali dinanzi alla legge?

    • Giovanni Sallusti Rispondi

      14 ottobre 2015 at 16:29

      Caro Padano, l’uguaglianza di cui parla lei, l’uguaglianza formale e civile, è parte integrante della libertà dei moderni, del pensiero e della prassi liberali, che hanno avuto in Margaret Thatcher uno degli ultimi campioni assoluti. È ovviamente l’uguaglianza sostanziale, quella che appiattisce le vite, nega i talenti e perseguita le diversità ad essere nulla. O meglio orrore, come ci hanno insegnato, e ci insegnano, tutti i comunismi, espliciti o mascherati. Saluti, a presto

  3. Ernesto Rispondi

    19 ottobre 2015 at 20:33

    Ma se Ronald Reagan era un attore di serie B, come si può definire Elio Germano?

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