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Un esotico diario british

LancashirePer una vacanza esotica basta e avanza il Regno Unito: nulla di più immensamente vicino e lontano al tempo stesso. A partire dagli alberi, suggestive figure antropomorfe shakespeariane che evocano elfi e fate, un’emozione che la Pilcher ammazzerebbe in venti pagine descrittive. Vanno visti, valgono da soli un viaggio. E poi il british way of thinking, che mette in dubbio qualsiasi certezza acquisita nel Continente.

In autostrada, dopo aver cristato contro il british gps, mi arrendo e alla prima uscita trovo un villaggio, che come tutti i british village ha la chiesa, l’ufficio postale, il negozio charity, quello per gli animali e il pub. Opto per quest’ultimo, sperando che a mezzogiorno qualcuno sia solo alla prima pinta. “Please, come raggiungo Aberfeldy?” E parte una discussione antropocentrica. “Via Perth, direi”, consiglia il primo, ma si intromette il secondo: “Scherzi? Via Milton, direi”, il terzo obietta che “a Amulree di sabato c’è mercato e tutto è bloccato, direi”. Ma ecco il quarto: “per arrivare lì entro sera dovevi partire all’alba, direi. Forse ieri”. “Anzi”, fa eco il quinto, “quando eri bambina o addirittura in grembo, direi”.

Capisco, ma il mio spermatozoo è in pensione da decenni, direi, e mi aspettano entro sera, quindi estraggo la cartina e mostro il percorso più diretto secondo Googlemap. “Nou nou nou”, e qui son tutti d’accordo, “così l’allunghi”. Ma come, e le miglia indicate? Butto lì un patetico “paper sings!” (carta canta), rozzo humour poco british. “Well, yes, in a strict physical sense.. ma non si ragiona così”. Ecco, la prima certezza che abbracci è l’incertezza del nostro ragionamento, più vicino a quello tailandese che a quello british. E che Guglielmo fosse normanno o che dietro ai Windsor si celino i sassoni, poco importa: o ti infili nella mentalità o salti direttamente al breakfast di domani bypassando il dinner di stasera.

Sulla via dell’integrazione mi sorge un british-dubbio e ricontrollo il gps: scopro di aver impostato “England” mentre sono diretta in Scozia, e meno male che non passo dal Galles, son gps nazionalisti e amari, questi, insomma farei prima a impostare la Polinesia. In compenso, in autostrada le auto inchiodano letteralmente per lasciarti immettere dalla rampa, quell’educazione che ti dà il tempo di ingranare con la mano sinistra la prima anziché grattare la terza. Se si punta all’esotismo, il segreto è starsene alla larga da Londra, Edinburgo e simili, dove incontri più italiani che fish & chips, meglio le contee sperdute da godersi coi british friends, i cui matrimoni sono esperienze imperdibili.

Raggiungiamo l’idilliaca chiesetta sperduta nel Lancashire. “Bello sposarsi di sera”, dico. “Macché, si sono già sposati in municipio, qui party”. In effetti le austere vetrate brillano di luci psichedeliche a intermittenza. Per carità, anche il Gattopardo di Milano è una chiesa, ma il buffet alcolico sull’altare, i camerieri in abito talare, i calici eucaristici al posto delle flûte e le ostie al peperoncino sono l’apoteosi del british kitsch. Non oso chiedere se la chiesa sia consacrata, temo una risposta negativa e sarebbe un vero peccato, quasi mortale. Tempo un’ora e lo stile Ascot si squaglia sotto i litri di alcol, i cappellini volano, le scarpe pure, occhio a non scivolare, a dribblare le pestate dei maschioni-angus e relative manone-morte.

E però non si fuma. Nei supermercati le sigarette sono sepolte sotto sinistri teloni, quando le compri estraggono un cassone stile obitorio e ti guardano come un eroinomane in piedi per sbaglio. Per non parlare di quando ne accendi una, nascosto dietro a un tir nel posteggio: l’unico sfigato che passa sussulta come fossi un jihadista che stappa la granata. Poi, però, per acchiappare una margarina light devi strisciare in fondo allo scaffale dietro a quintali di tripla panna e coloratissime bevande zuccherose.

Una tipica ipocrisia british, mi spiega l’amica Christina, se han deciso di fare guerra al tabacco, battaglia sia fino alla morte. Dell’ultimo fumatore. Quanto a colesterolo e diabete, chi vivrà vedrà. Poi arrivi in Cumbria ed è più esotico del Borneo perché di italiani  neanche l’ombra. E ti osservano come se Livingston non gli avesse tramandato una riga. Dopo quattro curve sei in montagna, la loro montagna, ben 200 metri di altitudine, e ti verrebbe da aggiungere un duemila davanti nel vedere i negozi di questi graziosi villaggi in pietra che vendono attrezzature da K2 per passeggiare sulla collinetta di fronte. Compresa una supertuta imbottita da omino Michelin, chissà, avrà lo sherpa incorporato. Ma ora è estate, la mente british segue pedissequamente il calendario, mica il meteo, che al pari delle distanze sulla mappa è faccenda strictly physical da piegare con la ragione: a dieci gradi si gira in bermuda e ci si tuffa nei laghetti anche se piove.

Ma il clima ha importanza relativa, i british people mica si scompongono come noi, che è già tragedia quando in spiaggia esce una nuvola. Hanno tante di quelle occupazioni tra golf-cricket-tennis-badminton-bridge-horse-dog eccetera, che quando esce il sole è quasi un contrattempo. Devono scollegarsi dalle regole cervellotiche, e il loro meraviglioso snobismo è tutto lì: inventano regolamenti astrusi prendendo i giochi sul serio, come se non avessero un benemerito cazzo da fare nella vita. Fantastici.

Unico neo: fuori Londra patisce un po’ l’estetica, in compenso dimentichi che esistono i migranti e quando il primo barcone raggiungerà Gibilterra, sarà davvero l’inizio della fine per tutti noi. Espugnata la Rocca, addio esotismo per sempre.

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di on 22 settembre 2015. Filed under Intraprendente on the road. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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