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Ma pubblicità vuol dire libertà

Controcanto su giornali e morale: la modella con lato b in bella vista accostata su Repubblica al corpicino di Aylan non deve indignare. Le inserzioni sono una zona franca, che consentono ai giornali di essere liberi dalle ingerenze. Il nostro è un mondo liberale e secolarizzato, e di migliori ad ora non ne conosciamo...

reverseRaramente mi trovo in disaccordo con un articolo de L’Intraprendente. Tanto più se esso ha di mira il tempio giornalistico del politicamente corretto all’italiana, cioè La Repubblica fondata da Eugenio Scalfari. Se poi aggiungiamo a ciò il fatto che ho profonda stima di Marco Respinti, l’autore di Maestri di giornalismo, e che quasi sempre condivido le sue fini e non conformistiche analisi politico-sociali, il fatto è ancora più strano. Ed esige, anche per rispetto per l’autore, che io metta per iscritto le mie critiche e perplessità su quello che Respinti considera un atto immorale e di cattivo giornalismo da parte di Repubblica: l’aver messo in pagina, una affianco all’altra, la tragica foto del piccolo Aylan e la pubblicità di un capo di intimo femminile con tanto di sontuoso lato b in bella mostra di sé.

Respinti parla di menefreghismo, mancanza di buon gusto, ecc., ma io credo che le cose non stiano così. La pubblicità si è infatti affermata, a ragione, nella nostra società, come una sorta di “zona franca“, su cui, ad esempio proprietari e redattori di un giornale non devono mettere becco: dei suoi contenuti devono, appunto, fregarsene. Di essi sono irresponsabili. Perché “a ragione”, è presto detto. Se la pubblicità è l’anima del commercio, come recita un adagio popolare, e se il commercio, lo scambio, è l’anima del capitalismo, come ci insegnano i classici dell’economia, sillogismo stringente vuole che la pubblicità è coessenziale a una società libera di mercato. Anzi, ad una società libera tout court.

E infatti la grande stampa popolare indipendente, soprattutto nei paesi anglosassoni, si è affermata, ormai più di un secolo fa, proprio nel momento in cui le gazzette, che prima erano la voce di qualche padrone che li finanziava, hanno cominciato ad ospitare pubblicità di saponette, detersivi, capi d’abbigliamento, prelibatezze alimentari, ed ogni ben di Dio. Non è un caso: il direttore di un giornale che ha tanta pubblicità ha anche tanta indipendenza. Sempre che voglia valersene, cosa che in questa povera Italia, e soprattutto dalle parti di Largo Fochetti, non è certo scontata. Egli ha sempre il coltello dalla parte del manico contro ogni pretesa o ingerenza del potere o della proprietà. E, infatti, nel nostro mondo libero tutte le libertà si tengono, come pure a ragione suol dirsi. E se si comincia da un punto a controllare e censurare, state pur certi che il potere non si fermerà più davanti a nulla.

Paradossalmente abbiamo la libertà di parlare di tutto e interpretare come crediamo un avvenimento, e anche di far vedere le immagini di un piccolo e innocente profugo morto, solo grazie all’apparentemente effimero mondo della pubblicità. Non sembri irriverente, ma è anche grazie al lato b della modella. Che poi, possiamo anche non apprezzare, manifestando i nostri sentimenti di gusto, o di buon gusto, attraverso la nostra libera scelta di consumatori. Capisco i nobili sentimenti che animano Respinti, che in parte sono anche i miei. Ma il nostro mondo laico, liberale, secolarizzato, è un mondo profano, non eroico. È fatto di materiali grezzi. Poiché è l’unico che ci dà la possibilità di scegliere il nostro posto nel mondo e di costruire la nostra personalità, esso, parafrasando Churchill, può essere giudicato certo un cattivo sistema ma di sicuro di migliore non ci è dato finora conoscerne.

Il nostro mondo libero e variopinto è anche un mondo di merci. E la merce, checché ne pensino marxisti e benecomunisti vari, è non un feticcio ma quasi l’oggettivazione della nostra libertà. E proprio questo meraviglioso, vario e quantitativamente esorbitante universo di cose, a volte essenziali altre volte (apparentemente) superflue, a cui ci siamo abituati e che viviamo spesso con snobismo o indifferenza, è non solo l’indice della nostra libertà ma anche il fattore di attrazione per tanti poveri e diseredati della terra. I quali, con buona pace del Papa, chiedono più merci e più capitalismo e non una fantomatica uguaglianza nella povertà.

Quanto poi alla mia particolare visione del mondo, ma qui stiamo appunto nel campo delle scelte individuali che la società libera permette, tutte in quanto tali opinabili, devo dire, e non credo di contraddirmi, che, da una parte, provo profonda e umana compassione per il piccolo Aylan, ma, dall’altra, non ho remore di fronte a quei “vizi virtuosi” (permettetemi l’ossimoro mandevilliano) a cui la pubblicità di Yamanay simbolicamente allude. Intendo, il lusso e la (misurata) lussuria. Virtù borghesi per eccellenza.

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di on 4 settembre 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

7 commenti a Ma pubblicità vuol dire libertà

  1. Lorenzo Rispondi

    4 settembre 2015 at 08:42

    Non vi sono grandi differenze tra Respinti ed Ocone,certo parlare di giornali che sono più organi di partito, se il partito c’è , e’ sempre pubblicità sbagliata.Bastava solo una più attenta impaginazione.Se invece si trattasse di un accostamento per far tirare più l’occhio verso il marchio pubblicizzato siamo nel “pallone “di chi impagina e di chi dà il benestare a questo …per ovvio entrambi da allontanare da quei ruoli.Se l’accostamento per valorizzare un marchio che spende e’ accostarlo a situazioni tragiche faremmo una corsa alla tragedia da stampare accanto al sedere più bello.No non tutti i giornali che siano tali ragionano così .Spetta al lettore capire e scegliere.

  2. Arcroyal Rispondi

    4 settembre 2015 at 10:22

    Sono d’accordo con Ocone. La pubblicità è stata ed è un veicolo di libertà. In Italia nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso la rottura del monopolio della TV di stato e la messa in discussione dell’egemonia culturale cattocomunista passarono attraverso gli spot delle televisioni commerciali. Con i ‘consigli per gli acquisti’ l’America entrò definitivamente nelle case degli italiani, e fu tutta un’altra storia.

    Nell’accostamento dell’immagine straziante di un bimbo morto con le curve della modella c’è anche un altro significato profondo. Stanno usando cinicamente quel corpicino senza vita per rafforzare i nostri sensi di colpa e farci ulteriormente aprire le porte all’invasione, ma in realtà quella foto e la pubblicità rappresentano ben altro. Il bambino deposto dal mare sulla spiaggia turca è l’immagine definitiva di ciò che l’Islam produce da secoli, cioè distruzione e morte. Perchè, appunto, loro, i seguaci di Allah, amano la morte e la diffondono con generosità ovunque si insedino, mentre noi occidentali figli della tradizione giudaico-cristiano amiamo la vita, e quel corpo di donna affacciato sul balcone di un palazzo rappresenta quello che gli islamisti odiano e vorrebbero annientare.

    Inconsapevolmente Repubblica ha messo per una volta chiaramente in risalto quali siano i segni distintivi della nostra e della loro civiltà.

  3. maboba Rispondi

    4 settembre 2015 at 10:40

    Sono d’accordo con Ocone. A me non disturba affatto questo accostamento tipografico, perché sia l’immagine del bimbo che della modella non sono altro che scelte per “aumentare la tiratura”.
    A me, ripeto, urta l’ipocrisia della prima, scelta solo perché fa gioco in una diatriba politica italiana ed europea, mentre tutti, tanto più questi difensori dell’accoglienza a tutti i costi, si sono dimenticati delle centinaia di bambini yazidi e cristiani massacrati dai barbari assassini dell’Isis. Bambini di comunità che non avevano torto un capello a nessuno. Questi però non servono alla causa e allora chi se ne frega.

  4. db56 Rispondi

    4 settembre 2015 at 12:28

    Concordo con i commenti di Acroyal et Madoba. La strumentalizzazione del corpicino è ripugnante. Nessuno però ha avuto il coraggio di indicare come ha fatto Acroyal che questo altro non è che la concretizzazione dell’Islam nel quale la vita non ha nessun valore.
    Anche io mi associo nel chiedere come mai non si vedono ma in TV o sui giornali immagini delle crudeltà commesse in nome di una religione che tutto può essere tranne che una religione di pace, e perché per esempio non si legge di bambine di 10 / 12 anni date in moglie ( in pasto direi !) ai “combattenti” che vengono abusate, schiavizzate e sovente muoiono di infezioni o parti.
    Perché non si vedono queste immagini e non si hanno queste notizie ?

  5. Marco Respinti Rispondi

    4 settembre 2015 at 13:35

    Per parafrasare Corrado Ocone, confesso che spesso mi trovo in disaccordo con L’Intraprendente (per esempio su quel venditore di aspirapolveri di nome Donald Trump che finirà per eleggere l’imprensentabile Hillary Clinton e su Papa Francesco descritto sostanzialmente come catto-comunista) ma il bello del nostro mondo liberale e secolarizzato, profano e non eroico, è che spesso L’Intraprendente è d’accordo con me senz’averne colpa. Per la profonda stima di Corrado Ocone, l’autore di “Ma pubblicità vuol dire libertà” che risponde egregiamente al mio “Maestri di giornalismo”, di cui quasi sempre condivido le fini e non conformistiche analisi politico-sociali, replico dicendo che questa è una delle volte con cui sono perfettamente d’accordo con lui. La pubblicità per i giornali è libertà, una zona franca intangibile che permette di non dovere dire sissignore a nessuno, di tenere la schiena ritta e di svolgere bene il proprio mestiere. Proprio per questo ho scritto quel che ho scritto, allibito dal fatto che nel citato caso di “Rep” non sia stata esercitata la libertà di spostare quella pubblicità in altra pagina. Riguardate la fata in mutande che osserva Aylan morto. Il quadro è davvero grottesco. Il capitalismo, che è anzitutto una morale, proprio non se lo merita.

    -Marco Respinti

  6. Francesco_P Rispondi

    4 settembre 2015 at 15:47

    Non trovo nulla di male nelle pubblicità che propongono immagini ammirevoli dal punto di vista estetico.
    Al contrario, TROVO VERGOGNOSO che si sfruttino immagini di cronica drammatica per pubblicizzare la moderna tratta degli schiavi: i colpevoli ed i loro correi cercano di inculcarci sensi di colpa che non esistono al solo scopo di coprire i loro crimini.
    L’uso strumentale dell’immagine del bimbo morto da parte di cloro che ci vogliono fa digerire l’immigrazione clandestina MI FA RIBREZZO.

  7. cristiano Rispondi

    4 settembre 2015 at 23:37

    Molto banalmente dico che un giornale come Repubblica poteva impaginare diversamente le due immagini,anche perchè da coloro che si ergono a Importanti e Unici Portatori di Moralità un gesto del genere mi risulta alquanto bizzarro.Sarà una svista(non credo proprio)o voluto per accentuare le due immagini cosi in contrasto tra loro?Libertà di agire deve essere anche rispetto per i morti,seppur sconosciuti e in fotografia.

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