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La compagnia di giro dell’ anticapitalismo

La comunità filosofica italiana, o meglio quella che si autodefinisce tale, è alquanto modaiola. Sia beninteso: le mode che i filosofi italiani seguono sono tutte interne alla corporazione. Non sono seguite per mostrarsi in un certo modo al pubblico, o almeno non in prima istanza, ma per riconoscersi e accreditarsi. È un po’ come i cani quando fanno la pipì: definiscono il perimetro entro cui ci si deve muovere per essere riconosciuti. Le mode passano, cambiano, ma il perimetro è sempre lo stesso, è stato perimetrato in partenza. Se segui il solo filo del tuo pensiero e ti capita di uscire dal seminato, per te è finita: sei escluso, giudicato un eccentrico o semplicemente (il più delle volte) ignorato. Ma questo è solo un aspetto della questione. L’altro è che c’è un minimo comun denominatore che quasi sempre sorregge queste mode: sono tutte politicamente corrette o almeno tutte politicamente orientate. A sinistra, ca va sans direOvviamente, il tutto è fatto con lo stile proprio dei “filosofi”: un misto fra ricercata, e quindi falsa, raffinatezza e linguaggio gergale e anche un po’ ieratico. C’è una postura del filosofo che contribuisce a dargli l’aria di chi ne sa più del prossimo. E contribuisce come tutto il resto a quella poco laica, anzi teologale, idea che del “grande pensatore” in molti si sono fatti.

La nuova parola di moda, le dernier cri della combriccola filosofica, è ora “debito“. Già se ne erano avuti dei sentori, ma ora la consacrazione ufficiale arriverà col Festival della Filosofia che al debito dedicherà quest’anno un’intera sezione (a Modena, Carpi, Sassuolo dal 18 al 20 settembre). Sì, proprio quel festival che da una ventina di anni ci propina lectio magistralis a gogò tenute dalla “solita compagnia di giro” (letteralmente: i protagonisti sono sempre gli stessi!) di vecchi filosofi più o meno “sessantottini” o ex comunisti (a cominciare da Remo Bodei, il curatore). Certo, qualcuno potrebbe dire che la risonanza acquisita dal termine “debito” è un riflesso di quanto accade altrove, della forza che esso ha assunto nel discorso economico. Ma l’economia, di grazia, lo usa sì molto ma non ne abusa, non lo utilizza cioè a sproposito. D’altronde, come definire se non debito quella situazione a segno negativo che si porta avanti nei bilanci di molti Stati? E ovviamente, è lecito discutere in economia sul fatto se sia preferibile ridurre i pericoli di indebitamento seguendo un tipo di politica economica piuttosto che un altro. E persino porsi domande che vanno più nel profondo e, con comparazioni storiche e strumenti teorici, si chiedano perché il sistema generale favorisca il diffondersi del “vivere pericoloso” degli indebitati, siano essi Stati sovrani o individui.

Ma il “filosofo” di questa spiegazione non si accontenta e si sforza di andare ancora più nel profondo, finendo per dire, con parole complicate, concetti tanto semplici da essere, una volta smontati e pensati, il trionfo dell’ovvietà. Il Banal Grande. Ultimamente, i “filosofi” italiani hanno scoperto che la stessa parola, schuld, in tedesco significa debito ma anche colpa. Apriti cielo! Quella che non è una novità per chi si intende un po’ di etimologia, cioè che il concetto di debito, come tanti altri del nostro lessico, ha anche una valenza morale (debito sta per “dovuto”), è diventato il pretesto per dare ad intendere, o dire esplicitamente, che il moderno sistema capitalistico ci vuole tutti indebitati perché ci vuole far sentire in colpa. Elettra Stimilli, autrice di testi come Il debito del vivente e Debito e colpa, argomenta con fare ispirato, citando Marx e Benjamin, che il capitalismo è di per sé un “culto indebitante” (lo studioso antiliberista che vuole fare il fighetto cita sempre Benjamin e la sua idea del “capitalismo come mistica”). E Massimo Donà, bravo e simpatico professore di filosofia del San Raffaele, amante del vino e animatore di un proprio gruppo jazz (elementi che me lo fanno essere d’istinto simpatico), arriva a parlare del debito, su L’Espresso, come di un portato dell’ “imperium incondizionato del liberismo”. Senza parlare dell’incomprensibile e sopravvalutato Giorgio Agamben, che su questi temi ha costruito una piccola fortuna. O di Roberto Esposito, armato sempre di fresca dottrina, che a Modena terrà quest’anno una lectio magistralis intitolata semplicemente: “Debito”. Ora, è vero che non tutti i filosofi esprimono questo concetti con la rozzezza di un Diego Fusaro. Ed anzi, molti in verità non li esprimono nemmeno ma lo fanno solo capire alludendo. Ma allusione per allusione il senso è sempre quello: non solo devi omologarti al pensare unico se vuoi onori e cattedre, finanziamenti e “credibilitá”, ma questo pensare unico è sempre quello che ha in odio l’Occidente, il libero mercato, l’America e le multinazionali. Da questo fosso non si salta. L‘anticapitalismo, a volte solo accennato, è davvero una sorta di dovere cetuale per il filosofo italiano. 

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di on 14 settembre 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a La compagnia di giro dell’ anticapitalismo

  1. Arcroyal Rispondi

    15 settembre 2015 at 12:59

    Purtroppo le conclusioni di Ocone si adattano perfettamente anche ad altri indirizzi di studio. Da Lettere a Giurisprudenza, da Scienze Politiche a Sociologia il PUS ( Pensiero Unico di Sinistra ) domina incontrastato. Recentemente mi è capitato di constatare allibito che in un corso di Scienze strategiche le lezioni impartite sulla Prima Guerra Mondiale a un gruppo di allievi ufficiali vertevano sulla diserzione, la disobbedienza e il lavoro femminile nelle fabbriche. Ai futuri colonnelli e generali dell’EI non veniva spiegato come e perchè gli Imperi Centrali persero la Grande Guerra, ma come e perchè si fuggiva dalle trincee e il contributo delle donne nella cucitura delle divise. E’giusto che chi occupa posizioni di comando conosca gli errori commessi dai suoi predecessori e accetti la presenza delle donne nelle forze armate come cosa buona e giusta, ma magari insegnargli anche come si vincono le guerre non sarebbe del tutto fuori luogo in un paese che in 150 anni di guerre ne ha praticamente vinta una sola. Ah, già, la Costituzione ‘più bella del mondo’ ha proibito la guerra: i soldati al massimo possono fare le crocerossine e i carabinieri di strada. Oggi pure i taxisti per trasportare gratis l’Africa e l’Islam qui da noi. In Italia nonostante Marx e i suoi eredi abbiano prodotto solo immani disastri, si continua imperterriti a coltivarne il culto.

  2. db56 Rispondi

    15 settembre 2015 at 16:23

    A tutti i “liberi” pensatori aggregati nel Pensiero Unico di Sinistra o filoso nullafacenti vari che teorizzano sul nulla e demonizzano l’occidente, il libero mercato , l’America e le multinazionali un gentile invito ad ANDARSENE, e, se proprio lo desiderano a provare sulla loro pelle come si vive in paesi come CUBA o il SUD AMERICA o, perché no (?) “dialogare” con e NEI Paesi Islamici, magari se li trovano, moderati !

  3. Pierluigi Rispondi

    15 settembre 2015 at 17:47

    Sicuramente Lei ha perfettamente ragione. In questo caso, quando parlano di debito in tale maniera, la comunità Filosofica sta alla economia come l’oscurantismo cattolico medievale stava alla scienza. Eppure sono in italia, anche se indirettamente, molto ascoltati. Soprattutto quando fanno emergere il nocciolo della questione da Lei esplicitato: anticapitalismo …..
    Ricollegandoci all’articolo di Ernesto Galli della Loggia di oggi sul Corriere relativo alla destra italiana che non c’è, secondo me è perchè gli italiani sono statalisti, nella loro ansia pensano che lo stato li posssa ben proteggere contro lo sfruttatore capitalista. Per cui i nostri filosofi, che non disdegnano il caviale, conoscendo bene il mercato delle idee e politiche, producono tesi che possono piazzare con facilità sul mercato. Una semplice comune strategia di impresa orientata al profitto. L’importante non è evitare di dire assurdità, l’importante è vendere, cioè piacere al mercato che nel caso delle idee quando ne piazzi una di quel genere non solo da profitto ma serve a perpetrare e a rinfrescare quelle stesse che hanno generato il consenso al prodotto appena piazzato.

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