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Krugman e gli statalisti interessati

I candidati repubblicani alle primarie per l’elezione, nell’autunno dell’anno prossimo, del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America sono tutti “personaggi assurdi”: fanno affermazioni “incoerenti” ed “estremiste” e la differenza fra di loro è solo di tono o di stile. Le loro idee non sono affatto diverse, nella sostanza, da quelle di Donald Trump ma, con più scaltrezza e ipocrisia, essi sanno proporle in un modo apparentemente più razionale e rispettabile. “Il punto e che i media hanno dipinto i rivali di Trump come gente seria -Jeb il moderato, Rand il pensatore originale, Marco il volto nuovo- ma la loro presunta serietà è tutta in superficie. Se li si giudica sulla base delle loro posizioni, e non della loro immagine, si vede soltanto che sono una sfilza di pazzoidi”. D’altronde, “nel Partito repubblicano odierno, se vuoi arrivare da qualche parte, non puoi esimerti dal dire assurdità”.

Nel leggere queste parole in molti saranno rimasti scioccati: raramente, credo, in una campagna elettorale appena iniziata, si era arrivato in America a screditare in maniera così totale, morale prima che politica, gli avversari. Anzi, i nemici. Una vera e propria chiamata in correità verso una “militarizzazione delle coscienze” che francamente non credevamo possibile a quelle latitudini. Ma si rimane ancora più trasecolati nello scoprire che queste idee, esse sì estremiste e pazzoidi, sono state espresse non da un fanatico supporter democratico di provincia ma nientemeno che dal premio Nobel per l’Economia Paul Krugman su quello che resta il maggior quotidiano americano: il New York Times (in Italia l’articolo è stato prontamente ripreso da Repubblica, ovviamente). Inutile dire che le idee “da pazzi” che Krugman contesta ai repubblicani sono idee di perfetto buon senso seppur opposte, o anzi proprio per questo, al sentire “politicamente corretto” degli intellettuali radical chic o liberal dell’Est Coast: meno Stato nell’economia, controllo e selezione nell‘immigrazione, maggiore attenzione ai valori del cristianesimo e alla sua etica familiare, scetticismo sul cosiddetto “cambiamento climatico” (una vera e propria “macchina per far soldi” che favorisce “esperti”, consulenti e procacciatori di affari di ogni tipo). Idee che, ovviamente, possono essere contestate ma non certo bollandole a priori come irrazionali senza discuterle né controargomentarle.

La domanda da porsi è perché Krugman è arrivato a tanto? Cui prodest? Prima di tutto, un’osservazione: con interventi come questi, i vari Krugman, Stiglitz, Piketty, hanno da tempo gettato la maschera: non sono interessati a fare scienza, ma a fare politica. Del comandamento weberiano del non fare politica dalla cattedra se ne infischiano altamente: la loro scienza non è e non vuole apparire avalutativa. Il secondo elemento da considerare è che un tipo come Krugman è da catalogare più nella categoria dei giornalisti che non in quella degli studiosi: quando vinse il Nobel molti fecero notare questa sua identità ma ovviamente, proprio in virtù di quel premio e del “prestigio” che esso portava, le maggiori università cominciarono a contenderselo. Si arriva quindi al punto decisivo della questione: attorno ai Krugman e compagnia girano una gran quantità di soldi. Questi soldi significano incarichi, consulenze, expertise, per sé e per gli allievi. Ciò non può non riflettersi sulle loro idee, sulle prese di posizione di politica economica. È da qui che deriva, infatti, la loro ostinata adesione a politiche keynesiane che, suffragate da una lettura parziale dei dati economici (si pensi all’insistenza su un aumento nel mondo delle diseguaglianze: un vero e proprio bluff intellettuale!), propongono agli uomini di governo interventi macroeconomici e di deficit spending (si pensi alle posizioni assunte da questi intellettuali liberal nel corso dell’ultima crisi greca). In effetti, a pensarci bene, solo ingrassando a dismisura lo Stato, aumentando le sue risorse e la sua burocrazia, l’ “esperto“, la figura che ha sostituito nella nostra epoca (almeno tendenzialmente)) lo studioso disinteressato e imparziale, si conquista spazio e un “ruolo” nella società. Potrebbe mai un economista di tal fatta proporre mai liberalizzazioni e privatizzazioni? Potrebbe segare le gambe alla sedia su cui sta seduto? Vista in quest’ottica, anche la veemenza di Krugman contro il Partito repubblicano assume un altro spessore: va catalogata alla voce “lotta per il potere” e non a quella del confronto di idee e dell’argomentazione razionale.

PS. Questa “falsa coscienza” delle idee “costruttivistiche” e liberal la si può vedere all’opera anche al di fuori del campo prettamente economico. Nella cosiddetta filosofia politica, ad esempio, un esempio di cultura funzionale al potere politico è certamente il rawlsismo, il quale non a caso diffida dell’agire spontaneo degli individui e tende a proporre agli uomini di governo politiche redistributive basate su una “teoria della giustizia” che si vorrebbe razionale e filosoficamente “fondata”

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di on 9 agosto 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a Krugman e gli statalisti interessati

  1. Carlo Gallia Rispondi

    9 agosto 2015 at 17:53

    Bravissimo Corrado Ocone. Chiaro, preciso, lucidissimo. Lo sguardo è profondo ma le parole sono nitide. Chissà perché nei grandi (grandi?) giornali articoli del genere raramente si leggono. Hanno paura a dire che il re è nudo?

  2. Lorenzo Rispondi

    9 agosto 2015 at 21:32

    Il Prof. Ocone e’ sempre illuminante nelle sue disamine.Il problema non è geograficamente localizzato ma diffuso e consumato spesso ,lo vediamo con l’uso disperato di ” belle menti” che poco sanno di politica ed i guai che da essi derivano li abbiamo sulle spalle.Quando menti illuminate e colte vengono concupite da media e partiti il loro modo di vedere la loro vita cambia,non per tutti ovviamente.La domanda perché dice questo,perché attacca in modo sguaiato,chi favorisce il suo dire autorevole fino a ieri e quali ruoli o funzioni potrebbero scaturire da questi atteggiamenti a suo vantaggio…sono d’obbligo.La risposta è nell’articolo.

  3. adriano Rispondi

    10 agosto 2015 at 16:54

    “…attorno ai Krugman e compagnia girano una gran quantità di soldi.”Vero ma è una realtà comune a tutti e tutti,ovviamente,cercano di riempire il proprio sacco.Non credo che ci siano differenze in questo fra democratici e repubblicani,come da noi fra i diversi partiti.Le differenze ci sono nei modi con cui foraggiare il conto corrente,chi preferisce la spesa pubblica e chi quella privata.L’importante sarebbe la chiarezza delle posizioni,senza demonizzazioni reciproche.L’elettore ascolta,legge,si informa e poi decide se preferire Krugman o Rand Paul.Nulla di drammatico o di complicato.E’ la democrazia.

  4. Milton Rispondi

    10 agosto 2015 at 22:26

    Ottimo come sempre il nostro Prof. Ocone.

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