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Ci mancavano i marxisti bocconiani

Sotto il titolo “Il capitale umano è un bene pubblico (ma non da noi)”, il Corriere della Sera ha pubblicato oggi, nelle pagine dei commenti, un intervento di Arnaldo Camuffo e Salvatore Salvemini. È un articolo strano e significativo al tempo stesso. Strano per il ragionamento che viene portato avanti, significativo perché chiara testimonianza dello stato della pubblica opinione (anche e soprattutto colta) e generale dell’Italia di oggidì. I due autori, infatti, si firmano “Università Bocconi“, che è non solo la maggiore università privata italiana, ma anche quella che più di ogni altra, fin dall’epoca della sua fondazione più di un secolo fa, si è contraddistinta per la cultura liberale e liberista che l’ha ispirata (basti pensare al fatto che Luigi Einaudi ne fu per tanti anni professore e simbolo). D’altronde, sarebbe un’assurda contraddizione che non fosse per il libero mercato e per il capitalismo, e quindi per il profitto, una scuola che ha come scopo di formare in primo luogo imprenditori e direttori d’azienda. Ma, evidentemente, i due professori nella contraddizione amano gettarsi a capofitto. E restarci pure, stando almeno a quanto viene argomentato nell’articolo in questione. Perciò parlavo di stranezza. La linea di ragionamento è che le risorse umane, cioè la qualità della vita delle persone impiegate, sono sì un bene pubblico, come dice il titolo redazionale, ma ad esso devono pensare imprenditori e manager. Per l’oggi e per il futuro, dentro e fuori l’azienda. Solo in questo modo l’impresa può legittimarsi di fronte alla società. Quanto al profitto, al fare valore, esso è un valore derivato e aggiunto, una sorta di optional: se c’è bene, se no ciccia.

Sinceramente ad un bene pubblico (un “bene comune”?) che si realizza immediatamente attraverso il privato credo non ci avesse pensato nessuno, se non forse qualche teorico marxista dell’autogestione ispirato a Tito. Ora, a parte il fatto che non si capisce come un’azienda che trascuri e metta in secondo piano il profitto possa reggersi in un mercato mondiale ove le altre aziende fanno altrimenti, quel che fa specie è come si possa parlare ex cathedra bocconiana del profitto come fine delle aziende come di un clamoroso errore concettuale. Il quale, udite udite, sarebbe per i due nostri un portato del “recente trentennio di dittatura della finanza e del pensiero unico” (come dire che è “tutta colpa del liberismo!). A riprova della loro tesi essi portano l’esempio della Starbucks, che negli Stati Uniti paga ai suoi dipendenti le spese per iscriversi a una università online senza chiedere loro nessuna contropartita, nemmeno di non abbandonare un domani l’azienda. Ora, a parte il fatto che i benefit aziendali sono diffusi un po’ ovunque, anche in Italia, essi non certo esistono perché, come vorrebbero Camuffo e Salvemini, i manager sono agenti non solo degli azionisti ma anche della società intera, dovendosi quindi porre il compito della impiegabilità anche futura dei loro dipendenti. I motivi sono altri e sicuramente più utilitaristici, ed è un bene che sia così. La “responsabilità sociale dell’azienda” sta infatti unicamente, da che mondo è mondo, nel fare profitto, senza vincoli: solo in questo modo essa si giustifica di fronte alla società. Essa, infatti, producendo tanta ricchezza contribuisce, ma solo in modo indiretto e neanche proponendoselo, al massimo bene possibile per l’intera comunità umana. È la logica elementare del capitalismo che purtroppo, per disabitudine o convenienza, abbiamo dimenticato.

Oggi viviamo, qui in Italia, in una una melassa di pensiero unico, buonista e perbenista che porta chiunque, anche un professore della Bocconi, a partecipare alla gara del chi è più solidale o “politicamente corretto“. Facendoci dimenticare, in vista di una astratta responsabilità generale, la più semplice e concreta etica della responsabilità sottesa alle nostre professioni. Non ci concentriamo così mai a sufficienza sui fini particolari, sulla cosiddetta “mission”, del nostro lavoro. Nessuno fa più il suo mestiere: i padroni sono a sinistra, la sinistra e i laici eleggono a loro maestro Papa Francesco e…i bocconiani vogliono diventare non uomini di industria ma economisti e per giunta alla Piketty (come da recente testimonianza di alcuni giornali). Intanto il Paese decresce. E non certo in modo felice.

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di on 19 agosto 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Ci mancavano i marxisti bocconiani

  1. Lorenzo Rispondi

    20 agosto 2015 at 00:39

    Tanta verità e tanta tristezza nel leggere questo articolo illuminante .Essere della Bocconi non ha portato bene almeno negli ultimi tempi agli italiani ed agli imprenditori e per quanto mi riguarda ne diffido e non leggo da tempo il Corriere ,per decenni il miglior giornale borghese oggi diventato organo del quale non si capisce ne la linea ne chi voglia rappresentare.Bocconiani comunisti o meno e’ una tristezza.

  2. Epulo Rispondi

    20 agosto 2015 at 07:31

    Bocconi=Monti. E ho detto tutto.

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