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“Razzista”, o la censura per chi non vuole l’accoglienza sempre

immigratiLa spiegazione semplicistica delle reazioni al fenomeno dell’immigrazione viste come manifestazioni di “razzismo” e “xenofobia” è tutt’altro che convincente. Si tratta di una scorciatoia interpretativa, di una caricatura menzognera di un disagio presente in una parte ampia dello spirito pubblico e di una posizione propagandistica foriera di un disastro politico perché porta a rimuovere la natura reale del problema e a rifiutare di confrontarsi con una percezione diffusa. Onestà intellettuale vorrebbe che si ammettesse che il razzismo e la xenofobia che in tempi diversi si sono manifestati avevano radici diverse, diverse basi culturali e diverse motivazioni. Il razzismo del Ku Klux Klan, le teorie di Gobineau sulle “disuguaglianze delle razze umane” o l’antisemitismo di Hitler (ma anche di Proudhon e di Bakunin) si basavano su una specifica classificazione delle razze, che è del tutto assente o marginale nell’ondata di reazioni ostili all’immigrazione, dirette indifferentemente verso persone di etnia diversa e che prescindono per lo più dal colore della pelle. Neppure si può parlare in senso proprio di xenofobia, cioè di un sentimento di ostilità simile a quello che ha visto storicamente la contrapposizione di nazioni diverse (ad esempio Francia e Germania) a prescindere dal fenomeno dell’immigrazione.

Al di là di questo, però, l’errore fondamentale di questo atteggiamento liquidatorio consiste oggi nel porsi in una posizione di chiusura rispetto a stati d’animo presenti in una parte larga del “popolo”, rifiutando di misurarsi con i dati della realtà e, in particolare, con la novità del fenomeno, che figlio non di culture arcaiche, di antiche teorie impresentabili e di semplici pulsioni intolleranti ma di una dinamica “moderna” quale è la globalizzazione. Rimuovendo questo sfondo, che è guardato con una comprensibile ostilità dagli strati più indifesi della società italiana, si fornisce l’immagine di una élite che vive senza problemi la globalizzazione (e spesso ne trae dei vantaggi diretti), che è al riparo dalle sue conseguenze (come i dipendenti pubblici, gli insegnanti ecc.) o che ne fornisce un’interpretazione ideologica, facendo vivere un riflesso condizionato elementare per cui, ad esempio, “essere di sinistra” o “essere un buon cattolico” significa essere “per” l’accoglienza sempre e comunque. Con l’aggravante di ricadere nel vecchio vizio di connotare il giudizio politico con una squalifica di carattere morale.

Forse è per questa ragione che il centrosinistra sull’argomento si rivela capace di reazioni alle iniziative di altri ma non è in grado di esprimere una sua politica. Oscilla tra scomuniche e ipocrisia (ad esempio, le prese di posizione di molti sindaci progressisti), ma non è in grado di rispondere ad alcune questioni fondamentali. Ad esempio, come essere “europei” adottando una linea – quella dell’accoglienza indiscriminata che non distingue tra profughi e clandestini – in aperto contrasto con quella delle istituzioni europee e degli Stati confinanti con il nostro, a partire dalla Francia, guidata da un governo socialista. E poi come sia possibile, avendo una maggioranza in Parlamento che, volendo, consentirebbe di modificare la legge Bossi-Fini, continuare a ignorare che per la legge italiana esistono immigrati “regolari”, profughi e immigrati clandestini, per i quali la legge in vigore impone l’espulsione, e non la temporanea accoglienza in vista di un auspicabile passaggio in altri Paesi europei. Così, se qualcuno obbietta – come è accaduto a Cantù – che alcuni immigrati provenienti dal Gambia non si possono considerare dei profughi ma semmai dei clandestini, non si può rispondere loro semplicemente che sono dei razzisti. In questo modo, pensando di mettere a segno chissà quale colpo propagandistico, si finisce per rafforzare invece le posizioni più estreme e persino per fornire loro qualche ragione.

Infine, sarebbe il caso di lasciare definitivamente alle spalle i residui di un vecchio “terzomondismo” che non corrisponde da tempo al quadro dei rapporti reali tra le diverse parti del mondo. Se esiste un dovere di solidarietà verso chi è in fuga da situazioni drammatiche di guerra e di sottosviluppo, non è altrettanto vero che si possa guardare a interi Continenti come a mondi alla deriva che solo la vecchia Europa potrebbe salvare dal disastro. Si mediti sulle parole di Obama nel suo recente viaggio. Nell’ultimo discorso con cui ha salutato il Kenya, Obama ha cercato insieme di ispirare e sfidare il paese dei suoi avi e l’intera Africa, ricordando le sue radici e i problemi che avevano ostacolato i sogni di suo nonno e suo padre. Ha detto che queste difficoltà ora stanno sparendo e l’intero continente può cambiare il proprio destino: “Il Kenya e l’Africa sono ad un bivio: stanno correndo, ma devono affrontare alcune sfide per cambiare il loro destino e svolgere un ruolo più importante sulla scena globale”. E ha aggiunto che, per riuscirci, bisogna però superare alcune sfide: combattere la corruzione, che frena lo sviluppo, contrastare il terrorismo senza violare i diritti umani e civili delle persone, includere tutti nella società, a partire da donne e giovani, rafforzare la democrazia e garantire la stabilità. Una fotografia dell’Africa diversa da quella che il vecchio paternalismo eurocentrico continua a coltivare e un rassegna di punti fermi su cui, invece, molti dei teorici nostrani della “società” multiculturale sembrano spesso disposti a fare degli sconti. Con il rischio di importare da noi ciò che l’Africa o il Medio Oriente cercano faticosamente di lasciarsi alle spalle.

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di on 29 luglio 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a “Razzista”, o la censura per chi non vuole l’accoglienza sempre

  1. Arcroyal Rispondi

    29 luglio 2015 at 10:55

    Russo è andato bene fino a quasi alla fine. Poi con l’esortazione evangelica “Si mediti sulle parole di Obama”, il disastro. I grandi discorsi sui diritti umani e civili, sul terrorismo, sulla democrazia che Obama ha tenuto in Kenya e in Etiopia sono aria fritta. Il solito polpettone molto liberal ( e molto ipocrita ) di cui il presidente americano è maestro indiscusso.

    Prendiamo l’Etiopia. Da 24 anni è al potere il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope che abbattè il sanguinario regime comunista del Negus rosso, Menghistu Hailè Mariàm. Fino alle elezioni generali di maggio in parlamento su 547 deputati c’era 1 rappresentante dell’opposizione. Le ultime elezioni non hanno cambiato di molto la situazione visto che il FDRPE ha prevalso con il 99% dei voti. Solo il paffuto Kim Jong Un nella favolosa Corea del Nord con il 100% riesce a far meglio.

    Obama invece della solita orgia di belle parole dovrebbe piuttosto spiegare come si possa combattere la corruzione e affermare i diritti umani e civili affidandosi a personaggi come il primo ministro etiopico Hailemariam Desalegn. E Russo, che ispirato dal divino Obama rifiuta il “vecchio paternalismo eurocentrico” ( qualunque cosa questo significhi ), dovrebbe piuttosto domandarsi come senza Stati Uniti ed Europa impegnati direttamente ‘boots on the ground’ sul continente africano, senza l’esportazione armata della democrazia e la rimozione dei tiranni che affamano l’Africa si possano risolvere i problemi del Continente nero. Andando avanti con il sostegno agli Hailemarian Desalegn, forse si riescono per un pò ad arginare gli shabab somali. Ma certo non si ferma la fuga disperata di chi non vede alcuna prospettiva di futuro in un’Etiopia dove non esiste libertà di stampa e qualunque opinione difforme dal regime viene brutalmente messa a tacere.

    • Ernesto Rispondi

      29 luglio 2015 at 16:58

      “Russo è andato bene fino a quasi alla fine. Poi con l’esortazione evangelica “Si mediti sulle parole di Obama”, il disastro. I grandi discorsi sui diritti umani e civili, sul terrorismo, sulla democrazia che Obama ha tenuto in Kenya e in Etiopia sono aria fritta. Il solito polpettone molto liberal ( e molto ipocrita ) di cui il presidente americano è maestro indiscusso.”
      Giusta osservazione. Purtroppo, la stampa “di destra” mostra sempre di più una preoccupante sudditanza psicologica all’analisi marxista delle sinistre mondiali. Nel caso di Obama si tratta di criptomarxismo, ma la sostanza non cambia: nessuno, a destra, è in grado di sviluppare una critica sociale e storica che si affranchi dall’uso della retorica comunista e socialista. Nessuno fra i giornalisti italiani, perché fra i lettori che commentano, e questo è strano, pare vene siano invece molti che leggono dietro al velo dei criptomarxisti e riconoscono nelle parole degli Obama il germe malato del comunismo e del mondialismo.
      Inutile criticare la sinistra sul contingente, se non si è in grado di riconoscere il pensiero neocomunista e le modalità con le quali sta intossicando il dibattito.
      E’ un peccato, perché ancora esistono nella vecchia generazione (penso a Ostellino= giornalisti che hanno capito il trucco. Fra i nuovi, è un disastro.

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