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Perché (purtroppo) non dobbiamo pagare per loro

La fonte più importante di finanziamento del terrorismo sono i riscatti per gli ostaggi. Ogni transazione ne incentiva un'altra (come diceva il capo di Al Qaeda nello Yemen, è "un bottino facile"). Chi, come i governi italiani, ha pagato, ha messo a rischio l'incolumità dei suoi cittadini. Tra cui Gino, Fausto, Filippo e Salvatore...

islam«Difficile fare ipotesi» sulle ragioni della scomparsa dei quattro dipendenti della Bonatti in Libia, dice il ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni. Per la sparizione di Gino, Fausto, Filippo e Salvatore, avvenuta a Mellitah domenica scorsa, si fanno indaga principalmente su due scenari: immigrazione e terrorismo, non per forza separati fra di loro. Non è ancora giunta alcuna rivendicazione ma ciò che è certo è che la Libia, così come le altre aree su cui incombe la minaccia del terrorismo islamico, sia divenuta un teatro complesso e pericoloso per cittadini ed aziende italiane ed europee. Minacce di cui la maggior parte dei paesi europei sono responsabili.

Un’inchiesta del New York Times della calda estate del 2014 che ha visto l’ascesa dello Stato Islamico ha dimostrato quanto gli europei rappresentino per le organizzazioni terroristiche, in quel caso per Al Qaeda e le sue associate, un’invitante e piuttosto facile fonte di guadagno. Nessuno degli Stati interpellati ufficialmente paga riscatti ma l’indagine del quotidiano americano ha scoperto che dal 2008 Al Qaeda e i suoi diretti affiliati abbiano incassato dai rapimenti una cifra non inferiore a 125 milioni dollari, di cui 66 nel solo 2013. I canali utilizzati non sono certo stati quelli ufficiali bensì ci si serve di aziende controllate sotto la voce “aiuti umanitari” e spesso con il supporto di intermediari di Stati terzi – come nel caso uomini di Oman e Qatar nelle trattative dei paesi europei con Al Qaeda in Yemen –. Negoziare e pagare per salvare vite: questo è la ratio dietro tali politiche. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno pagato 165.000 mila dollari. In un discorso del 2012, David S. Cohen, sottosegretario del Tesoro americano per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, ha sostenuto come «il rapimento a scopo di estorsione sia diventato la fonte più importante di finanziamento del terrorismo. Ogni transazione incoraggia un’altra transazione». Gli stessi leader terroristici non hanno mai nascosto il valore dei sequestri: «Il sequestro degli ostaggi è un bottino facile» scrisse Nasser al-Wuhayshi, defunto leader di Al Qaeda in Yemen.

Stati Uniti e Gran Bretagna, che prediligono le forze speciali ai riscatti, sono da sempre gli unici in controtendenza. Risultato: scrive il NYT, «dei 53 ostaggi rapiti dalle associazioni affiliate ad Al Qaeda negli ultimi cinque anni, un terzo sono francesi. E piccole nazioni come Austria, Spagna e Svizzera, che non hanno grandi comunità di espatriati nei paesi in cui si verificano i rapimenti, rappresentano oltre il 20 per cento delle vittime. Al contrario, solo tre americani sono stati rapiti da Al Qaeda o dei suoi affiliati, solo il 5 per cento del totale». Per dirla con Jean-Paul Rouiller, direttore del Centre for Training and Analysis of Terrorism di Ginevra ed autore del programma antiterrorismo svizzero, «Al Qaeda li prende di mira in base alla nazionalità: gli ostaggi sono un investimento, e non si ha intenzione di investire se non si è abbastanza sicuri di un risultato positivo».

Gli Stati Uniti non pagano riscatti e riservano alle aziende e organizzazioni che pagano per la libertà di dipendenti finiti nella mani dei terroristi un procedimento per finanziamento del terrorismo. Tocca quindi alle forze speciali mettere in salvo i loro connazionali. Stesso approccio utilizza la Gran Bretagna che tuttavia non prende provvedimenti contro i privati che salvano i cittadini della Regina rapiti. Approccio diverso è quello di Israele che negozia la liberazione dei suoi cittadini (o le loro spoglie) anche con scambi di prigionieri: tuttavia, le forze speciali danno la caccia a chiunque venga coinvolto nei rapimenti e nelle trattative, prigionieri rilasciati compresi.

Quanto l’Italia abbia pagato per Greta e Vanessa non è noto e un eventuale riscatto è stato bollato come «illazione» dal ministro Gentiloni. Quel che è certo è che le politiche portate avanti per anni dallo stato italiano abbiano messo a repentaglio l’incolumità dei suoi cittadini, tra cui Gino, Fausto, Filippo e Salvatore.

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di on 23 luglio 2015. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Perché (purtroppo) non dobbiamo pagare per loro

  1. Federico Rispondi

    23 luglio 2015 at 08:25

    Il nostro paese non è in grado di affrontare nulla che non sia il pagare per riavere cicii rapiti.Pagheremo anche stavolta.

  2. SiDai Rispondi

    23 luglio 2015 at 14:26

    Cioè, se le rapite sono 2 incoscienti con la tessera di sinistra in tasca, allora si paga, se sono 4 lavoratori lasciati soli nel disastro Libia allora li lasciamo la.. se non si paga non si doveva pagare per tanti altri già dall’afganistan!!

    • SiDai Rispondi

      23 luglio 2015 at 14:27

      PS: io sono contro al pagamento dei riscatti, ma si sono creati precedenti…

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