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Altro che Europa. Per tagliare le tasse basta tagliare la spesa

renziTagliare le tasse facendo altro debito. Ecco l’idea che Pier Carlo Padoan ha spiegato, ieri, in una lunga intervista a Il Foglio. “Esiste – ha detto – dallo scorso gennaio una clausola europea sulla flessibilità consentita sui conti pubblici nei paesi che fanno riforme. L’Italia ne ha già chiesto l’attivazione, e non a caso l’ha ottenuta. Nelle condizioni economiche e politiche date, credo infatti che il nostro ritmo di approvazione e implementazione di riforme non abbia pari in Europa”.

A parte che è a dir poco risibile – di fronte a Spagna, Portogallo e Irlanda – sostenere che l’Italia abbia fatto riforme che non hanno pari in Europa (a meno che il paragone non sia la Grecia), Padoan dovrebbe spiegare come mai contraddice, platealmente, il suo datore di lavoro. Parliamo del presidente del Consiglio Matteo Renzi che sabato scorso ha detto che le imposte si dovranno ridurre “senza ricorso all’indebitamento” e quindi, per forza di cose (anche se guai a dirlo chiaramente), col taglio della spesa pubblica. Come sempre dopo che il politico aizza il volgo, il tecnico mette le mani avanti, precisando che qualsiasi taglio di imposte “dev’essere credibile, sostenibile e permanente”. In particolar modo, sostiene Padoan, si potrebbe tagliare le tasse alzando di uno 0,4% il rapporto deficit/Pil dell’anno prossimo (2,2% invece che 1,8%) liberando risorse per l’abbattimento fiscale. E la politica che fa? Semplice: è tutta intenta a discutere se ciò sia davvero possibile o meno, se l’Europa ci lascerà sforare il deficit per tagliare le tasse o si comporterà sempre da matrigna cattiva. E lo stesso commissario alla spending review, Yoram Gutgeld, dice che la “spesa pubblica italiana è fra le più basse d’Europa” (cosa non vera).

Anzitutto chiariamo di cosa stiamo parlando esattamente? Lo 0,4% del Pil corrisponde, grosso modo, a sei miliardi di euro, un quarto delle tasse sulla casa. Abolirle insieme a Imu agricola, tassa sugli imbullonati, e sforbiciata a Ires, Irap e Irpef come si legge nel libro dei sogni del governo. Per farlo si dovrebbe tagliare, di molto, la spesa, cosa che la classe politica (e purtroppo spesso anche intellettuale) italiana è restia a fare. Eppure lo si potrebbe fare benissimo. Facciamo solo tre esempi.

Contributi pubblici alle imprese: 36 miliardi di euro che da anni Confindustria chiede di eliminare in cambio di una riduzione delle imposte su tutte le imprese. Piano che non si attua mai perché, di quei 36 miliardi, le prime beneficiarie sono proprio le industrie di Stato che se ne cuccano 26.

Partecipate: sono circa 7.500 e hanno debiti per 34 miliardi. Ciò vuol dire che vendendole anche a un solo euro simbolico a un imprenditore che s’impegni, in cambio, di ricapitalizzarle e farle funzionare si potrebbero risparmiare molti soldi.

Pensioni: gli oltre 16 milioni di pensionati, che percepiscono in tutto 23 milioni di trattamenti (qualcuno ne ha più di una), ci costano in tutto oltre 260 miliardi di euro, il 17% del Pil.  Le pensioni in Spagna, Germania, Inghilterra ruotano attorno al 12% del Pil e perfino la sprecona Francia fa meglio di noi, con il 15% circa . Ora, senza togliere la pensione a tutti, si potrebbe benissimo portare la spesa ai livelli tedeschi. Come? Semplice, ricalcolando col contributivo le pensioni già erogate, almeno quelle più alte o le baby pensioni (prendi i soldi da quando hai 35 anni, bene ora prendi di meno). Il risparmio? Oltre 70 miliardi.

Ecco qui che, in semplici tre mosse, si potrebbe recuperare la bellezza di 140 miliardi di euro, abbassando le tasse di quasi 2.400 euro a ogni italiano, neonati inclusi. Troppo ottimisti? Dividiamo per due: sono sempre 70 miliardi, pari a 1.200 euro. Per quattro? Restano sempre 35 miliardi (quelli di cui parla il governo, senza dire dove li troverà), 600 euro. E non abbiamo neppure pensato a tagli al settore sanitario (con i costi standard si potrebbero recuperare parecchi miliardi) e agli altri infiniti sprechi della nostra macchina pubblica. Poi, per carità, sono scelte che qualcuno può non sentirsi all’altezza di fare. Ma non raccontante, cari politici, la balla che la spesa pubblica non si può tagliare.

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di on 23 luglio 2015. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a Altro che Europa. Per tagliare le tasse basta tagliare la spesa

  1. adriano Rispondi

    23 luglio 2015 at 17:35

    I provvedimenti citati possono essere condivisi.Da povero pensionato retributivo anche quello sulle pensioni.C’è però un problema.La Corte.I tagli non devono essere giusti ma possibili e la possibilità si misura non nella loro correttezza ma nella probabilità che non vengano annullati dai ricorsi,inevitabili,degli interessati.E’ anticostituzionale il blocco dei contratti degli statali,figuriamoci il ricalcolo delle pensioni.La strada per ridurre le tasse è un’altra ma non la dico perchè oggi non ho voglia di ricevere insulti.

  2. Pierluigi Rispondi

    24 luglio 2015 at 10:21

    Si ritorna sulle pensioni, soprattutto su quelle alte. Perchè proprio quelle? Semplice: si ritorna alla vecchia mai abbandonata lotta di classe che consente la redistribuzione della ricchezza.O partendo dalla redistribuzione si autorizza la lotta di clase. Ma perchè non pensiamo che le pensioni sono semplici forme assicurative che il lavoratore si è pagato con parecchi anni di anticipo in base a calcoli non uguali per tutti in quanto il coefficiente cala col crescere della retribuzione e quindi l'”effetto retributivo” è già abbondantemente compreso? La pensione è un contratto che il lavoratore ha chiuso con l’ultimo versamento contributivo. Può lo Stato rediscutere un accordo dove una delle due prestazioni è già stata completamente adempiuta?
    Cosa dice il pensiero liberale in merito?

  3. vittorio Rispondi

    24 luglio 2015 at 14:50

    sul “quotidiano nazionale” di oggi c’è un articolo a firma di Giorgio La malfa che sostanzialmente dice che se si diminuiscono le imposte non si può intervenire sulla spesa e viceversa……e io che lo consideravo una mente illuminata! In definitiva è immarcescibile il rapporto tra uomini politici e spesa pubblica, rimane un moloch incontrollabile e intoccabile, quasi il santo graal della religione statalista! ma è mai possibile che tutta la società “civile” in questi anni ha dovuto tirare la cinghia del 5/10/15 % e questo non si possa fare nel pubblico?
    secondo una pubblicazione di Ermeneia (ospedali e salute) se gli ospedali pubblici venissero gestiti con criteri “privatistici” (erogando le stesse prestazioni”, si registrerebbe un risparmio annuo di 15 miliardi. e via dicendo!

  4. francesco Rispondi

    4 agosto 2015 at 17:37

    La pensione scaturisce da un contratto che lo stato stipula con il cittadino lavoratore all’atto del suo pensionamento, sulla base delle norme vigenti in materia. Non si può unilateralmente e retroattivamente modificare un contratto, né si può penalizzare un cittadino (retrattivamente!) per aver rispettato le leggi. Il “retributivo” era l’unico sistema esistente per andare in pensione e prevedeva forti ritenute. Ogni modifica sul retributivo, oggi, è incostituzionale.

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