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Il Partito Repubblicano vale più di Renzi

Unito, il centrodestra pesa il 38,7%, dieci punti più del Pd. Non basta certo la somma algebrica per fare una coalizione. Ma, ripartendo da temi liberali e primarie, i tempi sarebbero maturi per una Cosa Blu

renzi

Eh già, se il centrodestra fosse stato unito… Se fosse stato unito, avrebbe ottenuto a queste Regionali un risultato paragonabile ai tempi belli della Casa della Libertà e del Popolo della Libertà. No, probabilmente non sarebbe riuscito a strappare più Regioni di quante effettivamente ha conquistato, ma avrebbe ottenuto un consenso medio, a livello nazionale, pari al 38,7% – il 62% in Veneto, il 39,8% in Umbria, il 32,7% in Puglia, il 32,1% nelle Marche – ossia nettamente superiore ai voti racimolati in media dalla sola lista Pd (il 28,37%).

Ciò non significa certo ritenere sufficiente la somma algebrica dei voti ottenuti dai singoli partiti (dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, da Forza Italia ad Area Popolare, passando per i Conservatori e riformisti di Fitto e i tosiani), né considerare attendibile un ritorno al passato, al periodo di una coalizione multiforme, tenuta insieme dall’eccezionalità berlusconiana. Né significa, tanto meno, individuare come possibili leader del futuro lo stesso Berlusconi (nonostante il ruolo importante del Cav in campagna elettorale, Forza Italia ha ottenuto in media, nelle sette regioni, appena il 10,5% e i suoi candidati sono stati spesso divisivi, come la Poli Bortone in Puglia); o Matteo Salvini che, prescindendo dal suo boom elettorale, è e resterà incapace di unire le diverse anime del centrodestra da un punto di vista geografico (ricordiamo che in Campania il suo partito non si è neppure presentato) e politico (Salvini è il primo a opporsi all’idea di un rassemblement del centrodestra).

Fatte queste riflessioni preliminari, e valutata anche la potenziale forza del non voto in cui sonnecchia parte consistente dell’elettorato moderato (ed è un bacino enorme, se si considera che stavolta non si è recato alle urne il 47,8% degli elettori, quasi uno su due, il dato di astensionismo più grave in tutta la storia della Repubblica, e il secondo peggior dato negativo in termini di affluenza dopo quello del 1870, quando votò solo il 45,4% degli aventi diritto); ebbene, posti questi elementi, è indiscutibile che la massa di voti del centrodestra non aspetti che di essere coagulata in un grande contenitore pieno di contenuti, un vero Partito Repubblicano all’italiana, modellato però sul sistema americano.

Per realizzarlo, occorrerebbe in primo luogo partire dai temi: liberalismo economico, ispirato al taglio delle tasse e della spesa pubblica e alla riduzione del peso della burocrazia, con una particolare attenzione al mondo produttivo delle imprese; atteggiamento non più supino verso l’Europa, senza derive eurocentriche ma neppure euroscettiche: servirebbe piuttosto un approccio eurocritico, che rifiuti ingiusti trattati, come quello sul fiscal compact, e si ponga sulla scia più di Cameron che della Merkel o di derive populiste alla Tsipras o alla Podemos (cui pure guarda con occhio curioso Salvini); posizione intransigente sull’immigrazione, priva di compromessi buonisti e politically correct, alla Alfano; collocamento strategico in politica estera molto più prossimo a Washington e Tel Aviv che a Mosca (e anche qui il modus operandi della Lega sembra andare nella direzione opposta). E poi, all’interno di questo grande schieramento, occorrerebbe dar spazio anche alle formazioni più legate all’idea di nazione e di identità patria o più impegnate sul fronte della difesa dei valori della tradizione, dalla famiglia alla vita umana (alla Fratelli d’Italia, per intenderci), proprio come accade nel Partito Repubblicano americano, che pur non esclude al suo interno le convinzioni etiche più liberal.

Ecco, questi dovrebbero essere gli argomenti forti da cui muovere insieme a un metodo diverso di selezione della classe dirigente, ispirato alla contendibilità della leadership (anche qui vedi il modello del GOP americano), e non alla logica di un uomo solo al comando (con decisionismo cesaristico e durata indefinita della sua carica) cui seguono inevitabilmente nomine dall’alto e anti-meritocrazia nella scelta dei fedelissimi.

Certo, si può obiettare, manca ancora un leader. Ma ci sono personalità che, seppur in fase ancora embrionale (come dimostra l’esito di Tosi e Fitto in questa tornata elettorale), hanno capito qual è la direzione giusta da seguire. Non basteranno loro, ma si riparte da lì, per non morire né renziani, né berlusconiani né salviniani. E per rinascere “repubblicani”.

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di on 1 giugno 2015. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

9 commenti a Il Partito Repubblicano vale più di Renzi

  1. Graziella Rispondi

    1 giugno 2015 at 15:49

    Sono sconvolta dalla superficialità, anzi dal dilettantismo di molti giornalisti e commentatori italiani. Io che ho vissuto a lungo negli USA ho notato subito che quella del 4 a 3 non era solo una auspicio, è quanto Renzi desiderava perché “In Losing the Midterms, There May Be Winning” e 2 vittorie schiaccianti consecutive diventavano un grosso problema elettorale nelle elezioni politiche che vuol vincere tra 2 anni subito dopo il referenduum. La Liguria il PD meritava di perderla, Toti ha ragione, ma con Cofferati rischiava di vincerla ancora e quella zona creerà ancora tanti problemi e dispiaceri politici. La Moretti Non crederete che Renzi abbia mai creduto nella Moretti vero? Era perfetta per perdere, lui sa bene che il Veneto lo riprende quando vuole offrendo un bello sgravio di tasse, magari quelle che obbligherà Zaia a mettere. La 3° sconfitta doveva essere De Luca ma per ora non è andata in porto anche grazie alla solita Bindi. Io avverto i leader di centrodestra che stanno andando in TV baldanzosi ed orgogliosi di un 5 a 2..(di cosa poi?) mentre Renzi se n’è andato apposta per lasciarli sfogare: state già facendo il gioco del Premier ostentando una vittoria che peraltro non c’è e chi vince questa poi deve pedalare di più perché dopo i primi 12 mesi torna tutto in salita e sarà peggiore.

    • Milton Rispondi

      1 giugno 2015 at 16:19

      Complimenti alla Sig.ra Graziella. Analisi a mio giudizio molto originale ma altrettanto acuta ed intelligente.
      La condivido in toto anche in considerazione di un fatto che a me sembra inoppugnabile: la contesa elettorale non verteva fra contrapposizione di programmi politici ed amministrativi, bensì su lotte personalistiche o di fazione interne ai rispettivi schieramenti.

    • SiDai Rispondi

      1 giugno 2015 at 17:57

      mi sembra un’analisi di fantapolitica piu’ che della realta’… secondo me ha fatto bene alla destra questa vittoria… Renzi e’ piu furbo che intelligente.. Il Veneto non lo vincera’ mai la sinistra… lo ho detto un anno fa e si vada a vedere i voti… anche con lui stesso in campo non avrebbe mai vinto.. sai in Veneto possiamo anche sembrare dei bonaccioni.. ma non siamo dei cogl**.. #rosicateMeno

  2. Padano Rispondi

    1 giugno 2015 at 16:38

    L’unico obiettivo del Nord dev’essere il “soberanismo”.

  3. Zamax Rispondi

    1 giugno 2015 at 17:10

    Vedo che l’Intraprendente ha preso un po’ di coraggio dai risultati delle regionali. Ma quel poco di unità che il centrodestra ancora dimostra, che ora molto timidamente viene vista come promettente, di cosa è il frutto se non degli sforzi di Berlusconi? E’ colpa sua se il Berlusca si dimostra ancora indispensabile e assai più ragionevole del resto di una truppa che pensa solo ad ottimizzare politicamente i propri distinguo, senza alcun riguardo per il quadro generale? La verità è che senza la “piattaforma politica berlusconiana” – piaccia o non piaccia – anche i virtuosi propositi sono solo chiacchiere.

    • marmando Rispondi

      1 giugno 2015 at 21:11

      E infatti solo chiacchiere restano, perché seppure si profilasse un partito unitario del CDX, embrione di un futuro partito Repubblicano libera-conservatore, poi ci si lamenterebbe dei candidati e del personale politico (vedi articolo sugli “invotabili”).

  4. SiDai Rispondi

    1 giugno 2015 at 17:59

    PS: ok a coltivare la alleana con gli USA, ma io con i valori di Obama vedo piu renzi e cofferati che non il neo-partito.. Via Oblame allora ne riparleremo… WSM

  5. Liutprando Rispondi

    1 giugno 2015 at 19:12

    Bello quest’articolo: mi ha dato la certezza che se la porcheria descritta si avverasse non andrò a votare.

  6. adriano Rispondi

    1 giugno 2015 at 23:07

    Va bene l’euforia per la catastrofe evitata ma non esageriamo.Fare la sommatoria del pulviscolo non crea una montagna.Inoltre non c’è chi ,come una volta,può tentare una sintesi e la legge elettorale non prevede coalizioni ma liste uniche,con un unico simbolo.Chi li mette insieme gli opposti individualismi?Se io sono per il superamento dell’euro come posso conciliare questa posizione con chi parla genericamente di “derive eurocentriche ma neppure euroscettiche” aggiungendo che occorre un “approccio eurocritico”?Cosa significa questo gioco di parole?O si è per l’euro o si è contro.Chi decide cosa si fa?Il solito compromesso furbo?No,caro partito repubblicano non ci siamo.Chi si sente affine ma ha idee diverse su cosa fare dell’affinità deve avere il coraggio di mettersi in gioco e fare le primarie sui programmi.Chi le vince guida la coalizione e chi perde lo accetta assieme alle sue proposte.In un paese che ha fatto dell’assenza del vincolo di mandato una religione è fantascienza ma non vedo altra strada.Il presupposto è l’onestà,merce molto rara.Come il leader che non c’è.

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