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È tempo di Repubblicani, per ridare cemento al centrodestra

elefante

Cosa ci dice l’esito delle elezioni regionali 2015? Dice che l’Italia ha un governo nullafacente eletto da nessuno, ma che nessuno è capace di mandare quel governo a farsi eleggere da un’altra parte. Dite quel che volete, ma alla vigilia della festa della Repubblica l’unica notizia è che viviamo in un Paese vergognoso.

Giovanni Toti, neoeletto alla guida della Regione Liguria, dice che se fosse unito il centrodestra sconfiggerebbe il centrosinistra. Non è vero. Al centrodestra non manca il collante: manca il cemento. Creare maggioranze patchwork che strappino una seduta agli avversari non è impossibile: all’Italia non serve però un “pentapartito”, serve sconfiggere il nemico con una idea virtuosa.

Il primato infatti è dell’idea, i frontmen vengono dopo: e in un mondo fatto bene quei frontmen sono i servi, quelli che sanno mettersi al servizio dell’idea. La gente li porta poi sul palmo della mano proprio per questo. L’esito della tornata elettorale di ieri è comunque chiarissimo. Manca tutto. Idee, leader e per questo si sta perdendo un po’ pure la gente. Eppure per smontare pezzo per pezzo la Sinistra di governo parolaia il partito ci sarebbe. In gran parte sta nel non-voto, in parte sempre più sottile si attarda a votare qualcuno dei rottami anonimi dell’ex centrodestra. Anche le idee ci sono, e per fortuna sono sempre le stesse: meno Stato, meno tasse, meno spesa pubblica (quanto alla libertà, lasciate fare perché la sua misura non la determina certo la graziosità dello Stato). Quel che invece (da tempo) manca è una narrativa coerente che le trasformi in una bandiera, poi un sacrosanto lacchè che quella bandiera la sollevi da terra e allora così la gente, scorgendone i colori pure da lontano, tornerà sì a gremire le piazze (e le urne). Matteo Renzi, infatti, sta dove sta mica perché ha vinto le lezioni: sta dove sta perché ha occupato uno spazio vuoto.

Facciamo gli esterofili, ché serve. In un Paese a caso, gli Stati Uniti, la battaglia la combattono così da decenni. Il Partito Repubblicano, da decenni, altro non è che questo. Il tentativo di articolare in una narrativa coerente la filosofia pubblica alternativa ai dirigismi che non dirigono, ai relativismi che assolutizzano, ai democraticismi che degradano la democrazia, ai progressismi che regrediscono. Dopo Nicolas Sarkozy che ha rifondato l’Union pour un mouvement populaire con il nome Les Républicains (e però Sarkozy non è una bellissima notizia…), da qualche settimana va di moda anche da noi parlare di Partito Repubblicano italian-style. Partito Repubblicano o come caspita si chiamerà mai (il rischio infatti è che invece di Ronald Reagan spuntino i La Malfa), non deve più essere soltanto un contenitore sterile in cui ognuno riversa un po’ di quel che in soffitta proprio non ci sta più.

Bisogna invece che prima si prenda di petto la realtà, quella che nell’Italia non di sinistra è fatta di liberali, libertari, indipendentisti, conservatori e cattolici; poi che quella realtà la si prenda per mano; e infine che la si conduca a un tavolo dove le seggiole non siano poltrone (queste ultime infatti inducono attaccamento e torpore) per cercare non la sintesi impossibile ma quella cosa che oggi, dopo il voto di ieri, sembra mancare a tutti: la voglia sincera di uscire dal pantano. Per farlo ci vogliono le cose che da sempre servono per mettere su le cose serie: tempo e fatica, umiltà e generosità. I papaveri marcheranno visita immediatamente, ma forse gli altri qualcosa di utile lo faranno.

Alle 16,00 di domani, al Teatro Nuovo di Piazza San Babila a Milano, l’ex capogruppo della Lega Nord alla Camera, Marco Reguzzoni, lancia un movimento politico, “I Repubblicani”. Sono al suo fianco Sveglia Centrodestra, Tea Party Italia e Modernizzare l’Italia. Avranno voglia di metterci del tempo e di fare fatica, di agire umilmente e di pensare generosamente? Al Paese è questo che serve, dicono le migliaia di partite Iva e di rosari che in Italia (contate bene, sommate tutti gli addendi) sono ancora la maggioranza.

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di on 1 giugno 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a È tempo di Repubblicani, per ridare cemento al centrodestra

  1. Roberto Natali Rispondi

    1 giugno 2015 at 23:08

    Come si fa, per uno che con divide l’impostazione liberale a non essere d’accordo con quanto intelligentemente scritto nel’articolo? E, allo stempo essere profondamente contrari al fatto che queste iniziative abbiano l’imprimatur di esponenti politici che sono corresponsabili (in varia misura) di quello che si vuole combattere?

  2. Lorenzo Rispondi

    2 giugno 2015 at 12:00

    Nel mondo delle liberalità ,almeno di pensiero,ogni iniziativa che aggreghi una sola persona e’ già importante e vincente.

  3. Emilia Rispondi

    2 giugno 2015 at 19:48

    Al centrodestra manca:
    UN PROGRAMMA SEMPLICE ED EFFICACE PER “SBRICIOLARE L’APPARATO BUROCRATICO E PARASSITA” CHE STA SOFFOCANDO IL PAESE.
    Il programma deve essere scritto e pubblicato, divulgato, parlato, trasmesso, fatto ingoiare a forza agli italiani.
    Facciamo un esempio: Salvini dice: Flat tax al 15%. Bene. Che spieghi bene come vuole fare.
    Io direi:
    1) Ogni Contribuente è una partita Iva, sia pubblico che privato
    2) Iva e Ires versate all’atto del pagamento
    3) Si portano a detrazione TUTTE le spese
    4) A fine anno si fa il bilancio. Se avanza lo Stato il contribuente paga il conguaglio, se avanza il contribuente si va a credito o si chiede il rimborso.
    Poi:
    Tre tasse in tutto: una per lo Stato, una per le Regioni, una per i Comuni.
    Tutto ciò è l’uovo di Colombo.
    Facendo questo si elimina l’evasione diffusa e si incentiva l’Impresa.
    Se ho detto una puttanata ditemelo.

  4. zarathustra Rispondi

    3 giugno 2015 at 16:36

    Ho sentito la radiocronaca di questo congresso.
    Sconcertante, ore di discorsi per enunciare “uniti come in Liguria si vince”.
    Un concetto semplice.
    Ma sbagliato.
    Eppure i votanti lo dicono ogni volta cosa vogliono:
    -lavoro (quindi meno vincoli tasse etc)
    -controllo dell’immigrazione
    -nessuna concessione ai furbetti (vedi ROM)
    -ordine pubblico
    -giustizia inesorabile in tempi accettabili
    -politici puliti e che rispettino le loro stesse leggi
    NON vogliono:
    -alte tasse e alti costi della politica
    -collusioni della politica con la finanza
    -statalismo pervasivo e burocrazia asfissiante
    -buonismo di stato e parzialita’ dei giudici.

    Qualunque siano i bandieroni (oggi lo spadone)che ci sventolano sopra, sono questi i temi che fanno vincere.

    Fra questi temi non figurano ad oggi purtroppo autonomia ed indipendenza, e qui si vedra’ l’abilita’ dei politici.

    PRIMA di parlare di aggregazioni, bisogna sbandierare questi con forza come obiettivi propri, il listone verra’ da se’.

    Chiaro che il nazareno e la poltrona di ministro renziano non ci stanno.

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