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Dietro il Califfo c’è la nostra ipocrisia

OccidenteCaro direttore,

intanto ti ringrazio per lo spazio che hai voluto concedere al mio libro Tagliagole (Bompiani) e per il ricordo di una passata grandeur, umana se non professionale. Conosco bene le posizioni de L’Intraprendente, e so che le tesi contenute in Tagliagole ci vedono d’accordo fino a un certo punto, come hai scritto nel tuo editoriale di pochi giorni fa.

Cominciamo dall’inizio. Tu scrivi: “Dove c’è Occidente c’è libertà fisica e intellettuale, dove c’è Isis ci sono amputazioni, torture e decapitazioni”. Se proprio vogliamo dirla tutta, l’Occidente è stato presente in forze anche in Iraq, e non è che lì sia stata garantita la libertà fisica e intellettuale di cui tu parli. L’Occidente, a tutti i costi, ha voluto far sentire la sua presenza in Siria, e ha violato la libertà altrui. Ha volutamente indebolito Assad, facendosi beffe di uno Stato sovrano e spargendo fango (non sempre giustificato) sulle sue politiche. I giornali occidentali hanno scritto che il sovrano della Siria è un sanguinario dittatore. Ma, a ben guardare, lo hanno scritto anche del tuo amato George W. Bush. E lo hanno scritto di Gheddafi: anche lui è stato vittima della “libertà” occidentale, in nome della quale una coalizione di dementi (di cui purtroppo ha fatto parte anche l’Italia) ha bombardato la Libia, riducendola com’è ora, e come racconto nel libro.

Siria, Iraq e Libia sono esempi di come l’Occidente si sia rapportato alla libertà altrui, facendo un danno anche alla propria. Come spiego in Tagliagole, la caratteristica principale dei jihadisti è quella di riempire i vuoti: sia politici sia umani. Dove non c’è governo, ecco che lo Stato islamico si insinua strisciando. E i governi, in numerosi Paesi, li abbiamo buttati giù noi occidentali (anche se su questo noi si potrebbe molto discutere). Forse ora le donne sono più libere? Forse ora gli imprenditori possono fare affari liberamente in Siria o in Libia? Non mi pare.

Dobbiamo poi intenderci sull’impresa. Perché tutti, credo, apprezziamo l’imprenditore che si danna e rischia del suo, contribuendo al bene della nazione e dei suoi dipendenti. Io apprezzo un po’ meno il comportamento di certe grandi corporation, i cui interessi risiedono proprio nella destabilizzazione e nella creazione del caos. Non penso che il capitalismo sia buono in sé, anzi. E sicuramente non penso che senza capitalismo non ci sia libertà. Perché spesso il capitalismo non solo non la garantisce, ma anzi la sopprime.

Non voglio però inoltrarmi in una discussione troppo lunga e complessa. Preferisco concludere il mio discorso parlando della femminilizzazione, concetto reso celebre ultimamente dal polemista francese Eric Zemmour, che intervisto nel libro. Siamo chiari: “femminilizzazione” non significa “potere delle donne”. Il fatto di criticarla non significa essere maschilisti e desiderare la sottomissione della donna. Qui parliamo di valori, in un senso lato e antico. La prevalenza del femminile è piuttosto evidente, ad esempio nel caso dell’immigrazione. Grazie a una élite minoritaria ma dominante, ovunque è sbandierato il valore – tutto femminile – dell’accoglienza. Chi si dice contrario, viene osteggiato e considerato un razzista, un bruto. Come civiltà, abbiamo fatto di tutto per eliminare la violenza, anche se è connaturata all’essere umano. Non parliamo di guerre, ma di missioni di pace. Celebriamo, appunto, pace e amore, dimenticando che l’odio è un sentimento assolutamente naturale. Persino il Papa, nel suo modo un po’ originale, ha detto una frase di buonsenso: se qualcuno offende mia mamma, gli do un pugno. Eppure, da una normalissima scazzottata fra ragazzini possono nascere drammi, lo dimostrano libri feroci e bellissimi come Il dio della carneficina di Yasmina Reza e Lo schiaffo di Christos Tsolkias. Forse grazie a questa vulgata molto politicamente corretta siamo riusciti a eliminare la violenza dal mondo? Tutt’altro. L’abbiamo solo allontanata dagli occhi. Mandiamo i droni a bombardare i villaggi, con elevato rischio di errore, e soprattutto con conseguenze psicologiche devastanti su chi li comanda a distanza. Per non parlare delle vittime civili.

Ecco allora che i terroristi hanno buon gioco a presentarsi come coraggiosi e virili, a dipingersi come cavalieri senza macchia e senza paura che combattono sul campo, quando in realtà sono vigliacchi che uccidono innocenti disarmati. Tu citi George Bush come esempio di atteggiamento “mascolino”. Siamo sicuri? Non essere femminilizzati non significa comportarsi come i proverbiali cowboy che entrano a gambe larghe e chiappe strette nel saloon (come disse Henry Kissinger a Oriana Fallaci). Non significa sostituire le bombe alla diplomazia e fare gli smargiassi con chi è più debole. Significa avere il coraggio di vincere il politicamente corretto e le bugie diffuse. Significa dire che non tutti i musulmani sono uguali né sono terroristi. Per esempio, demonizziamo l’Iran, poi facciamo gli amichetti con i decapitatori dell’Arabia Saudita. Bombardiamo la Siria, ma vendiamo interi quartieri di Milano al Qatar, che molti accusano di finanziare il jihad.

Vincere l’islamofobia – una delle più pelose manifestazioni del politicamente corretto – non significa disprezzare il mondo musulmano nella sua interezza. Così come chiudere le frontiere non significa disprezzare gli immigrati e dimenticare che sono persone. Combattere il terrorismo jihadista è possibile, ma dobbiamo cominciare affrontando le nostre contraddizioni. Se queste non ci fossero, l’Isis non esisterebbe, o per lo meno esisterebbe in modo molto diverso, e avrebbe minor presa su tanti giovani musulmani nati e cresciuti in Occidente. I quali, andando in Siria a combattere, cercano più che altro un modo per finire su Youtube come dei gangsta rappers da quattro soldi. Questa è la faccia oscura dell’Occidente: la nostra ipocrisia.

C’è di buono che possiamo affrontarla e vincerla. Nello Stato islamico è molto difficile farlo, visto che il dissenziente è decapitato. Qui non c’è bisogno della scimitarra, anche perché il dissenziente, di solito, si taglia la lingua da solo. Così gli è più facile incollarla al culo di qualche potente.

Clicca qui per leggere l’articolo di Giovanni Sallusti

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di on 23 giugno 2015. Filed under Senza categoria. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Dietro il Califfo c’è la nostra ipocrisia

  1. adriano Rispondi

    23 giugno 2015 at 13:04

    Esempio impeccabile di come sia possibile dimostrare tutto e il suo contrario quando non si stabiliscono prima i principi su cui basare le analisi.”…non è che sia stata garantita la libertà..”Come sarebbe bello un mondo dove automaticamente risultati fossero quelli sperati.Certamente ciò che alla fine si ottiene è importante ma lo sono di più i presupposti delle proprie azioni.In occidente la libertà è un valore fondamentale.Nel mondo islamico lo è la guerra santa.”Forse ora le donne sono più libere?”Stesso discorso.Tralasciamo la differenza,da noi,fra teoria e realtà che porterebbe lontano.Laggiù il discorso non si pone perchè la donna ,per legge,è nelle disponibilità del maschio in base alla religione.Fino a quando non la si cambia non si può neppure parlare di parità.”…disprezzare il mondo musulmano..”Non si tratta di disprezzare ma di rifiutare ciò che non è compatibile.O anche qui vogliamo infilare le grandi intese fingendo di poter raggiungere un compromesso quando ,dato che si parte da principi opposti, ciò non è possibile?”Se queste non ci fossero l’ISIS non esisterebbe.”L’essenza del suo operato però sì perchè legato alla ideologia.L’eliminazione di chi non condivide la fede musulmana è l’obiettivo dichiarato.Viene cammuffato quando conviene.Tutti lo sanno e c’è chi fa finta di non saperlo.Chissà perchè.

  2. aquilone Rispondi

    23 giugno 2015 at 19:00

    Non ho letto il libro, quindi potrei anche sbagliare. Ma da ciò che leggo in questa lettera mi viene da dire … stai sereno Borgonovo, tra 20 anni l’occidente smetterà di sbagliare perchè così continuando l’isis abiterà direttamente a casa nostra.
    La tua prima parte della lettera e condivisibile, poi, nella seconda, sembra di capire che tutto il male del mondo sia addebitabile all’occidente.
    Quindi il problema non è l’isis ma l’occidente. Io penso invece che per ora possiamo discernere, scriverne libri, ipotizzare di chi è la colpa, chiedersi se sia giusto o sbagliato, indire tavole rotonde o fare comizi … dopo, a forza di cercare di capire ma non di agire, ci sarà da rispettare un’unica bandiera: quella nera.
    Con Hitler avvenne la stessa cosa. Per anni lo si lasciò fare, poi ci volle pressochè l’intero pianeta coalizzato, 6 anni di geurra e non so quante decine di milioni di morti. Anche l’isis lo lasciamo fare. Certo, bisogna dargli il tempo di divenire sempre più forte. Intanto tu cerca invece sempre nuovi appigli per dimostrare che se l’isis è così forte, la colpa è nostra. Lo sceicco Abu Bakr al-Baghdadi te ne sarà grato.
    Ah, mi raccomando, cerca sempre di non fare di tutta un’erba un fascio, è un modo certo per avere sempre argomenti da discutere, per non aver mai torto e mai ragione

  3. Francesco Borgonovo Rispondi

    23 giugno 2015 at 19:56

    Vi invito a leggere il libro. Da parte mia non c’è nessun odio verso l’Occidente. Tutt’altro. Non penso che sia colpa nostra se i tagliagole fanno quello che fanno. Penso che, se vogliamo batterli, dobbiamo capire perché si comportano in un certo modo. Sfruttano le debolezze occidentali, e lo fanno con grande astuzia e crudeltà. Ho scritto un libro apposta per non dover sintetizzare in poche righe. In un botta e risposta è inevitabile semplificare, ma a me le semplificazioni eccessive non piacciono, perché non servono.

  4. Lisa Rispondi

    23 giugno 2015 at 23:34

    E figurarsi se non era colpa dell’occidente e del capitalismo. Il solito mantra.

  5. Giovanni Sallusti Rispondi

    24 giugno 2015 at 01:24

    Solo per dire che ha ragione Francesco: nel suo libro non c’è odio verso l’Occidente. Fosse stato così, non sarebbe un’anomalia interessante nel panorama editoriale italico. C’è però, ed è su questo che si misura il nostro dissidio, una critica a quell’occidentalismo e a quel saldo atlantismo che per me sono la vera arma risolutrice contro i mostri totalitari, compreso quello islamista. Il riconoscimento del nemico è comune (e proprio il riconoscimento non pavido o politicamente corretto del nemico è il merito fondamentale del libro), le ricette per combatterlo divergono. Proprio per questo, le abbiamo confrontate, ovviamente con quella fisiologica, benché brutale, dose di semplificazione che Francesco sa essere l’essenza dei giornali. In ogni caso, non smettiamo di parlarne

  6. aquilone Rispondi

    24 giugno 2015 at 09:50

    Ho comprato l’ebook.

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